Le notizie di scienza della settimana #78

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 9 novembre 2018]

La causa Juliana v. United States può andare avanti. Lo ha deciso il 2 novembre la Corte Suprema degli Stati Uniti, respingendo la richiesta dell’amministrazione Trump di sospendere il processo. I querelanti, un gruppo di ragazzi tra gli 11 e i 22 anni, accusano il Governo di aver violato il loro diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà non implementando dei piani di protezione dell’ambiente sufficientemente incisivi. Chiedono inoltre di varare delle misure che riducano il livello di CO2 nell’atmosfera da 405 ppm a 350 ppm entro il 2100. Non è chiaro quale sarà il destino del processo. È probabile che il Governo negherà che la Costituzione sancisca il diritto a un clima capace di sostenere la vita umana e risponderà che nessun piano di riduzione delle emissioni da parte degli USA basterebbe per raggiungere l’obiettivo richiesto senza il contributo degli altri Paesi del mondo. Ma la recente sentenza della corte di appello dell’Aia nel caso Urgenda lascia ben sperare. Nel frattempo Juliana v. United States ha già ispirato altri casi simili, come quello dei giovani colombiani di Demanda Generaciones Futuras, che hanno vinto la loro causa contro il Ministero dell’Ambiente. Anche in Germania tre famiglie hanno citato in giudizio il Governo Federale tedesco per aver mancato il suo target di riduzione delle emissioni previsto per il 2020, violando così il loro diritto alla vita e alla salute, alla libertà di scegliere una professione e alla proprietà. Nell’immagine: un ritratto di Kelsey Juliana, 22 anni, una dei querelanti del caso Juliana v. United States. Credit: Our Children Trust / Vimeo. Licenza: CC BY-NC-ND 3.0.

SCIENZA E SANITÀ NELLE ELEZIONI DI MIDTERM
La commissione scienza della House of Representatives, la camera bassa del Congresso degli Stati Uniti, tornerà ad avere una presidenza democratica dopo otto anni. Il nome che circola nel partito è quello di Eddie Bernice Johnson, prima infermiera a diventare membro della camera nel 1993, che ha riconfermato il suo seggio vincendo nel trentesimo distretto del Texas. Il precedente presidente della commissione, il repubblicano Lamar Smith, ha utilizzato più volte lo strumento della subpoena (richiesta di comparizione in audizione alla camera) per attaccare gli scienziati e incolparli di aver collaborato a stabilire una agenda “estrema” sul cambiamento climatico. Johnson ha espresso quali saranno le sue priorità: difendere l’impresa scientifica dagli attacchi ideologici e politici e bloccare eventuali azioni politiche sconsiderate. Sul cambiamento climatico Johnson promette di far sì che la camera riconosca la responsabilità degli esseri umani in questo processo e metta in campo politiche per mitigarlo. [Rebecca Leber; MotherJones]

L’elezione di Donald Trump nel 2016 ha spinto numerosi cittadini con un background scientifico e medico a entrare in politica. 7 di loro hanno conquistato un seggio alla Camera. 47 esordienti hanno corso per le primarie delle elezioni di midterm, con l’obiettivo di ottenere un posto nella House of Representatives. 18 di loro le hanno vinte: 2 hanno un dottorato, 7 sono medici, 7 sono femmine e 11 maschi, uno solo è repubblicano. 7 degli 8 considerati favoriti o incerti hanno vinto. Molto presente nella loro campagna elettorale il tema dell’assistenza sanitaria. In particolare Lauren Underwood, neoeletta nel quattordicesimo distretto dell’Illinois, è un’infermiera di 31 anni con un master in politica sanitaria. Ha lavorato all’implementazione dell’Affordable Care Act durante la presidenza di Barack Obama (il cosiddetto Obamacare) e sulla biopreparedness (la capacità di rispondere a un incidente o a un attacco terroristico di natura biologica). Tra le sue priorità c’è quella di assicurare assistenza sanitaria alle persone con malattie pregresse. Ecco un ritratto dei 7 vincitori in una visualizzazione di Science. [Science; Jeffrey Mervis, Jia You, Nirja Desai]

Il 40% dei probabili votanti ha dichiarato che la politica sanitaria è un criterio fondamentale nella scelta del candidato alle elezioni di medio termine. È quanto emerge da un sondaggio realizzato all’inizio di settembre da Politico in collaborazione con la Harvard T. Chan School of Publich Health. Per gli elettori democratici il tema di politica sanitaria più rilevante è il diritto delle persone con malattie pregresse ad avere un’assicurazione sanitaria. Per i repubblicani, invece, è la riduzione dei costi dell’assistenza. L’83% degli elettori democratici ha dichiarato che è il Governo Federale deve avere un ruolo di primo piano nel migliorare l’assistenza sanitaria, mentre solo il 37% degli elettori repubblicani è dello stesso avviso. Altre questioni che sono state protagoniste della campagna elettorale, e che probabilmente saranno prioritarie per i neoeletti, riguardano la possibilità di vendere polizze che offrono minori coperture rispetto a quelle autorizzate dall’Affordable Care Act, l’estensione dei requisiti per accedere a Medicaid (il piano di assistenza per i cittadini a basso reddito), l’abbassamento dei prezzi dei farmaci e le politiche di controllo delle armi. [The New England Journal of Medicine; Robert J. Blendon, John M. Benson, Caitlin L. McMurtry]

EVENTI METEO ESTREMI E CAMBIAMENTO CLIMATICO
L’alto vicentino, il bellunese, la Val Badia, la Carnia hanno perso circa 5 milioni di metri cubi di boschi, abbattuti dalle fortissime raffiche di vento della scorsa settimana. Sono centinaia di migliaia i tronchi che non hanno retto al maltempo e serviranno anni per portarli via. La frequenza degli eventi meteorologici estremi è destinata ad aumentare per effetto del cambiamento climatico ed è dunque necessario rendere le nostre foreste più resilienti. Tra gli interventi che sarebbero stati utili ma che sono mancati negli ultimi decenni ci sono quelli di sfollo e diradamento delle foreste. I boschi che non ricevono questo tipo di manutenzione sono più fitti, in altre parole c’è meno spazio tra un albero e l’altro e dunque questi crescono più in altezza che in larghezza e sono meno resistenti alle sollecitazioni del vento. Il direttore del CREA Corona ritiene però che anche se ben tenuti i boschi del Veneto non avrebbero retto ai venti eccezionalmente forti (fino a 190 km/h) di quest’ultima occasione. [National Geographic; Federico Formica]

Ma si può rispondere alla domanda: «quanto ha influito il cambiamento climatico su questa specifica ondata di maltempo?». A occuparsi di quesiti come questo c’è un’area dedicata della climatologia chiamata “Extreme Event Attribution”. Simulando la situazione meteorologica con un buon livello di dettaglio e tenendo in considerazione diversi modelli climatici, gli scienziati sono in grado di dire quanto è stato frequente uno specifico evento meteorologico estremo nello scenario a basse emissioni e in quello con il livello attuale di emissioni. Negli ultimi anni questo settore ha fatto molti progressi: tra il 2004 e il 2018 sono stati pubblicati 170 articoli su riviste con peer review riguardanti 190 eventi estremi. Oggi sono in corso progetti per incorporare queste valutazioni nelle previsioni meteorologiche (in particolare con il servizio meteo tedesco e con lo European Centre for Medium-Range Weather Forecasts). Se fosse possibile comunicare al pubblico in tempo reale quanto l’evento appena accaduto sia legato al cambiamento climatico (sia in termini di frequenza che in termini di intensità) le politiche per la mitigazione sarebbero più accettate. Tuttavia alcuni pensano che la scienza dell’attribuzione non sia ancora sufficientemente matura per diventare un servizio offerto quotidianamente ai cittadini, in particolare per i limiti che ha nella descrizione di eventi più circoscritti e meno intensi. [Nature; Quirin Schiermeier]

RICERCA E SOCIETÀ
Roberto Battiston è stato rimosso martedì dalla sua carica di Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana. A comunicarglielo è stato il Ministro dell’Università e della Ricerca Bussetti. La presidenza dell’ASI ha una valenza politica particolare, poiché l’Agenzia gode di una maggiore capacità di spesa in programmi rispetto agli altri enti di ricerca italiani. Dei 600 milioni di euro di finanziamento che riceve dal MIUR ogni anno, ne destina 350 milioni all’Agenzia Spaziale Europea, di cui è il terzo contributore dopo Germania e Francia. È dunque un polo fondamentale dell’integrazione scientifica del nostro Paese con l’Europa. [Scienza in rete; Luca Carra]

Il commento di Carlo Rovelli sulla vicenda Battiston. La sua rimozione dalla carica di Presidente dell’ASI mette in discussione l’autonomia della ricerca. Sostituirlo con un generale significa voler militarizzare lo spazio. [Corriere della sera; Carlo Rovelli]

Il Politecnico di Milano ospiterà il 16 e 17 novembre il “Convegno internazionale di agricoltura biodinamica”. La notizia ha suscitato più di una critica. Tra queste quella di Elena Cattaneo, ricercatrice esperta di staminali e senatrice a vita, che si è rivolta al rettore del Politecnico Ferruccio Resta in una lettera aperta. La senatrice chiede a Resta di ritirare il suo appoggio e patrocinio al Convegno: il Politecnico gode di grande autorevolezza scientifica in Italia e nel mondo e non dovrebbe legittimare pratiche palesemente antiscientifiche come quelle dell’agricoltura biodinamica. Si tratta solo dell’ultimo esempio «di una galassia di persone e associazioni che utilizzando luoghi e loghi ufficiali compiono quotidianamente un’opera di “parassitismo istituzionale” a tutto “maleficio” di ignari cittadini. Il tutto affinché l’esoterismo professato possa assurgere a scienza», afferma Cattaneo. All’evento sono previsti gli interventi di Stefano Boeri, direttore de La Triennale di Milano, e del sindaco Giuseppe Sala. [Scienza in rete; Elena Cattaneo]

La peer-review ha dei difetti, ma non è da abbandonare. I limiti della peer review sono ormai ben noti: capita che i revisori siano poco esperti della materia che devono valutare, le ricerche innovative vengono penalizzate rispetto a quelle tradizionali. Ma esistono prove anche degli effetti positivi di questo processo di validazione (come illustra questo studio degli Annals of Internal Medicine). Per migliorarlo occorre: potenziare il lavoro di selezione dei lavori e dei revisori da parte degli editor; anonimizzare sempre i lavori da valutare; incentivare la pubblicazione di preprint perché siano sottoposti a una valutazione preliminare della comunità scientifica di riferimento. [The New York Times; Aaron E. Carroll]

Le notizie di scienza della settimana #77

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 2 novembre 2018]

Un articolo pubblicato sui Proceedings della Royal Society B mette in discussione quello che sappiamo sulla forma delle ossa del bacino femminile. Gli studi condotti finora si erano concentrati solo sulle donne europee e avevano sostanziato l’ipotesi che la dimensione del bacino si fosse ridotta per motivi evolutivi, per favorire cioè la posizione eretta (questa ipotesi è all’origine del cosiddetto “dilemma ostetrico”). Queste conoscenze hanno inoltre determinato la pratica ostetrica al momento della nascita, descrivendo la rotazione che il feto deve compiere per attraversare il canale del parto. Potrebbe essere questo uno dei motivi per cui le complicazioni durante il parto sono più frequenti tra le donne nere rispetto alle bianche. I ricercatori hanno analizzato i resti di 348 donne risalenti a epoche variabili tra 2000 anni a.C. e il secolo scorso, osservando grande variabilità a seconda della regione di provenienza, più di quanto non accada per la lunghezza degli arti o di altre parti del corpo. Lo studio sembra indicare che la forma del bacino femminile sia frutto di fluttuazioni casuali dei geni, più che il risultato del processo di selezione naturale, e suggerisce un approccio più “personalizzato” alla nascita. Nell’immagine: uno schema della pelvi femminile. Incisione in un manuale di ostetricia. Credit: Wellcome Images / Wikipedia. Licenza: CC BY 4.0.

DOVE RESPIRARE FA MALE
Il 98% dei bambini sotto i 5 anni in Italia è esposto a livelli di particolato sottile (PM 2.5) superiori a quelli considerati sicuri dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). La media mondiale è del 93%. Nel 2016 l’inquinamento dell’aria ha causato la morte prematura di 4,2 milioni di persone, di cui 300 000 bambini sotto i 5 anni. Questi i dati inquietanti contenuti nel rapporto “Air Pollution and Child Health” pubblicato il 29 ottobre e presentato in occasione della prima Conferenza globale sull’inquinamento dell’aria e la salute che si è conclusa ieri a Ginevra. [World Health Organization; Air Pollution and Child Health]

La Cina si trova davanti a scelte difficili: riportare i livelli di inquinamento dell’aria sotto i valori di guardia continuando a far crescere la sua economia. Nel 2016 la città di Shijiazhuang, capitale della provincia settentrionale di Hebei a 300 chilometri da Pechino, si è classificata quattordicesima nella lista delle città più inquinate del mondo secondo l’OMS. Nelle prime 25 posizioni si trovano altre quattro città della stessa provincia. Shijiazhuang ospita i maggiori centri di produzione di acciaio del Paese, la maggior parte dei quali sono alimentati a carbone. Tra marzo 2017 e aprile 2018 la concentrazione di PM 2.5 ha periodicamente superato il valore di 250 µg/m3, la soglia di pericolo secondo l’OMS. L’incidenza delle malattie croniche ostruttive polmonari è molto elevata nella regione. Per rispettare il piano per l’ambiente varato a luglio (che impone di ridurre i consumi di carbone del 10%) e contemporaneamente contribuire alla crescita del Paese (la Cina punta a raddoppiare il suo PIL tra il 2010 e il 2020), gli amministratori locali hanno richiesto alle centrali e alle fabbriche di rallentare la produzione e di pianificare una serie di chiusure per installare la tecnologia necessaria a ridurre le emissioni. I trasgressori sono stati puniti con multe fino a 350 mila dollari. Ai cittadini è stato vietato l’uso delle stufe a carbone. Il divieto è stato revocato quando la popolazione ha protestato: il carbone resta l’unico modo per scaldarsi per migliaia di cinesi a causa della limitata fornitura di gas naturale. [Undark Magazine; Xiaoxue Chen]

Delle 10 città più inquinate secondo l’OMS, nove sono in India. L’imprenditore indiano Jai Dhar Gupta ha visto i suoi profitti aumentare rapidamente: la sua società, Nirvana Being, vende online mascherine contro l’inquinamento. Negli ultimi quattro anni gli ordini sono passati da duecento a migliaia al giorno. Colpa dell’aria sempre più inquinata di quasi tutte le città indiane. Le cause sono diverse. Da una parte gli agricoltori del Punjab bruciano i rifiuti agricoli per preparare i campi per la stagione successiva, i venti spingono il fumo 200 miglia a sud e coprono i cieli di Nuova Delhi. Dall’altra la costruzione di nuove infrastrutture e palazzi viene condotta senza rispettare le regole che limitano l’inquinamento. Il Governo indiano ha preso dei provvedimenti per limitare queste pratiche, ma fatica a farli rispettare. [The New York Times; Kai Schultz, Jeffrey Gettleman, Hari Kumar and Ayesha Venkataraman]

IL FUTURO QUANTISTICO
Annunciati a Vienna i primi progetti finanziati nell’ambito della Quantum Flagship della Commissione Europea. 132 milioni assegnati a 20 consorzi internazionali per realizzare, nei prossimi tre anni, dei prototipi che mostrino la maturità tecnologica di certe applicazioni quantistiche. Il programma distribuirà in tutto un miliardo di euro, una cifra che per molti laboratori non farà la differenza. Ma alcuni ricercatori sono convinti che questi finanziamenti saranno fondamentali a costruire reti di collaborazione in Europa. Nel frattempo la Germania ha annunciato un piano di investimenti di 650 milioni di euro, e il Congresso deli Stati Uniti sta considerando la possibilità di stanziare 1,2 miliardi di dollari per il quantum computing. Il Regno Unito è stato un precursore, con 370 milioni di euro dedicati al National Quantum Technologies Programme nel 2014. Sembra, infine, che la Cina costruirà un centro di ricerca multimiliardario dedicato al quantum computing nella città di Hefei. [Nature; Davide Castelvecchi]

Su Nature Physics è stata dimostrata l’affidabilità di un metodo, finora considerato solo empirico, per dimostrare la quantum supremacy, ovvero la capacità di un computer quantistico di risolvere un problema computazionale che sarebbe impossibile da affrontare con un computer classico in un tempo ragionevole. Lo studio, guidato da Umesh Vazirani di UC Berkeley, ha mostrato che il metodo del random circuit sampling ha solide basi nella teoria della complessità computazionale. Potrebbe dunque diventare lo standard per stabilire la superiorità di un sistema quantistico rispetto a uno classico. Questo stesso metodo viene utilizzato dai ricercatori di Google per dimostrare la quantum supremacy del nuovo chip Bristlecone, contenente 72 q-bit, presentato a marzo di quest’anno. I risultati su Brisltecone dovrebbero arrivare entro la fine dell’anno e il coordinatore del gruppo si è dichiarato ottimista[Berkeley News; Sarah Yang]

RICERCA E SOCIETÀ
Un’analisi dei dati raccolti da RetractionWatch suggerisce che la pratica di ritirare un articolo scientifico potrebbe essere il sintomo di una crescente capacità di autoregolamentazione della comunità scientifica. Sono oltre 10 500 gli articoli ritirati analizzati da Science, attingendo al database del blog RetractionWatch negli ultimi 15 anni e reso pubblico la scorsa settimana. Il numero di articoli ritirati è in costante aumento, ma cresce più lentamente rispetto al numero di articoli pubblicati. A partire dal 2012 vengono ritirati circa 4 articoli ogni 10 000 pubblicazioni. Inoltre il numero di riviste che ritirano articoli è cresciuto notevolmente, sintomo di un cambiamento delle pratiche editoriali. Il team di Science ha inoltre osservato che un numero relativamente piccolo di autori è responsabile di una parte sostanziale delle ritrattazioni. Infine il 40% delle pubblicazioni contenute nel database non sono state ritirate a causa di frodi scientifiche o cattiva condotta, ma per errori o problemi di riproducibilità. [Science; Rethinking retractions]

L’identificazione di un soggetto grazie al suo DNA è resa sempre più facile dai database di alberi genealogici e dati genetici. Due studi pubblicati su Science e Cell all’inizio di ottobre mostrano che la nostra privacy è a rischio a causa di raccolte di dati come GEDmatch, che oggi contiene il profilo genetico e l’albero genealogico di oltre un milione di persone. Lo studio pubblicato su Science, coordinato dal genetista Yaniv Erlich, mostra che per i residenti negli Stati Uniti con discendenza europea c’è una probabilità del 60% che un cugino di terzo grado o meno appaia nel database di MyHeritage, una delle maggiori società di test genetici direct to consumer che Erlich dirige. Una percentuale analoga vale per GEDmatch, che invece è liberamente accessibile. Utilizzando poi informazioni come età e sesso, i ricercatori hanno trovato che è possibile risalire con una bassa percentuale di errore all’identità di una persona che non ha mai condiviso i suoi dati genetici, a partire da un campione del suo DNA. Sulla rivista Cell viene invece riportata una ricerca, coordinata da Noah Rosenberg della Stanford University, che mostra che è possibile stabilire dei legami tra database genetici mantenuti dalle forze dell’ordine e quelli di natura genealogica. Il motivo è che le informazioni contenute nel cosiddetto junk DNA possono essere utilizzate per predire le parti codificanti del genoma. [Le Monde; Catherine Mary]

Le 548 tonnellate di cannabis sequestrate in Europa nel 2016 rappresentano il 70% delle sostanze stupefacenti requisite nel nostro continente in quell’anno. Segue la cocaina (80 tonnellate), mentre l’eroina, in calo fino al 2014, si è stabilizzata sulle 4,3 tonnellate . Questi i dati contenuti nella Relazione europea sulla droga 2018, pubblicata dallo European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction, l’agenzia UE di monitoraggio sul consumo e la diffusione delle droghe d’abuso. Parallelamente si evolvono anche i metodi per testare la presenza di sostanze nei campioni biologici, dall’analisi delle urine fino a quella del capello, un vero e proprio magazzino di informazioni. [Scienza in rete; Valentina Meschia, Anna Romano]

Esordisce su Scienza in rete la Rubrica “Vero o Falso” di Ernesto Carafoli ed Enrico Bucci. La prima puntata riguarda la datazione della Sindone. Ma più che rispondere a un quesito di cui si conosce già la risposta (l’origine medievale della Sindone) gli autori vogliono spostare il dibattito sulla ricerca storica e scientifica sull’uso e sul significato delle reliquie dall’epoca medioevale o addirittura paleocristiana in poi, con i contributi dei due studiosi di reliquie Francesco Veronese e Andrea Nicolotti[Scienza in rete; Enrico Bucci, Ernesto Carafoli]

Le notizie di scienza della settimana #76

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 26 ottobre 2018]

L’associazione Italia Nostra ha lanciato una petizione perché venga stralciato dal Decreto Legge contenente “Disposizioni urgenti per la città di Genova” l’articolo che introduce la possibilità di condonare abusi edilizi sull’isola di Ischia. L’articolo 25 del Decreto proposto dal Governo permetterebbe infatti non solo di condonare edifici abusivi ma anche di accedere ai fondi per la ricostruzione del sisma del 2017. Molti degli abusi ammissibili per il condono sono posti in aree sottoposte a vincoli paesaggistici e idrogeologici. Nell’immagine: interventi di messa in sicurezza a Ischia, 26 agosto 2017. Credit: Dipartimento Protezione Civile / Flickr. Licenza: CC BY 2.0.

ELEZIONI
Jair Bolsonaro, il candidato di estrema destra favorito al ballottaggio per le presidenziali brasiliane che si terrà il 28 ottobre, minaccia di ritirarsi dall’accordo di Parigi, di voler allentare i vincoli sulla deforestazione in Amazzonia per favorire lo sviluppo economico e di destinare maggiori fondi pubblici per la ricerca militare. Il suo avversario, il candidato di sinistra Fernando Haddad per ora indietro nei sondaggi, si presenta con un programma che sostiene uno sviluppo sostenibile e un aumento dei finanziamenti pubblici alla ricerca scientifica. Ma gli scienziati dubitano che potrà mantenere la promessa. Qualunque sia il risultato di domenica i ricercatori brasiliani faticano a essere ottimisti sul loro futuro. [Science; Herton Escobar]

Il 6 novembre gli Stati Uniti voteranno per rieleggere numerosi membri di Camera e Senato. La maggioranza dei sondaggi indica come risultato più probabile che i Democratici riconquisteranno la maggioranza alla Camera, mentre i Repubblicani la manterranno al Senato. Tuttavia Nate Silver, il fondatore di FiveThirtyEight, raccomanda di considerare l’alto grado di incertezza che grava sulle elezioni di midterm (come su tutte le altre). Silver si meritò l’appellativo di prediction wizard quando FiveThirtyEight indovinò i risultati di 50 stati su 50 nelle elezioni del 2012. Ma nel 2016 stimò le probabilità di vittoria di Hillary Clinton nel 2016 al 71%. Il mago delle previsioni elettorali aveva perso i suoi poteri? In realtà sbagliò meno di tutti: alla fine una probabilità di vittoria del 29% vuol dire che la vittoria si può verificare quasi una volta su tre. Per comprendere questa affermazione bisogna andare al cuore del modello di previsione di FiveThirtyEight. Partendo dai risultati dei sondaggi elettorali, dopo averli “corretti” per una serie di fattori (ad esempio la rappresentatività statistica), l’algoritmo simula 20 000 elezioni. In ciascuna simulazione vengono considerati gli errori sui sondaggi basandosi sui dati storici. In particolare l’algoritmo tiene in conto le correlazioni tra gli errori sui sondaggi sia di natura geografica, che demografica (se i sondaggi hanno sistematicamente sottostimato il voto dei cittadini di origine ispanica per il candidato repubblicano, l’algoritmo simulerà più elezioni in cui i risultati elettorali si discostano dai sondaggi in quel senso). Questa operazione permette a FiveThirtyEight di calcolare delle probabilità di successo (in quante delle 20 000 elezioni simulate ha vinto un certo candidato?). Con questo modello FiveThirtyEight ha concluso che la probabilità dei Democratici di vincere la Camera è dell’ 84,2%, mentre quella dei Repubblicani di mantenere il Senato dell’82,1%. Come ben rappresentato graficamente (qui per la camera e qui per il Senato) sono numerose le configurazioni con probabilità non trascurabile in cui accade l’opposto. [Vox; Andrew Prokop]

Mercoledì 18 ottobre Facebook ha aperto le porte della sua war room a un gruppo di giornalisti. In questa stanza qualche decina di dipendenti, ingegneri, informatici ed esperti di cyber-sicurezza, lavorano per evitare intrusioni che possano influenzare il ballottaggio in Brasile e le elezioni di midterm negli Stati Uniti. La war room è solo l’ultimo degli strumenti di cui la compagnia si è dotata dopo l’accusa di aver condizionato in maniera illecita le presidenziali americane del 2016. Sono infatti 20 i team che si occupano di coordinare l’attività di 20 000 persone, per lo più dipendenti di aziende esterne, con lo scopo di identificare profili e notizie falsi e bloccarli. Ma cosa succede esattamente nella war room? Il tour offerto alla stampa non ha permesso di capirlo, ma molti sono scettici sulla sua efficacia. I contenuti che suscitano reazioni emotive forti sono alla base del successo della compagnia poiché garantiscono un alto livello di traffico e dunque permettono di vendere più facilmente gli spazi pubblicitari. [The Washington Post; Michael Liedtke]

BREXIT
29 Premi Nobel e 6 vincitori della Medaglia Fields per la matematica hanno indirizzato una lettera alla Prima Ministra britannica Theresa May e al Presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker chiedendo di lavorare per raggiungere un accordo che garantisca la più stretta collaborazione scientifica tra il Regno Unito e l’Unione Europea. Gli scienziati fanno riferimento in particolare alla necessità che la Gran Bretagna partecipi pienamente al prossimo programma quadro sulla ricerca e l’innovazione dell’UE, Horizon Europe. Se così non fosse il Regno Unito perderebbe decine di miliardi di euro di finanziamenti e rischierebbe di veder partire i numerosi scienziati europei che operano nei suoi istituti. Le preoccupazioni dei ricercatori che lavorano in Gran Bretagna sono state ben fotografate da un sondaggio realizzato presso il Francis Crick Institute, il più grande centro di ricerca biomedica del Paese. [Independent; Josh Gabbatiss]

I cittadini britannici sono più pessimisti sugli effetti di Brexit di quanto non fossero a giugno del 2016, ma le posizioni espresse al referendum condizionano ancora pesantemente le aspettative sul futuro. Un sondaggio, condotto recentemente dal Policy Institute del King’s College London e Ipsos MORI su un campione di 2 200 cittadini, ha rivelato che il 44% della popolazione si aspetta che il Regno Unito esca dall’Unione Europea senza un accordo a marzo 2019, solo il 29% pensa che verrà raggiunto un accordo. Ma il pessimismo è più diffuso tra coloro che avevano votato per rimanere nell’Unione: il 64% di questi ritiene che Brexit rallenterà la crescita economica del Paese, mentre questa posizione è condivisa solo dal 17% dei sostenitori del “Leave”. Le aspettative sugli effetti di Brexit sono peggiorate soprattutto riguardo alla qualità del National Health Service, un punto su cui si era concentrata la campagna del referendum. La percentuale di coloro che pensano che il sistema ne risentirà è passata dal 17% del 2016 al 34% di oggi. [The Conversation; Bobby Duffy, Anand Menon]

La pesca europea rischia di essere stravolta dalla Brexit: il Regno Unito ha ritirato unilateralmente la sua adesione alla Convenzione di Londra e quando uscirà dall’UE e dunque dalla Politica di Pesca Comune, minaccia di voler riprendere il controllo della sua Zona Economica Esclusiva (ZEE), un’area di 370 km al largo delle coste nazionali, tra le più pescose del continente. A farne le spese sarà prima di tutto la filiera francese: il 30% del pescato francese deriva da acque britanniche. Attualmente ogni Paese dell’Unione accede liberamente alla ZEE del Regno Unito a patto di rispettare certe quote di pescato, che tengono conto della conservazione della biodiversità marina e dei volumi di importazioni ed esportazioni. La Gran Bretagna ha dichiarato all’inizio di luglio che intende decidere unilateralmente l’accesso alla sua ZEE e chiede una rinegoziazione delle quote per difendere gli interessi dei pescatori britannici, che hanno votato in massa per il “Leave”. Dal canto suo Bruxelles risponde che una posizione simile spingerà l’Unione a rivedere le condizioni di esportazione del pesce britannico sul mercato europeo. [Le Monde; Anne Guillard]

A UN SECOLO DALLA SPAGNOLA
Se la pandemia più virulenta e mortale del secolo scorso è stata l’influenza Spagnola, quella di oggi potrebbe essere rappresentata dalla disinformazione sui vaccini. Heidi Larson, coordinatrice di The Vaccine Confidence Project, lancia l’allarme: la disinformazione sui vaccini, capace di circolare velocemente sui social media, aumenta lo scetticismo e rischia di farci trovare impreparati alla prossima pandemia. Si può classificare la disinformazione in livelli di dannosità. La più pericolosa è la cattiva scienza: medici che diffondono risultati di ricerche sbagliate (ne è un esempio il caso Wakefield). Segue la disinformazione diffusa da chi ha interessi economici, poi quella di chi ha interessi politici nel polarizzare il dibattito e infine quella di coloro che disseminano il panico su presunte reazioni avverse. Ma la disinformazione si può combattere sfruttando i suoi stessi mezzi di comunicazione, come dimostrano alcune esperienze in Irlanda e Danimarca. [Nature; Heidi J. Larson]

Analizzando le sequenze virali dal 1918 (influenza Spagnola) al 2009 (influenza Suina) un gruppo di ricercatori italiani e francesi, coordinati da Elisa Vicenzi del San Raffaele di Milano, ha osservato l’accumulazione di quattro mutazioni nella sequenza della nucleoproteina dei virus dell’influenza A. Il processo di degradazione da virus pandemico a virus stagionale avverrebbe attraverso la sostituzione di quattro lisine con quattro arginine in certe posizioni, rendendo il virus più sensibile alla risposta immunitaria innata dell’ospite. Potrebbe sembrare controintuitivo che un virus evolva diventando più vulnerabile, ma sul lungo periodo questo attenua la sua patogenicità e gli permette di infettare un numero maggiore di soggetti. [Scienza in rete; Elisa Vicenzi]

Le notizie di scienza della settimana #75

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 12 ottobre 2018]

La corte di appello dell’Aia ha pronunciato martedì una sentenza storica: ha condannato il Governo olandese per aver agito illegalmente non rispettando l’impegno a ridurre le emissioni di gas serra in maniera consistente. Così facendo il Governo non avrebbe preso le misure necessarie a prevenire la morte e il deterioramento della salute dei suoi cittadini. In particolare gli viene contestata la violazione dell’obbligo di protezione della popolazione, come stabilito dagli articoli 2 (diritto alla vita) e 8 (diritto alla famiglia e alla vita privata) della Convezione Europea dei Diritti dell’Uomo. Un grande successo per l’ONG Urgenda che aveva citato in giudizio il Governo del Paese nel 2015 per conto di quasi 900 cittadini. Nel 2017 le emissioni di gas serra nei Paesi Bassi sono diminuite solo del 13% rispetto ai livelli del 1990. La sentenza della Corte di Appello obbliga al raggiungimento di un taglio del 25% entro il 2020. Intanto a maggio il Governo ha annunciato l’intenzione di chiudere le tre più vecchie centrali a carbone e di puntare a una riduzione delle emissioni del 49% entro il 2030 e del 95% entro il 2050. La vittoria di Urgenda incoraggia altri processi simili che si stanno per celebrare nel mondo, primo fra questi “Juliava v. US” che prenderà il via il 29 ottobre in Oregon. Credit: NUON / Jorrit Lousberg / Flickr. Licenza: CC BY-NC 2.0.

IL PIANETA A +1,5 °C
È stato pubblicato lunedì il rapporto “Global Warming of 1.5℃” da parte dell’Intergovernmental Panel on Climate Change. Il documento analizza le conseguenze a breve e medio termine di un innalzamento della temperatura media globale di 1,5℃ rispetto ai livelli preindustriali e le misure necessarie per limitare il riscaldamento a questo livello. Il rapporto arriva alla vigilia della COP24, che si terrà a Katowice in dicembre, e offre una revisione sistematica di tutti gli studi scientifici rilevanti in tema di riduzione delle emissioni, riscaldamento globale e delle sue conseguenze politiche ed economiche. Gli Stati che hanno sottoscritto l’accordo di Parigi si sono impegnati a fare tutto ciò che è necessario per contenere l’aumento della temperatura “ben al di sotto dei 2℃”, ma il rapporto mostra la sostanziale differenza tra un mondo a +1,5℃ e +2℃. Soprattutto il rapporto cerca di indicare di quanto dovrebbero aumentare le ambizioni dei Paesi riguardo al taglio delle emissioni per rendere raggiungibile l’obiettivo +1,5℃ e passa in rassegna le tecnologie disponibili nel concreto. [Climalteranti.it; Stefano Caserini, Sylvie Coyaud e Valentino Piana]

Nello stesso giorno in cui è stato pubblicato il rapporto speciale dell’IPCC, l’Accademia reale svedese delle scienze ha assegnato il premio Nobel per l’economia a William Nordhaus, per aver compreso gli impatti economici del cambiamento climatico e aver proposto l’uso di una carbon tax per contenere il riscaldamento globale. Nordhaus parte dal principio che l’ambiente è un bene pubblico, da cui tutti traggono benefici ma per cui nessuno paga. L’introduzione di una tassa sui combustibili fossili guiderebbe il mercato, e dunque le imprese, verso una riduzione nell’utilizzo di questo tipo di fonti di energia. Inoltre è sua la proposta di un mercato delle emissioni, in cui si possano scambiare crediti e debiti. Secondo l’economista di Yale il capitalismo, attraverso opportuni strumenti, può rispondere a questa difficile sfida con cui l’umanità è chiamata a confrontarsi. [The Conversation Global; Andrew J. Hoffman, Ellen Hughes-Cromwick]

In Italia solo il quotidiano La Stampa riportava in prima pagina la notizia del rapporto pubblicato dall’IPCC, per il resto un vuoto clamoroso. “12 Anni per evitare la catastrofe”, il Guardian. “Un avvertimento terribile dagli scienziati ONU”, Washington Post. “Mantenere il riscaldamento a 1,5℃ implica un cambiamento radicale nel modello di crescita”, Le Monde. “L’ONU esorta a prendere misure drastiche contro il cambiamento climatico”, El País. Queste le prime pagine di martedì sul catastrofico report dell’IPCC, che tiene banco in tutto il mondo, ma che nel nostro Paese è passato quasi del tutto inosservato. “Eppure, passare da un aumento della temperatura di un grado e mezzo a uno di due sarebbe un disastro per tutto: dalla siccità all’emigrazione, ai diritti umani. Ce ne importa?”, si chiede Emanuele Bompan su Linkiesta. [Linkiesta; Emanuele Bompan]

POPOLAZIONI
I dati di comunicazione su Twitter possono essere utili per misurare il grado di integrazione delle diverse comunità di immigrati nelle città. Lo ha dimostrato un gruppo di ricercatori guidato dall’ingegnere Fabio Lamanna dell’Istituto de Fisica Interdisciplinar y Sistemas Complejos di Palma de Mallorca, in un recente lavoro pubblicato su PLOS ONE. Gli scienziati hanno analizzato migliaia di Tweet confrontando la lingua (determinata attraverso il software di Google Compact Language Detector) e la geolocalizzazione. Così facendo è stato possibile identificare 35 comunità di immigrati in 53 città. Sempre utilizzando la geolocalizzazione sono stati in grado di individuare il quartiere di residenza degli utenti e hanno così potuto concludere se erano ben integrati (guardando alla densità di abitanti non immigrati nel quartiere). Da quest’analisi emerge che nei quartieri centrali di Londra si osserva il più alto grado di integrazione (non è altrettanto vero per le zone periferiche dell’area metropolitana). Inoltre i ricercatori hanno individuato quali sono le comunità che tendono, in media, a integrarsi meglio. L’utilizzo dei dati Twitter per questo tipo di studi supplisce alle difficoltà nello svolgimento di censimenti sull’immigrazione, ma presenta dei limiti. Le comunità con età media più alta sono poco rappresentate e alcuni Paesi, come la Cina, sono esclusi poiché non è permesso l’accesso al social network. [National Geographic; Paul Buffa]

In un sondaggio condotto dal Pew Research Center tra maggio e luglio di quest’anno i cittadini di 10 Paesi europei hanno espresso posizioni più moderate sull’opportunità di accogliere i migranti rispetto a quanto ci si aspetterebbe considerando le politiche dei loro governi nazionali. In particolare nel nostro Paese il 56% dei rispondenti si è dichiarato favorevole ad accogliere più rifugiati, nonostante la Lega, uno dei due partiti al Governo, stia seguendo tutt’altra strategia. Risultati simili sono stati registrati in Germania e Svezia. Allo stesso tempo, però, gli intervistati si sono espressi compattamente contro le politiche dell’Unione in tema di immigrazione. [The Atlantic; Krishandev Calamur]

Nutrire 10 miliardi di persone entro il 2050 senza uscire dal safe operating space della Terra può essere realizzabile ma è necessario rispettare una serie di condizioni sulla produzione e il consumo di cibo. Una nuova ricerca della Oxford Martin School si è concentrata sull’impatto che la produzione di cibo ha sull’ambiente attraverso lo sfruttamento del suolo, l’utilizzo dell’acqua e l’inquinamento degli ecosistemi terrestri e marini. Se continuassimo come stiamo facendo ora fino al 2050, tenendo conto delle previsioni di crescita della popolazione, verrebbero oltrepassati uno o più planetary boundaries. I ricercatori hanno poi considerato una serie di opzioni per ridurre questo impatto: l’adozione di diete a maggior componente vegetale, il miglioramento delle tecniche agricole per limitare lo sfruttamento del suolo, l’estrazione di acqua dolce e l’uso di fertilizzanti, la riduzione degli sprechi alimentari [Nature; Marco Springmann et al.]

RICERCA E SOCIETÀ
Nel libro “Probabilità. Come smettere di preoccuparsi ed iniziare ad amare l’incertezza”, pubblicato lo scorso anno da Carocci, il logico matematico Hykel Hosni riflette sull’importanza di una cultura dell’incertezza. Se l’istinto porta ad assegnare una connotazione negativa all’incertezza, il ragionamento razionale dovrebbe portare in direzione opposta. Una maggiore confidenza con i concetti fondamentali della probabilità ci renderebbe prima di tutto cittadini consapevoli del nostro ruolo, capaci di scegliere tra le diverse opzioni, anche politiche, che via via si presentano. Hosni vuole spingere il lettore non solo ad accettare l’incertezza ma addirittura ad amarla. A che cosa si ridurrebbero le nostre giornate se conoscessimo il giorno preciso della nostra fine come esseri umani? La recensione di Marco Taddia. [Scienza in rete; Marco Taddia]

Partecipare a una competizione per ricevere fondi di ricerca ha un impatto positivo sulla quantità e la qualità degli articoli pubblicati nei cinque anni successivi alla richiesta di finanziamento. Vincere la competizione non ha, invece, un effetto significativo sulla produzione scientifica. È quanto emerge dallo studio condotto da Charles Ayoubi, Michele Pezzoni e Fabiana Visentin, pubblicato ad agosto sulla rivista Research Policy. I tre ricercatori hanno analizzato i dati relativi al programma di finanziamento SINERGIA, promosso dalla Swiss National Science Foundation. Confrontando gli scienziati che hanno partecipato al bando ma non hanno vinto con un gruppo che non vi ha partecipato ma che presenta caratteristiche simili, si vede che nei cinque anni successivi i primi pubblicano il 43% di articoli in più rispetto ai secondi. L’impact factor medio delle riviste che ospitano le pubblicazioni dei partecipanti è il 7% più alto rispetto a quello dei non partecipanti. Competere per un bando genera anche una maggiore capacità di espandere la propria rete di collaboratori. Al contrario i vincitori del bando non mostrano un aumento significativo della loro produttività, né in termini di quantità né di qualità. Due peculiarità del bando SINERGIA potrebbero aver avuto un peso importante nel determinare questi risultati: poco lavoro amministrativo per gli applicants e la richiesta di interdisciplinarità. [LSE Impact Blog; Charles Ayoubi, Michele Pezzoni, Fabiana Visentin]

Tre Nobel all’immunologia. Quest’anno il Premio Nobel per la Medicina è stato assegnato a due ricercatori, James Allison e Tasuku Honjo, per le loro scoperte nel campo dell’immunoterapia dei tumori. Ancora in immunologia si sono svolte le ricerche di Greg Winter, Nobel per la Chimica 2018, per lo sviluppo di nuovi approcci tecnologici per sviluppare anticorpi monoclonali. Sono quindi tre i Nobel dedicati quest’anno all’immunologia. Alberto Mantovani commenta l’importanza di questo riconoscimento e traccia le prospettive future dell’immunoterapia oncologica, dalla ricerca sulla resistenza di alcuni pazienti a queste terapie fino alla sfida dei vaccini preventivi e terapeutici contro il cancro. [Scienza in rete; Alberto Mantovani]

Le notizie di scienza della settimana #74

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 4 ottobre 2018]

"Operatori sanitari ne&ogravella provincia nordorientale del North Kivu, nella Repubblica Democratica delCongo. Credit: WHO / Tedros Adhanom Ghebreyesus / Twitter.
Giovedì scorso la World Health Organization ha alzato il livello di allerta sull’epidemia di Ebola in corso nella Repubblica Democratica del Congo, precisamente nella provincia nordorientale del North Kivu, al confine con Ruanda e Uganda. L’elemento che rende incerto l’esito di questa epidemia, che dal primo agosto ha già causato 104 morti, è la guerra che da anni affligge la zona. Gli scontri tra i gruppi armati delle Allied Democratic Forces e l’esercito della RDC ha costretto gli operatori sanitari ha interrompere le loro attività nella città di Beni, dove 33 persone sono state infettate dal virus Ebola. L’instabilità dovuta alla guerra ha inoltre reso la popolazione più diffidente del normale, spingedola a rifiutare le cure offerte e a non presentarsi ai centri di assistenza. A far salire il livello dell’allerta è stata la registrazione di un nuovo caso nella città di Tchomia, al confine con l’Uganda, e ben 50 chilometri a nord di Beni, segno che il virus si sta spostando. Se il contagio interessasse i Paesi vicini, l’epidemia potrebbe sfuggire dal controllo delle organizzazioni sanitarie e assumere le proporzioni di quella del 2014/2015 che causò migliaia di vittime. La differenza è che oggi esiste un vaccino sperimentale contro la malattia, che si è ormai rivelato estremamente efficace. Sarà cruciale però riuscire a somministrarlo a tutte le persone che potrebbero essere entrate in contatto con il virus. Credit: WHO / Tedros Adhanom Ghebreyesus / Twitter.

LA FISICA E LE DONNE

Il Nobel per la fisica è stato assegnato quest’anno a tre scienziati, tra cui una donna, che hanno dato contributi fondamentali alla fisica dei laser: lo statunitense Arthur Ashkin, il francese Gérard Mourou e la canadese Donna Strickland. Ashkin, oggi 96 anni, sviluppò tra gli anni ’70 e ’80 i cosiddetti optical tweezers, una sorta di “pinzette ottiche”, in grado di intrappolare e manovrare oggetti piccoli quanto atomi. Si sono rivelati fondamentali nello studio dei DNA e dei virus, sono alla base di orologi atomici super precisi e in generale hanno aperto i nostri occhi sul mondo microscopico. Mourou e Strickland hanno ricevuto il premio per aver messo a punto una tecnica, oggi chiamata chirped pulse amplification (CPA), in grado di restituire impulsi laser ultra corti di alta intensità. La CPA ha applicazioni in numerosi campi, dalla chirurgia dell’occhio, all’elettronica, alla diagnostica medica e più in generale nella biologia, nella chimica e nella scienza dei materiali. La CPA venne sviluppata dai due scienziati alla fine degli anni ’80 presso la University of Rochester, dove Strickland stava svolgendo il suo dottorato sotto la supervisione di Mourou. Ha fatto discutere il fatto che oggi Strickland, terza donna nella storia a ricevere il premio Nobel per la fisica dopo Marie Curie (1903) e Maria Goeppert-Mayer (1963), è “solo” associate professoralla University of Waterloo[Quantamagazine; Michael Moyer e Natalie Wolchover]

La notizia della terza donna nella storia premiata con un Nobel per la fisica arriva il giorno dopo la sospensione del fisico Alessandro Strumia dal CERN, per aver tenuto un seminario giudicato sessista e offensivo venerdì scorso, durante il workshop “High Energy Physics and gender”. Strumia ha presentato dati e statistiche estratti dal più grande archivio di articoli scientifici nel campo delle alte energie (INSPIRE), per mettere a confronto due teorie. La prima, da lui definita MAINSTREAM, è quella che sostiene che esista una discriminazione contro le donne nel campo delle alte energie, la seconda, denominata CONSERVATIVE, afferma invece che non ci sia simmetria tra uomini e donne in questa area della fisica (gli uomini sono più capaci delle donne o, peggio ancora, più “portati per” questo tipo di studi) e dunque che non si debba aspirare alla parità tra i due sessi. I dati, principalmente il numero di citazioni, presentati da Strumia hanno confutato la prima teoria e convalidato la seconda, dimostrando inoltre che se una discriminazione esiste questa avrebbe finora penalizzato gli uomini e non le donne. Nelle sue slide, ancora disponibili qui, Strumia ha scritto frasi come “Physics invented and built by men, it’s not by invitation.” e “Curie etc. welcomed after showing what they can do, got Nobels…”. Inoltre ha affermato di essere stato lui stesso vittima di discriminazione nel concorso per una posizione nell’INFN, secondo lui ingiustamente assegnata a una donna da una commissione presieduta da una donna. Nel suo comunicato il CERN, guidato dalla fisica Fabiola Gianotti, ha definito la presentazione di Strumia inaccettabile e contraria al codice di condotta del Centro. [The Guardian; Angela Giuffrida e Mattha Busbyn]

Tra le persone presenti al seminario di Strumia c’era Jessica Wade, post doc all’Imperial College, che ha espresso il suo dissenso prima in aula e poi su Twitter, sottolineando come il fisico abbia utilizzato i dati in maniera scorretta per sostenere la sua tesi (ad esempio usando il numero di citazioni come misura della bravura degli scienziati) e ha suggerito al fisico italiano di leggere il libro “Inferior. How Science Got Women Wrong and The New Research That’s Rewritting the Story”, scritto lo scorso anno dalla giornalista scientifica Angela Saini. Saini espone i risultati di studi sociologi condotti all’interno della comunità scientifica per mostrare come questa abbia considerato e consideri ancora le donne come un gruppo “inferiore”. La discriminazione riguarderebbe le assunzioni, ma anche il salario di partenza e le possibilità di carriera. E le donne non sarebbero meno “maschiliste” degli uomini, ma anzi soffrirebbero dello stesso bias[Independent; Chantal Da Silva]

LA DIFFICILE TRANSIZIONE ALL’OPEN ACCESS

L’annuncio di un ambizioso (e imminente) piano di transizione all’Open Access da parte di un consorzio di 12 agenzie nazionali di finanziamento della ricerca all’inizio di settembre lascia ben sperare, ma il sistema da rivoluzionare è ben radicato nelle pratiche della comunità scientifica e gli interessi privati incredibilmente grandi. Le case editrici scientifiche hanno margini di profitto che raggiungono il 40% sfruttando un “bizzarro” modello di business, che gli analisti hanno definito “triple pay mechanism”. Gli Stati di fatto pagano tre volte gli articoli prodotti dai loro scienziati: la prima volta attraverso lo stipendio degli autori che inviano gratuitamente i loro articoli per la pubblicazione, la seconda volta quando i ricercatori, sempre a titolo gratuito, eseguono il lavoro di revisione, la terza quando pagano l’accesso ai contenuti elettronici. Ma le metriche di valutazione basate sul numero e sull’impatto delle pubblicazioni legano i ricercatori a queste riviste che sfruttano un sistema di monopolio per aumentare continuamente i prezzi di sottoscrizione. Nella transizione all’Open Access le università si vedrebbero poi costrette a pagare contemporaneamente le commissioni per l’accesso e quelle per la pubblicazione in OA. I boicottaggi nei confronti dei colossi dell’editoria scientifica, primo fra tutti Elsevier, organizzati sia a livello istituzionale che individuale (con esperienze come Sci-Hub), non sono state finora sufficienti a portare e a termine questa rivoluzione. [Scienza in rete; Chiara Sabelli]

Secondo John Holmwood, sociologo alla University of Nottingham, la transizione all’Open Access sta privilegiando gli interessi privati, sfruttando però l’idea che sia per il bene comune. L’impegno politico sull’Open Access sarebbe più che altro motivato dalla necessità di accelerare la trasmissione di conoscenza tra l’accademia e l’industria e dunque ottenere più rapidamente il ritorno sull’investimento fatto in ricerca. Ma questo ritorno non sarebbe poi distribuito tra i contribuenti che la hanno, di fatto, finanziata. Inoltre il modello di Open Access proposto privilegia il consumo della ricerca rispetto alla sua produzione. Se infatti sarà necessario pagare per pubblicare in Open Access, i ricercatori dei Paesi più poveri potranno sì consultare liberamente i risultati prodotti dai loro colleghi dei Paesi ricchi, ma difficilmente riusciranno a pubblicare i propri lavori su quelle stesse riviste. In altre parole si passerebbe da un modello global open access to publish a uno global open access to read[LSE Impact Blog; John Holmwood]

RICERCA E SOCIETÀ

Il Ministro Bussetti ha annunciato il 26 settembre la nascita di un’agenzia nazionale per la ricerca, che metta a sistema tutte le realtà scientifiche italiane, facendo riferimento alla proposta che il Gruppo 2003 sostiene da anni. Ma l’agenzia promossa dal Gruppo 2003 avrebbe caratteristiche diverse rispetto a quelle prospettate dal ministro. Il Gruppo ha proposto un’agenzia che abbia da una parte competenze politiche, come la scelta delle priorità e dell’allocazione delle risorse globali e di ciascun settore, dall’altra competenze esecutive, come identificare le modalità con cui dare una risposta agli indirizzi del Governo, valutando l’appropriatezza delle risorse messe a disposizione e segnalando i punti di forza e di debolezza della ricerca nel Paese. [Scienza in rete; Gruppo 2003]

Il premio Nobel per la fisiologia o la Medicina è stato assegnato lunedì a James Allison e Tasuku Honjo, per aver sfruttato il sistema immunitario per attaccare e far recedere i tumori. Allison e Honjo hanno scoperto due diverse proteine, la CTLA-4 e la PD-1, che agiscono come un freno sul sistema immunitario, impedendogli di attivarsi contro il cancro. Nei primi anni ’90 i due scienziati sono riusciti a dimostrare come, intervenendo su questi “freni”, sia possibile spingere il sistema immunitario ad attaccare e distruggere le cellule tumorali. Inizialmente le case farmaceutiche hanno opposto resistenza a questo tipo di terapie, considerate così diverse rispetto al paradigma di cura del cancro (chirurgia, radiazioni, chemioterapia). È stato grazie a una piccola società, la Medarex, che l’immunoterapia ha raggiunto i pazienti oncologici. Il primo farmaco basato su questi meccanismi è stato approvato nel 2011 rivelandosi incredibilmente efficace nella cura di alcuni tumori, anche metastatici. [Science; Gretchen Vogel, Jennifer Couzin-Frankel, Dennis Normile]

Il premio Nobel per la chimica è andato a Frances H Arnold, quinta donna a ricevere questo riconoscimento, George P Smith e Gregory P Winter, per aver sfruttato i meccanismi dell’evoluzione nello sviluppo di proteine utilizzate in biocarburanti e farmaci. Arnold, del California Institute of Technology, ha ricevuto metà del premio per il suo lavoro sugli enzimi, i catalizzatori delle reazioni chimiche. La scienziata identificò una serie di mutazioni utili per far funzionare gli enzimi in ambienti “industriali”, ad esempio all’interno di un solvente, riducendo così l’utilizzo di catalizzatori tossici. Smith e Winter, invece, sono stati premiati per aver utilizzato i fagi, un tipo di virus in grado di infettare i batteri, per studiare quali sono le proteine espresse da certi geni. Winter ha poi osservato che intervenendo geneticamente sui fagi è possibile produrre una serie di anticorpi, che appaiono sulla superficie del virus stesso. Questo meccanismo è alla base di farmaci contro le malattie più diverse, da alcuni tipi di tumore alle patologie autoimmuni. [The Guardian; Nicola Davis]

La difficile transizione all’Open Access

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 3 ottobre 2018]

Il 4 settembre scorso un gruppo di 12 agenzie europee di finanziamento della ricerca ha annunciato l’iniziativa di conversione all’Open Access (OA) Plan S, che prevede di rendere obbligatoria entro il 2020 la pubblicazione immediata in OA per tutti i ricercatori che ricevono fondi da enti pubblici europei. Tra i sottoscrittori di questa iniziativa c’è anche Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), unico ente italiano. «L’INFN ha una tradizione Open Access ed è da anni in prima linea nella sua promozione con progetti come SCOAP3 in collaborazione con il CERN», ha affermato Fernando Ferroni, presidente dell’INFN (qui il modello di funzionamento di SCOAP3).

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Le notizie di scienza della settimana #73

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 26 settembre 2018]

La lettera in cui Galileo Galilei critica il sostegno al modello geocentrico da parte della Chiesa cattolica. La lettera risalirebbe al dicembre del 1613 ed è indirizzata all'amico e matematico pisano Benedetto Castelli. Il documento potrebbe confermare che la copia che il frate domenicano Niccolò Lorini consegnò al tribunale dell'Inquisizione a Roma nel 1615 non era stata modificata ad arte, come sostenne a lungo lo stesso Galileo, ma era effettivamente l'originale. Solo successivamente Galileo avrebbe moderato i toni della lettera, che Castelli gli aveva nel frattempo restituito, per evitare ciò che poi accadde: il processo e la condanna per eresia. A trovare la lettera è stato Salvatore Ricciardo, post-doc in storia della scienza all'Università di Bergamo. I documenti della biblioteca indicano che la lettera è stata inclusa nel catalogo nel 1840, ma è probabile che fosse lì già da un secolo. Potrebbe essere passata inosservata poiché gli studiosi di Galileo consultano naturalmente la British Library, piuttosto che la biblioteca della Royal Society.
È stata scoperta nella biblioteca della Royal Society di Londra la lettera in cui Galileo Galilei critica il sostegno al modello geocentrico da parte della Chiesa cattolica. La lettera risalirebbe al dicembre del 1613 ed è indirizzata all’amico e matematico pisano Benedetto Castelli. Il documento potrebbe confermare che la copia che il frate domenicano Niccolò Lorini consegnò al tribunale dell’Inquisizione a Roma nel 1615 non era stata modificata ad arte, come sostenne a lungo lo stesso Galileo, ma era effettivamente l’originale. Solo successivamente Galileo avrebbe moderato i toni della lettera, che Castelli gli aveva nel frattempo restituito, per evitare ciò che poi accadde: il processo e la condanna per eresia. A trovare la lettera è stato Salvatore Ricciardo, post-doc in storia della scienza all’Università di Bergamo. I documenti della biblioteca indicano che la lettera è stata inclusa nel catalogo nel 1840, ma è probabile che fosse lì già da un secolo. Potrebbe essere passata inosservata poiché gli studiosi di Galileo consultano naturalmente la British Library, piuttosto che la biblioteca della Royal Society. Credit: Mr.Shoval / Wikipedia. Licenza: Public Domain.

LA SCIENZA DEI TEST DELLA PERSONALITÀ

Dall’analisi dei questionari di 1,5 milioni di persone, un gruppo di ricercatori della University of California San Diego ha identificato quattro tipi di personalità che sarebbero rappresentativi della maggioranza dei rispondenti: reservedself-centered role model e average (la categoria più popolata) . La ricerca è stata pubblicata la scorsa settimana su Nature Human Behaviour. I questionari considerati misurano i cinque fattori del modello Big Five, la teoria psicologica secondo cui esistono cinque tratti salienti (estroversione, amichevolezza, coscienziosità, instabilità emotiva e apertura mentale) che permettono di prevedere i comportamenti umani, come l’inclinazione per un certo tipo di lavoro, la forza delle relazioni interpersonali, persino la probabilità di sviluppare malattie mentali o fisiche. I questionari restituiscono però uno spettro continuo: ognuno di noi può avere una diversa combinazione di punteggi. I ricercatori statunitensi hanno impiegato un algoritmo di machine learning preso a prestito dalla fisica delle particelle per raggruppare le risposte. Il software è stato prima allenato su un campione di 150 000 questionari, da cui ha appreso il numero e le caratteristiche delle quattro categorie. Ad esempio la categoria media è popolata da profili con punteggi alti su instabilità emotiva ed estroversione, bassi su apertura e medi su amichevolezza e coscienziosità, mentre la categoria self-centered è caratterizzata da estroversione elevata, instabilità media, scarsa apertura mentale, coscienziosità e amichevolezza. L’algoritmo ha poi processato i dati restanti, confermando la validità di questa categorizzazione. L’analisi mostra come sia possibile sintetizzare una grande quantità di dati. Se però questa classificazione sia utile per prevedere i nostri comportamenti resta da dimostrare.[Scientific American; Dana G. Smith] 

La versione digitale del paradigma Big Five è stata sfruttata dalla società Cambridge Analytica, specializzata nella pianificazione di campagne informative di microtargeting, per influenzare le elezioni presidenziali americane del 2016. Cambridge Analytica ha ottenuto i dati Facebook di 50 milioni di elettori americani da Aleksandr Kogan, un ricercatore dell’Università di Cambridge che aveva collaborato allo sviluppo di un modello che assegnava un punteggio a ciascun tratto di personalità a partire dall’attività degli utenti sul social network (reti di amicizia, ‘Like’, commenti). [University of Cambridge; Communication Office]

Il risultato pubblicato su Nature Human Behaviour arriva pochi giorni dopo la pubblicazione del libro “The Personality Brokers: The Strange History of Myers-Briggs and the Birth of Personality Testing”, in cui Merve Emre raccontata la storia del test della personalità più diffuso negli uffici delle risorse umane, il Myers-Briggs Type Indicator (MBTI). Ogni anno due milioni di persone in 26 Paesi del mondo si sottopongono a questo test: aspiranti impiegati, studenti, soldati, persone in cerca di un partner. Il test è basato sull’intuizione di Katharine Briggs e di sua figlia Isabel Myers: ciascuno di noi può essere classificato in base a quattro caratteristiche dicotomiche ( estroversione / introversione, intuizione / riflessione, razionalitè /istinto, giudizio / percezione). Emergono così 16 tipi diversi (le combinazioni possibili di quattro variabili ciascuna con due valori). Emre conclude che l’MBTI non ha alcuna base scientifica e che è uno dei prodotti più insensati del capitalismo. Del resto anche l’Educational Testing Centre, l’organo che amministrava uno dei primi test per l’ammissione ai college americani, studiò l’MBTI e concluse che non aveva alcuna base scientifica (più di metà di coloro che ripetevano due volte il test ottenevano risultati diversi, la maggior parte dei profili non poteva essere assegnato ai valori estremi di ciascuna caratteristica ma piuttosto cadeva nel mezzo). [The New Yorker; Louis Menand]

QUANTO CI COSTA IL CAMBIAMENTO CLIMATICO?

Saranno gli Stati Uniti e la Cina a pagare il prezzo più alto per gli effetti del cambiamento climatico. Ad affermarlo è un articolo pubblicato lunedì sulla rivista Nature Climate Change che offre una stima del costo socioeconomico legato a ciascuna tonnellata di CO2 emessa per oltre 200 Paesi. Il lavoro considera per la prima volta il contributo dei diversi Stati separatamente, e questo aumenta la sua importanza anche a livello politico, soprattutto in vista della prossima Conferenza delle Parti, che si terrà a dicembre a Katowice in Polonia e che discuterà delle sorti dell’accordo di Parigi. I due maggiori emettitori, USA e Cina, perderebbero 48 e 24 $ per tonnelata rispettivamente, e il costo globale ammonterebbe a 400$ per tonnellata (questo significherebbe che solo nel 2017 abbiamo perso 16 000 miliardi di dollari). I risultati confermano inoltre le disuguaglianze tra i Paesi ricchi e quelli in via di sviluppo, che hanno emesso meno finora ma pagano già conseguenze più gravi (Canada e Russia guadagnano ancora dalle emissioni di biossido di carbonio, mentre l’India perde 10 $ per ogni tonnellata). [Nature; Editorial]

Entro la fine del secolo potrebbero essere 13 milioni i cittadini statunitensi costretti a spostarsi a causa del cambiamento climatico. Questa la stima di uno studio pubblicato lo scorso anno su Nature Climate Change che ha considerato l’effetto dell’innalzamento dei mari e della temperatura sulle popolazioni che abitano le coste del Paese. Sei milioni le persone costrette a spostarsi solo in Florida. La migrazione annunciata sarebbe paragonabile alla cosiddetta Great Migration, che tra il 1910 e il 1970 vide sei milioni di afroamericani spostarsi dagli stati del sud verso le città industrializzate del nord. Tuttavia, mentre la Great Migration interessò un numero ristretto di stati, il fenomeno che abbiamo davanti riguarderà probabilmente tutto il Paese, con gli abitanti delle coste che cercheranno rifugio all’interno e in regioni più elevate. [The Guardian; Oliver Milman]

RICERCA E SOCIETÀ

Sono più di 5 000 gli scienziati tedeschi che hanno pubblicato articoli sulle cosiddette riviste predatorie. Sarebbero 400 000 i ricercatori coinvolti a livello globale. Il volume del fenomeno è triplicato dal 2013 a oggi. È quanto ha scoperto un team di giornalisti investigativi, appartenenti a diversi Paesi tra cui Germania, Francia, Austria, Norvegia, India, Corea del Sud, analizzando oltre 175 000 articoli pubblicati su riviste pseudo-scientifiche: pagare per pubblicare ottenendo anche il timbro di garanzia di un rigoroso processo di peer review. Creando identità fasulle, i giornalisti sono riusciti a pubblicare articoli del tutto inventati in pochi giorni, scoprendo che spesso non veniva condotta alcuna revisione. Il giro di affari delle riviste predatorie non si limita all’editoria, ma riguarda anche le conferenze scientifiche. Molti ricercatori hanno dichiarato di aver accettato di pubblicare su questi giornali a causa delle pressioni subite per ottenere posizioni di lavoro stabili o avanzamenti di carriera. (L’inchiesta pubblicata sul Süddeutsche Zeitung Magazin è stata tradotta in italiano da Internazionale, n.1274). [NDR, Suddeutsche Zeitung in collaborazione con The Guardian, Le Monde, New Yorker, Indian Express, Newstapa e altri]

Ci sono anche due italiani tra gli 11 astri nascenti della scienza individuati dal Nature Index in combinazione con il League of Scholars Whole-of-Web (WoW) ranking. Si tratta di Silvia Marchesan, chimica dell’Università di Trieste, e Giorgio Vecchiano, ecologo dell’Università di Milano. L’analisi si è concentrata su 500 ricercatori con pubblicazioni in 82 riviste indicizzate nel 2017 e che hanno pubblicato il primo articolo meno di 20 anni fa. Gli 11 astri nascenti hanno mostrato una crescita annuale nel numero di citazioni e hanno ottenuto un punteggio elevato nel ranking WoW, un algoritmo simile al Google PageRank che valuta la capacità di creare reti di collaboratori e l’impatto della ricerca anche fuori dall’ambito accademico. [Catherine Armitage, Katherine Bourzac, Elie Dolgin e Smriti Mallapaty; Scientific American]

L’espulsione di Peter Gøtzsche dalla Cochrane Collaboration, proposta lo scorso 13 settembre dal direttivo della stessa organizzazione, ha aperto una crisi all’interno della storica associazione votata Evidence Based Medicine. La decisione è probabilmente motivata dalla critica mossa a luglio dal Nordic Cochrane Center alla revisione sul vaccino HPV, che la collaborazione aveva pubblicato a maggio di quest’anno. L’epidemiologo Eugenio Paci ha commentato l’accaduto ripercorrendo un caso simile sullo screening mammografico [Eugenio Paci; Scienza in rete]. La decisione di espellere Gøtzsche ha causato le dimissioni di quattro membri del direttivo. Il network italiano della Cochrane riflette sull’accaduto [Network italiano Cochrane; Scienza in rete]. Infine Luca Carra ha intervistato Tom Jefferson, autore insieme a Jørgensen di un editoriale, pubblicato sul British Medical Journal a marzo del 2018 dal titolo “Redefining ‘E’ in EBM”, dove la E andrebbe intesa come “Ethics” oltre che come “Evidence” [Luca Carra; Scienza in rete]

Sofosbuvir: la battaglia continua

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 23/09/2018]

In una seduta pubblica svoltasi a Monaco il 13 settembre, lo European Patent Office (EPO) ha deciso di respingere l’opposizione al brevetto sul farmaco sofosbuvir, un antivirale ad azione diretta utilizzato per curare l’epatite C, di proprietà dalla società farmaceutica Gilead Sciences. La richiesta di opposizione era stata depositata a marzo dello scorso anno simultaneamente in 17 Paesi, tra cui India, Argentina, Brasile, Cina e Stati Uniti, da parte di una serie di organizzazioni non governative e associazioni di pazienti (in Europa Medici Senza Frontiere e Médecins du Monde).

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Le notizie di scienza della settimana #72

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 19 settembre 2018]

L'uragano Florence fotografato dalla Stazione Spaziale Internazionale il 10 settembre 2018. Credit: NASA. Licenza: Public Domain.
Dopo aver raggiunto il North Carolina venerdì pomeriggio, l’uragano Florence ha rallentato la sua corsa, rimanendo sui territori del North Carolina e South Carolina fino a domenica. La permanenza prolungata dell’uragano, che intanto era stato declassato a ciclone tropicale di categoria 2 per la minore intensità dei suoi venti, ha portato nella regione temporali molto intensi. In alcune città sono caduti oltre 70 cm di pioggia in soli due giorni causando, anche nelle zone più interne, l’esondazione di torrenti e fiumi che potrebbero continuare nei prossimi giorni. Finora le vittime accertate sono 32, 500 000 le persone rimaste senza elettricità, oltre 2 500 le persone salvate dai soccorritori. Il ruolo del cambiamento climatico nel determinare la violenza degli uragani è stato analizzato in uno studio pubblicato a maggio sul Journal of Climate: simulando 22 uragani recenti in uno scenario con temperature più alte, gli scienziati hanno osservato che non diventano più intensi ma quasi tutti portano maggiori quantità di pioggia, con un aumento medio del 25% nel livello delle precipitazioni. Il motivo è che la capacità dell’aria di trattenere umidità aumenta del 7% per ogni grado centigrado di temperatura in più. Per capire quanto e come l’aumento della temperatura globale ha influenzato l’uragano Florence servirà tempo: gli scienziati dovranno eseguire tutte le simulazioni del caso. Tuttavia la possibilità di attribuire le caratteristiche di singoli eventi meteorologici al cambiamento climatico sta diventando una scienza sempre più affidabile. Nell’immagine: l’uragano Florence fotografato dalla Stazione Spaziale Internazionale il 10 settembre 2018. Credit: NASA. Licenza: Public Domain.

SOFOSBUVIR: LA BATTAGLIA CONTINUA

Riunito a Monaco il 13 settembre, lo European Patent Office (EPO) ha deciso di respingere l’opposizione al brevetto sul farmaco contro l’epatite C Sofosbuvir, di proprietà dalla società Gilead Sciences. La richiesta di opposizione era stata depositata a marzo dello scorso anno da una serie di organizzazioni non governative appartenenti a 17 Paesi, tra cui Medici Senza Frontiere e Médecins du Monde. Il motivo dell’opposizione è che la scienza dietro il Sofosbuvir non ha elementi di novità sufficienti per giustificare la copertura brevettuale. La decisione dell’EPO preclude di fatto l’accesso al costoso farmaco per i cittadini europei, che non possono acquistare le versioni generiche più economiche vendute in altri Paesi. Il Sofosbuvir, lanciato sul mercato da Gilead alla fine del 2013, è un antivirale diretto per il trattamento dell’epatite C e in Europa il costo di un ciclo di dodici settimane di terapia è di 59 mila dollari. [Doctors Without Borders; Redazione]

Oggi il governo indiano acquista lo stesso ciclo di terapia al costo di 80 dollari dai produttori di farmaci generici indiani. La terapia è poi distribuita gratuitamente ai pazienti degli stati del Punjab e di Haryana, circa 60 mila persone. Come è stato possibile? Grazie all’azione combinata di attivisti, medici e rappresentanti del governo, che hanno favorito il superamento degli ostacoli riguardanti la proprietà intellettuale e l’approvazione del generico da parte dell’agenzia del farmaco. Le società farmaceutiche indiane sono state in grado di offrire un prezzo così basso perché il numero totale di pazienti bisognosi della terapia è talmente elevato che i margini di profitto sono comunque garantiti. [Undark Magazine; Huizhong Wu]

Nel frattempo, a luglio di quest’anno, l’associazione indiana Delhi Network of Positive People (DNP+) ha depositato un’opposizione alla richiesta di brevetto su altri due farmaci contro l’epatite C: il Velpatasvir, un antivirale usato insieme al Sofosbuvir, e l’Epclusa, una combinazione a dose fissa di Sofosbuvir e Velpatasvir efficace al 90% su sei genotipi del virus. Entrambi i brevetti sono di proprietà della Gilead Sciences. La decisione su questa opposizione sarà cruciale per garantire l’accesso a queste terapie non solo ai cittadini indiani, ma anche alle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo. [The Telegraph India; Redazione]

OPEN ACCESS: DA SOGNO A REALTÀ?

I risultati della ricerca finanziata pubblicamente dovrebbe essere disponibili gratuitamente. Questo il punto dell’editoriale di George Monbiot sul Guardian, che evidenzia, ancora una volta, l’ingiustizia del mercato dell’editoria scientifica. Dominato da cinque grandi aziende (Reed Elsevier, Springer, Taylor & Francis, Wiley-Blackwell e American Chemical Society) questo mercato è basato su un modello di business che Monbiot definisce una “rapina”. Le case editrici ricevono dai ricercatori una bozza dell’articolo, affidano ad altri ricercatori la revisione e questi la eseguono a titolo gratuito, e infine pubblicano la versione corretta. Le biblioteche universitarie e i centri di ricerca pubblici devono poi pagare tariffe esorbitanti per accedere a questi stessi contenuti e al privato cittadino, che ha già contribuito con le sue tasse, vengono richiesti fino a 50 dollari per leggere un singolo articolo. Monbiot loda l’opera di hackeraggio di Alexandra Elbakian, la ricercatrice kazaka fondatrice di Sci-Hub e osserva che esperienze come quelle della Public Library of Science dimostrano che non servono paywall per produrre riviste eccellenti. [The Guardian; George Monbiot]

Nel suo editoriale Monbiot accoglie inoltre con ottimismo l’iniziativa di conversione all’Open Access (OA) “Plan S”, lanciata il 4 settembre da 11 agenzie europee di finanziamento della ricerca, tra cui anche un ente italiano, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN). Il piano prevede di rendere obbligatoria entro il 2020 la pubblicazione immediata in OA per tutti i ricercatori che ricevono fondi da queste agenzie. Le riviste che rispettano i requisiti stabiliti dal piano sono solo il 15% del totale. Sono infatti esclusi i giornali che permettono la consultazione gratuita degli articoli solo dopo sei mesi dalla pubblicazione e anche quelli con modello ibrido (che prevedono di norma l’accesso a pagamento ma consentono di pubblicare singoli articoli in OA pagando un’ulteriore commissione). Il modello proposto si ispira a quello della Bill & Melinda Gates Fundation, che ha spinto alcune riviste a convertire il loro modello di business. Ed è quello che sperano di fare anche i promotori del Plan-S, ma sono numerose le agenzie nazionali della ricerca che non hanno ancora aderito, esprimendo dei dubbi sulla scadenza del 2020, sull’esclusione delle riviste ibride e sui costi di pubblicazione che dovrebbero sostenere. Manca, soprattutto, l’adesione della Commissione Europea, che sta ancora mettendo a punto i dettagli del suo prossimo programma quadro per la ricerca e l’innovazione Horizon Europe.[Nature; Holly Else]

L’articolo di Monbiot ha aperto un dibattito con i ricercatori e i rappresentanti delle associazioni di editori. I primi si dichiarano d’accordo e difendono convintamente il passaggio all’Open Access, che, tra l’altro, renderebbe accessibile la ricerca anche a coloro che lavorano nelle università dei Paesi in via di sviluppo. Al contrario i secondi difendono il ruolo delle case editrici nel migliorare, archiviare e rendere disponibile online gli articoli scientifici, sottolineando infine l’importanza delle metriche di valutazione della ricerca introdotte proprio dalle case editrici. [The Guardian; Readers]

RICERCA E SOCIETÀ

Durante l’incontro annuale della Cochrane collaboration il 13 settembre a Edimburgo il comitato esecutivo ha votato l’espulsione di uno dei suoi membri, Peter Gøtzsche, leader riconosciuto del centro nordeuropeo della Cochrane basato a Copenhagen, il Nordic Cochrane Center. La decisione è probabilmente motivata dalla critica mossa a luglio dal Nordic Cochrane Center riguardo la revisione sul vaccino HPV, che la collaborazione aveva pubblicato a maggio di quest’anno. L’epidemiologo Eugenio Paci commenta l’accaduto, essendo stato lui stesso testimone di un incidente simile con Peter Gøtzsche sull’efficacia dello screening mammografico. [Scienza in rete; Eugenio Paci]

Assegnati il 14 settembre i premi Ig Nobel 2018 che riconoscono risultati scientifici che prima fanno ridere le persone e poi le spingono a riflettere. Ecco alcuni dei vincitori. Il premio per l’economia è stato assegnato a un gruppo di ricercatori che ha investigato l’efficacia per gli impiegati di vendicarsi del loro capo attraverso una bambola Voodoo. Quello per la pace è andato alla ricerca sulla frequenza e la motivazione delle grida e delle imprecazioni alla guida. Infine il premio per la chimica: misurare quanto la saliva sia in grado di pulire superfici sporche. [Ars Technica; Jennifer Ouellette]

Gli esseri umani e la tecnologia fanno parte del sistema Terra e dovrebbero contribuire alla sua autoregolazione. In un articolo pubblicato su Science, l’ecologo Tim Lenton e il filosofo Bruno Latour propongono un aggiornamento della cosiddetta “Ipotesi Gaia”. La teoria, proposta dal chimico James Lovelock e sviluppata dalla microbiologa Lynn Margulis negli anni ’70, parte dal presupposto che le condizioni di abitabilità del nostro pianeta siano determinate dall’azione simultanea e sinergica di tutti gli esseri viventi che la abitano. L’ingresso nell’epoca dell’Antropocene ci sta spingendo a essere consapevoli delle conseguenze delle nostre azioni sul clima globale e, in alcuni casi, ad autoregolarci. Queste scelte di autoregolazione, affermano i due autori, potrebbero essere fatte nel quadro più ampio dell’ipotesi Gaia, creando così le condizioni per una Gaia 2.0. [Science; Timothy M. Lenton, Bruno Latour]

Nel suo ultimo libro “Tracciare la rotta. Come orientarsi in politica”, il filosofo Bruno Latour analizza gli effetti politici del nuovo regime climatico sancito dall’accordo di Parigi. Secondo Latour sia le tendenze sovraniste e populiste che attraversano l’Europa sia il negazionismo trumpiano sono reazioni al disvelamento della realtà climatica, che ha colto un po’ tutti di sorpresa e comincia a porre interrogativi inquietanti sulla qualità della vita in un futuro non toppo lontano.[Scienza in rete; Luca Carra]

Le notizie di scienza della settimana #71

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 12 settembre 2018]

Il ministro della salute della Repubblica Democratica del Congo Oly Ilunga Kalenga insieme agli amministratori locali accolgono una delegazione ONU a Beni, nella provincia del Nord Kivu, il 2 agosto 2018, dove è stata dichiarata una nuova epidemia di Ebola.
Una nuova epidemia di Ebola è stata dichiarata il 1° agosto nella provincia orientale del Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo (RDC). Solo il 24 luglio le autorità sanitarie avevano dichiarato chiusa un’altra epidemia di Ebola, la nona negli ultimi 40 anni, che aveva colpito il nordovest del Paese all’inizio di maggio, ma era stata rapidamente controllata anche grazie all’utilizzo di un vaccino sperimentale. Al 3 settembre i decessi erano 82 e le persone raggiunte dal vaccino, somministrato secondo uno schema ad anelli concentrici, erano oltre 6 000. Resta comunque molto difficile intervenire nella zona, poiché tutta la provincia è interessata dal 2004 dal conflitto tra le milizie ribelli Allied Democratic Forces e l’esercito della RDC. La popolazione è infatti molto provata e alcuni rifiutano di condurre i parenti malati nei centri di cura, scoraggiati anche dall’isolamento cui verrebbero sottoposti e dall’aspetto degli operatori sanitari protetti dalle tute anti contaminazione. Ma la ONG ALIMA (The Alliance For International Medical Action) sta cercando di superare questi ostacoli, offrendo assistenza ai casi confermati di Ebola in un nuovo tipo di struttura, installato nella città di Beni. Qui i pazienti vengono ricoverati in unità individuali di isolamento chiamate CUBE, che permettono da una parte il contatto visivo con i parenti e dall’altra agli operatori di lavorare senza indossare le tute speciali. Nell’immagine: il ministro della salute della Repubblica Democratica del Congo Oly Ilunga Kalenga insieme agli amministratori locali accolgono una delegazione ONU a Beni, nella provincia del Nord Kivu, il 2 agosto 2018. Credit: MONUSCO Photos / Flickr. Licenza: CC BY-SA 2.0.

SMETTIAMO DI CREDERE (CIECAMENTE) NEGLI ALGORITMI

Nel suo libro “Hello World: Being Human in the Age of Algorithms”, appena pubblicato nel Regno Unito, la matematica Hannah Fry affronta il tema degli algoritmi e di come limitare i loro effetti negativi nella società. In primo luogo dovremmo smettere di riconoscere agli algoritmi un’autorità superiore. In secondo luogo potremmo programmarli in modo che sia esplicita l’incertezza che è contenuta nei loro risultati. I sistemi di riconoscimento facciale, per esempio, potrebbero indicare una serie di possibili identità e non una sola e lasciare la scelta finale agli esseri umani. Secondo Fry il risultato migliore si ottiene quando gli algoritmi lavorano insieme alle persone, come accade nei sistemi che analizzano le immagini delle mammografie per individuare possibili formazioni tumorali. Il software identifica un sottoinsieme di immagini in cui sospetta di vedere un cancro e le sottopone al vaglio del medico. [The Wall Street Journal; Hannah Fry]

Intanto alla fine di luglio negli Stati Uniti il senatore Mark Warner ha presentato una proposta di legge sulla regolamentazione dei social media e delle compagnie tecnologiche. La proposta rispetta l’approccio che da sempre la legislazione americana ha avuto su questi temi: non limitare l’accesso ai dati. Warner propone infatti di favorire l’ingresso di competitor nel mercato dei dati, permettendo agli utenti Facebook ad esempio, di consegnare i loro dati personali ad altre compagnie del settore. Sostanzialmente un tentativo di interrompere il monopolio delle big tech. Il secondo punto della proposta riguarda invece gli algoritmi, in particolare quelli utilizzati in alcuni settori sensibili, come il credito, la salute, le assicurazioni. I Governi, propone Warner, potrebbero infatti esigere che i software utilizzati in questi ambiti siano sottoposti a procedure di auditing che ne accertino la qualità e l’equità. [Bloomberg Opinion; Cathy O’Neil]

Ulteriori rischi connessi all’utilizzo, sempre più diffuso, di sistemi di decisione automatizzati potrebbero derivare dall’interazione degli algoritmi tra loro. Un esempio è quello dell’High Frequency Trading (HFT), lo scambio di titoli sul mercato azionario affidato a software che operano su scale di tempo molto piccole cercando di sfruttare la volatilità dei prezzi. L’interazione dei software di HFT appartenenti a vari fondi di investimento ha causato nel 2010 il cosiddetto flash crash, un intervallo di pochi minuti in cui due importanti indici azionari statunitensi persero il 9% del loro valore, riacquistandone gran parte nell’ora successiva. Secondo il fisico Neil Johnson, della George Washington University, altri mini flash crash si continuano a osservare sul mercato dal 2014. Situazioni analoghe si stanno verificano anche su Amazon nei sistemi che fissano i prezzi dei prodotti in vendita. Il rischio, insomma, è di perdere il controllo dell’insieme degli algoritmi che utilizziamo e che collettivamente si comportano come un organismo multicellulare in evoluzione. [The Guardian; Andrew Smith]

GLIFOSATO: DALLA SCIENZA AL TRIBUNALE E RITORNO

Il processo mediatico era stato celebrato a giugno del 2017 sui giornali di mezzo mondo. Il primo atto del processo ufficiale si è concluso invece lo scorso 10 agosto, quando il giudice Suzanne Ramos Bolanos della Corte Suprema della California ha condannato in primo grado l’azienda agrochimica Monsanto al pagamento di 289 milioni di dollari di risarcimento a Dewayne Johnson, un ex giardiniere di 46 anni colpito da una forma terminale di linfoma della pelle. La giuria ha giudicato verosimile il nesso causale fra il glifosato contenuto nell’erbicida Round Up, commercializzato dall’azienda fin dagli anni ’70, e la malattia di Johnson, a cui restano ormai pochi mesi di vita. [The Guardian; Sam Levin] 

La sentenza, seppure solo di primo grado, incoraggia gli oltre 4 000 querelanti sparsi negli Stati Uniti che hanno fatto causa alla Monsanto e che attendono di andare a processo (il prossimo verrà celebrato all’inizio del 2019 a St.Louis, Missouri). All’origine di queste cause c’è anche la monografia pubblicata nel 2015 dalla International Agency for Research on Cancer (IARC), che ha dichiarato il glifosato contenuto nell’erbicida RoundUp probabile cancerogeno per gli esseri umani. Ed è proprio su questa monografia che i legali di Johnson hanno basato la loro argomentazione insieme, ovviamente, ai Monsanto Papers, che hanno usato per dimostrare che l’azienda sapeva da decenni degli effetti negativi del Round Up per la salute umana, ma ha taciuto e anzi ha ingaggiato scienziati che scrivessero studi favorevoli facendoli apparire indipendenti. [The Guardian; Carey Gilam] 

La Monsanto, da giugno una divisione della tedesca Bayer che la acquistata per 62,5 miliardi di dollari, promette di ricorrere in appello affermando che la sentenza ignora una grande mole di studi che smentiscono le conclusioni raggiunte dal gruppo di esperti autori della monografia IARC. Numerose sono infatti le critiche mosse al contenuto della monografia e ai metodi utilizzati da IARC per classificare le sostanze in categorie di cancerogenicità. Da una parte viene criticato il fatto che l’agenzia scelga di non considerare i livelli di esposizione e dunque di non indicare soglie di sicurezza al di sotto delle quali le sostanze possono essere considerate sicure. Dall’altra vengono chiamati in causa i pareri di altre autorevoli agenzie internazionali, come EFSA, ECHA e la stessa OMS, e i risultati recenti dell’Agricultural Health Study pubblicati a novembre del 2017. Su questi elementi si baserà molto probabilmente la linea degli avvocati di Monsanto nel processo di appello. [Scienza in rete; Chiara Sabelli]

RICERCA E SOCIETÀ

Questa settimana ha segnato l’inizio del nuovo anno scolastico in numerose regioni riaccendendo così il dibattito sull’obbligo vaccinale: è uno strumento utile a risolvere il problema del calo delle coperture? Secondo l’epidemiologo Vittorio Demicheli andrebbe accompagnato da altri interventi, che tengano in considerazioni le diverse cause del fenomeno. L’obbligo, imponendo sanzioni, è efficace solo per uno dei determinanti (il rifiuto ideologico), ma non si occupa degli altri due (difficoltà di accesso ai servizi vaccinali e diffidenza). Prima del decreto Lorenzin, che comunque ha il merito di stabilire uno standard comune a tutto il territorio nazionale, la legislazione italiana promuoveva l’adesione volontaria e consapevole. Per questa c’è bisogno del potenziamento dei servizi e di interventi culturali. In particolare è necessario che il dibattito sulle vaccinazioni ritrovi toni pacati e smetta di essere una guerra di religione. [Scienza in rete; Vittorio Demicheli]

Pubblicati a fine luglio i progetti vincitori di un ERC Starting Grant, il finanziamento dello European Research Council ai giovani ricercatori. L’Italia è seconda, per nazionalità dei vincitori, dopo la Germania, ma prima nella classifica dei Paesi che vedono i loro scienziati andare all’estero per spendere i fondi ottenuti. Dei 42 ricercatori italiani premiati, 27 hanno scelto come host institution un’università o un centro di ricerca straniero. Una situazione che si ripete uguale a se stessa da ormai diversi anni e trova spiegazione nella peggiore condizione dei laboratori e delle strutture italiane, ma anche nelle burocrazie respingenti. Se l’Italia registra il saldo negativo più elevato, la Gran Bretagna, malgrado Brexit, ottiene il saldo positivo più alto: 22 i ricercatori britannici vincitori di un grant, ma 67 i progetti che verranno svolti nel Regno Unito. [Scienza in rete; Pietro Greco]

Nella notte del 2 settembre un incendio ha distrutto il Museo Nazionale di Rio de Janeiro riducendo in cenere la quasi totalità delle collezioni che ospitava. Una tragedia annunciata secondo i ricercatori intervistati da Science. Tra i pezzi più significativi che si teme siano andati perduti c’è il cranio di Luzia, risalente a 11 000 anni fa, uno dei resti umani più antichi ritrovati nel continente americano. A giugno, durante i festeggiamenti per i 200 anni dall’inaugurazione, la Brazilian Development Bank aveva annunciato un finanziamento di 5 milioni di dollari per ristrutturare l’edificio del museo, compresi i suoi sistemi antincendio. Troppo tardi. Ora il governo promette di stanziare fondi di emergenza per ricostruirlo il prima possibile. [Science; Herton Escobar]