Le notizie di scienza della settimana #74

[pubblicata originariamente su Scienza in rete il 4 ottobre 2018]

Giovedì scorso la World Health Organization ha alzato il livello di allerta sull’epidemia di Ebola in corso nella Repubblica Democratica del Congo, precisamente nella provincia nordorientale del North Kivu, al confine con Ruanda e Uganda. L’elemento che rende incerto l’esito di questa epidemia, che dal primo agosto ha già causato 104 morti, è la guerra che da anni affligge la zona. Gli scontri tra i gruppi armati delle Allied Democratic Forces e l’esercito della RDC ha costretto gli operatori sanitari ha interrompere le loro attività nella città di Beni, dove 33 persone sono state infettate dal virus Ebola. L’instabilità dovuta alla guerra ha inoltre reso la popolazione più diffidente del normale, spingedola a rifiutare le cure offerte e a non presentarsi ai centri di assistenza. A far salire il livello dell’allerta è stata la registrazione di un nuovo caso nella città di Tchomia, al confine con l’Uganda, e ben 50 chilometri a nord di Beni, segno che il virus si sta spostando. Se il contagio interessasse i Paesi vicini, l’epidemia potrebbe sfuggire dal controllo delle organizzazioni sanitarie e assumere le proporzioni di quella del 2014/2015 che causò migliaia di vittime. La differenza è che oggi esiste un vaccino sperimentale contro la malattia, che si è ormai rivelato estremamente efficace. Sarà cruciale però riuscire a somministrarlo a tutte le persone che potrebbero essere entrate in contatto con il virus. Credit: WHO / Tedros Adhanom Ghebreyesus / Twitter.

LA FISICA E LE DONNE
Il Nobel per la fisica è stato assegnato quest’anno a tre scienziati, tra cui una donna, che hanno dato contributi fondamentali alla fisica dei laser: lo statunitense Arthur Ashkin, il francese Gérard Mourou e la canadese Donna Strickland. Ashkin, oggi 96 anni, sviluppò tra gli anni ’70 e ’80 i cosiddetti optical tweezers, una sorta di “pinzette ottiche”, in grado di intrappolare e manovrare oggetti piccoli quanto atomi. Si sono rivelati fondamentali nello studio dei DNA e dei virus, sono alla base di orologi atomici super precisi e in generale hanno aperto i nostri occhi sul mondo microscopico. Mourou e Strickland hanno ricevuto il premio per aver messo a punto una tecnica, oggi chiamata chirped pulse amplification(CPA), in grado di restituire impulsi laser ultra corti di alta intensità. La CPA ha applicazioni in numerosi campi, dalla chirurgia dell’occhio, all’elettronica, alla diagnostica medica e più in generale nella biologia, nella chimica e nella scienza dei materiali. La CPA venne sviluppata dai due scienziati alla fine degli anni ’80 presso la University of Rochester, dove Strickland stava svolgendo il suo dottorato sotto la supervisione di Mourou. Ha fatto discutere il fatto che oggi Strickland, terza donna nella storia a ricevere il premio Nobel per la fisica dopo Marie Curie (1903) e Maria Goeppert-Mayer (1963), è “solo” associate professor alla University of Waterloo[Quantamagazine; Michael Moyer e Natalie Wolchover]

La notizia della terza donna nella storia premiata con un Nobel per la fisica arriva il giorno dopo la sospensione del fisico Alessandro Strumia dal CERN, per aver tenuto un seminario giudicato sessista e offensivo venerdì scorso, durante il workshop “High Energy Physics and gender”. Strumia ha presentato dati e statistiche estratti dal più grande archivio di articoli scientifici nel campo delle alte energie (INSPIRE), per mettere a confronto due teorie. La prima, da lui definita MAINSTREAM, è quella che sostiene che esista una discriminazione contro le donne nel campo delle alte energie, la seconda, denominata CONSERVATIVE, afferma invece che non ci sia simmetria tra uomini e donne in questa area della fisica (gli uomini sono più capaci delle donne o, peggio ancora, più “portati per” questo tipo di studi) e dunque che non si debba aspirare alla parità tra i due sessi. I dati, principalmente il numero di citazioni, presentati da Strumia hanno confutato la prima teoria e convalidato la seconda, dimostrando inoltre che se una discriminazione esiste questa avrebbe finora penalizzato gli uomini e non le donne. Nelle sue slide, ancora disponibili qui, Strumia ha scritto frasi come “Physics invented and built by men, it’s not by invitation.” e “Curie etc. welcomed after showing what they can do, got Nobels…”. Inoltre ha affermato di essere stato lui stesso vittima di discriminazione nel concorso per una posizione nell’INFN, secondo lui ingiustamente assegnata a una donna da una commissione presieduta da una donna. Nel suo comunicato il CERN, guidato dalla fisica Fabiola Gianotti, ha definito la presentazione di Strumia inaccettabile e contraria al codice di condotta del Centro. [The Guardian; Angela Giuffrida e Mattha Busbyn]

Tra le persone presenti al seminario di Strumia c’era Jessica Wade, post doc all’Imperial College, che ha espresso il suo dissenso prima in aula e poi su Twitter, sottolineando come il fisico abbia utilizzato i dati in maniera scorretta per sostenere la sua tesi (ad esempio usando il numero di citazioni come misura della bravura degli scienziati) e ha suggerito al fisico italiano di leggere il libro “Inferior. How Science Got Women Wrong and The New Research That’s Rewritting the Story”, scritto lo scorso anno dalla giornalista scientifica Angela Saini. Saini espone i risultati di studi sociologi condotti all’interno della comunità scientifica per mostrare come questa abbia considerato e consideri ancora le donne come un gruppo “inferiore”. La discriminazione riguarderebbe le assunzioni, ma anche il salario di partenza e le possibilità di carriera. E le donne non sarebbero meno “maschiliste” degli uomini, ma anzi soffrirebbero dello stesso bias[Independent; Chantal Da Silva]

LA DIFFICILE TRANSIZIONE ALL’OPEN ACCESS
L’annuncio di un ambizioso (e imminente) piano di transizione all’Open Access da parte di un consorzio di 12 agenzie nazionali di finanziamento della ricerca all’inizio di settembre lascia ben sperare, ma il sistema da rivoluzionare è ben radicato nelle pratiche della comunità scientifica e gli interessi privati incredibilmente grandi.
Le case editrici scientifiche hanno margini di profitto che raggiungono il 40% sfruttando un “bizzarro” modello di business, che gli analisti hanno definito “triple pay mechanism”. Gli Stati di fatto pagano tre volte gli articoli prodotti dai loro scienziati: la prima volta attraverso lo stipendio degli autori che inviano gratuitamente i loro articoli per la pubblicazione, la seconda volta quando i ricercatori, sempre a titolo gratuito, eseguono il lavoro di revisione, la terza quando pagano l’accesso ai contenuti elettronici. Ma le metriche di valutazione basate sul numero e sull’impatto delle pubblicazioni legano i ricercatori a queste riviste che sfruttano un sistema di monopolio per aumentare continuamente i prezzi di sottoscrizione. Nella transizione all’Open Access le università si vedrebbero poi costrette a pagare contemporaneamente le commissioni per l’accesso e quelle per la pubblicazione in OA. I boicottaggi nei confronti dei colossi dell’editoria scientifica, primo fra tutti Elsevier, organizzati sia a livello istituzionale che individuale (con esperienze come Sci-Hub), non sono state finora sufficienti a portare e a termine questa rivoluzione. [Scienza in rete; Chiara Sabelli]

Secondo John Holmwood, sociologo alla University of Nottingham, la transizione all’Open Access sta privilegiando gli interessi privati, sfruttando però l’idea che sia per il bene comune. L’impegno politico sull’Open Access sarebbe più che altro motivato dalla necessità di accelerare la trasmissione di conoscenza tra l’accademia e l’industria e dunque ottenere più rapidamente il ritorno sull’investimento fatto in ricerca. Ma questo ritorno non sarebbe poi distribuito tra i contribuenti che la hanno, di fatto, finanziata. Inoltre il modello di Open Access proposto privilegia il consumo della ricerca rispetto alla sua produzione. Se infatti sarà necessario pagare per pubblicare in Open Access, i ricercatori dei Paesi più poveri potranno sì consultare liberamente i risultati prodotti dai loro colleghi dei Paesi ricchi, ma difficilmente riusciranno a pubblicare i propri lavori su quelle stesse riviste. In altre parole si passerebbe da un modello global open access to publish a uno global open access to read[LSE Impact Blog; John Holmwood]

RICERCA E SOCIETÀ
Il Ministro Bussetti ha annunciato il 26 settembre la nascita di un’agenzia nazionale per la ricerca, che metta a sistema tutte le realtà scientifiche italiane, facendo riferimento alla proposta che il Gruppo 2003 sostiene da anni. Ma l’agenzia promossa dal Gruppo 2003 avrebbe caratteristiche diverse rispetto a quelle prospettate dal ministro.
Il Gruppo ha proposto un’agenzia che abbia da una parte competenze politiche, come la scelta delle priorità e dell’allocazione delle risorse globali e di ciascun settore, dall’altra competenze esecutive, come identificare le modalità con cui dare una risposta agli indirizzi del Governo, valutando l’appropriatezza delle risorse messe a disposizione e segnalando i punti di forza e di debolezza della ricerca nel Paese. [Scienza in rete; Gruppo 2003]

Il premio Nobel per la fisiologia o la Medicina è stato assegnato lunedì a James Allison e Tasuku Honjo, per aver sfruttato il sistema immunitario per attaccare e far recedere i tumori. Allison e Honjo hanno scoperto due diverse proteine, la CTLA-4 e la PD-1, che agiscono come un freno sul sistema immunitario, impedendogli di attivarsi contro il cancro. Nei primi anni ’90 i due scienziati sono riusciti a dimostrare come, intervenendo su questi “freni”, sia possibile spingere il sistema immunitario ad attaccare e distruggere le cellule tumorali. Inizialmente le case farmaceutiche hanno opposto resistenza a questo tipo di terapie, considerate così diverse rispetto al paradigma di cura del cancro (chirurgia, radiazioni, chemioterapia). È stato grazie a una piccola società, la Medarex, che l’immunoterapia ha raggiunto i pazienti oncologici. Il primo farmaco basato su questi meccanismi è stato approvato nel 2011 rivelandosi incredibilmente efficace nella cura di alcuni tumori, anche metastatici. [Science; Gretchen Vogel, Jennifer Couzin-Frankel, Dennis Normile]

Il premio Nobel per la chimica è andato a Frances H Arnold, quinta donna a ricevere questo riconoscimento, George P Smith e Gregory P Winter, per aver sfruttato i meccanismi dell’evoluzione nello sviluppo di proteine utilizzate in biocarburanti e farmaci.
Arnold, del California Institute of Technology, ha ricevuto metà del premio per il suo lavoro sugli enzimi, i catalizzatori delle reazioni chimiche. La scienziata identificò una serie di mutazioni utili per far funzionare gli enzimi in ambienti “industriali”, ad esempio all’interno di un solvente, riducendo così l’utilizzo di catalizzatori tossici. Smith e Winter, invece, sono stati premiati per aver utilizzato i fagi, un tipo di virus in grado di infettare i batteri, per studiare quali sono le proteine espresse da certi geni. Winter ha poi osservato che intervenendo geneticamente sui fagi è possibile produrre una serie di anticorpi, che appaiono sulla superficie del virus stesso. Questo meccanismo è alla base di farmaci contro le malattie più diverse, da alcuni tipi di tumore alle patologie autoimmuni. [The Guardian; Nicola Davis]

Le notizie di scienza della settimana #73

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 26 settembre 2018]

La lettera in cui Galileo Galilei critica il sostegno al modello geocentrico da parte della Chiesa cattolica. La lettera risalirebbe al dicembre del 1613 ed è indirizzata all'amico e matematico pisano Benedetto Castelli. Il documento potrebbe confermare che la copia che il frate domenicano Niccolò Lorini consegnò al tribunale dell'Inquisizione a Roma nel 1615 non era stata modificata ad arte, come sostenne a lungo lo stesso Galileo, ma era effettivamente l'originale. Solo successivamente Galileo avrebbe moderato i toni della lettera, che Castelli gli aveva nel frattempo restituito, per evitare ciò che poi accadde: il processo e la condanna per eresia. A trovare la lettera è stato Salvatore Ricciardo, post-doc in storia della scienza all'Università di Bergamo. I documenti della biblioteca indicano che la lettera è stata inclusa nel catalogo nel 1840, ma è probabile che fosse lì già da un secolo. Potrebbe essere passata inosservata poiché gli studiosi di Galileo consultano naturalmente la British Library, piuttosto che la biblioteca della Royal Society.
È stata scoperta nella biblioteca della Royal Society di Londra la lettera in cui Galileo Galilei critica il sostegno al modello geocentrico da parte della Chiesa cattolica. La lettera risalirebbe al dicembre del 1613 ed è indirizzata all’amico e matematico pisano Benedetto Castelli. Il documento potrebbe confermare che la copia che il frate domenicano Niccolò Lorini consegnò al tribunale dell’Inquisizione a Roma nel 1615 non era stata modificata ad arte, come sostenne a lungo lo stesso Galileo, ma era effettivamente l’originale. Solo successivamente Galileo avrebbe moderato i toni della lettera, che Castelli gli aveva nel frattempo restituito, per evitare ciò che poi accadde: il processo e la condanna per eresia. A trovare la lettera è stato Salvatore Ricciardo, post-doc in storia della scienza all’Università di Bergamo. I documenti della biblioteca indicano che la lettera è stata inclusa nel catalogo nel 1840, ma è probabile che fosse lì già da un secolo. Potrebbe essere passata inosservata poiché gli studiosi di Galileo consultano naturalmente la British Library, piuttosto che la biblioteca della Royal Society. Credit: Mr.Shoval / Wikipedia. Licenza: Public Domain.

LA SCIENZA DEI TEST DELLA PERSONALITÀ

Dall’analisi dei questionari di 1,5 milioni di persone, un gruppo di ricercatori della University of California San Diego ha identificato quattro tipi di personalità che sarebbero rappresentativi della maggioranza dei rispondenti: reservedself-centered role model e average (la categoria più popolata) . La ricerca è stata pubblicata la scorsa settimana su Nature Human Behaviour. I questionari considerati misurano i cinque fattori del modello Big Five, la teoria psicologica secondo cui esistono cinque tratti salienti (estroversione, amichevolezza, coscienziosità, instabilità emotiva e apertura mentale) che permettono di prevedere i comportamenti umani, come l’inclinazione per un certo tipo di lavoro, la forza delle relazioni interpersonali, persino la probabilità di sviluppare malattie mentali o fisiche. I questionari restituiscono però uno spettro continuo: ognuno di noi può avere una diversa combinazione di punteggi. I ricercatori statunitensi hanno impiegato un algoritmo di machine learning preso a prestito dalla fisica delle particelle per raggruppare le risposte. Il software è stato prima allenato su un campione di 150 000 questionari, da cui ha appreso il numero e le caratteristiche delle quattro categorie. Ad esempio la categoria media è popolata da profili con punteggi alti su instabilità emotiva ed estroversione, bassi su apertura e medi su amichevolezza e coscienziosità, mentre la categoria self-centered è caratterizzata da estroversione elevata, instabilità media, scarsa apertura mentale, coscienziosità e amichevolezza. L’algoritmo ha poi processato i dati restanti, confermando la validità di questa categorizzazione. L’analisi mostra come sia possibile sintetizzare una grande quantità di dati. Se però questa classificazione sia utile per prevedere i nostri comportamenti resta da dimostrare.[Scientific American; Dana G. Smith] 

La versione digitale del paradigma Big Five è stata sfruttata dalla società Cambridge Analytica, specializzata nella pianificazione di campagne informative di microtargeting, per influenzare le elezioni presidenziali americane del 2016. Cambridge Analytica ha ottenuto i dati Facebook di 50 milioni di elettori americani da Aleksandr Kogan, un ricercatore dell’Università di Cambridge che aveva collaborato allo sviluppo di un modello che assegnava un punteggio a ciascun tratto di personalità a partire dall’attività degli utenti sul social network (reti di amicizia, ‘Like’, commenti). [University of Cambridge; Communication Office]

Il risultato pubblicato su Nature Human Behaviour arriva pochi giorni dopo la pubblicazione del libro “The Personality Brokers: The Strange History of Myers-Briggs and the Birth of Personality Testing”, in cui Merve Emre raccontata la storia del test della personalità più diffuso negli uffici delle risorse umane, il Myers-Briggs Type Indicator (MBTI). Ogni anno due milioni di persone in 26 Paesi del mondo si sottopongono a questo test: aspiranti impiegati, studenti, soldati, persone in cerca di un partner. Il test è basato sull’intuizione di Katharine Briggs e di sua figlia Isabel Myers: ciascuno di noi può essere classificato in base a quattro caratteristiche dicotomiche ( estroversione / introversione, intuizione / riflessione, razionalitè /istinto, giudizio / percezione). Emergono così 16 tipi diversi (le combinazioni possibili di quattro variabili ciascuna con due valori). Emre conclude che l’MBTI non ha alcuna base scientifica e che è uno dei prodotti più insensati del capitalismo. Del resto anche l’Educational Testing Centre, l’organo che amministrava uno dei primi test per l’ammissione ai college americani, studiò l’MBTI e concluse che non aveva alcuna base scientifica (più di metà di coloro che ripetevano due volte il test ottenevano risultati diversi, la maggior parte dei profili non poteva essere assegnato ai valori estremi di ciascuna caratteristica ma piuttosto cadeva nel mezzo). [The New Yorker; Louis Menand]

QUANTO CI COSTA IL CAMBIAMENTO CLIMATICO?

Saranno gli Stati Uniti e la Cina a pagare il prezzo più alto per gli effetti del cambiamento climatico. Ad affermarlo è un articolo pubblicato lunedì sulla rivista Nature Climate Change che offre una stima del costo socioeconomico legato a ciascuna tonnellata di CO2 emessa per oltre 200 Paesi. Il lavoro considera per la prima volta il contributo dei diversi Stati separatamente, e questo aumenta la sua importanza anche a livello politico, soprattutto in vista della prossima Conferenza delle Parti, che si terrà a dicembre a Katowice in Polonia e che discuterà delle sorti dell’accordo di Parigi. I due maggiori emettitori, USA e Cina, perderebbero 48 e 24 $ per tonnelata rispettivamente, e il costo globale ammonterebbe a 400$ per tonnellata (questo significherebbe che solo nel 2017 abbiamo perso 16 000 miliardi di dollari). I risultati confermano inoltre le disuguaglianze tra i Paesi ricchi e quelli in via di sviluppo, che hanno emesso meno finora ma pagano già conseguenze più gravi (Canada e Russia guadagnano ancora dalle emissioni di biossido di carbonio, mentre l’India perde 10 $ per ogni tonnellata). [Nature; Editorial]

Entro la fine del secolo potrebbero essere 13 milioni i cittadini statunitensi costretti a spostarsi a causa del cambiamento climatico. Questa la stima di uno studio pubblicato lo scorso anno su Nature Climate Change che ha considerato l’effetto dell’innalzamento dei mari e della temperatura sulle popolazioni che abitano le coste del Paese. Sei milioni le persone costrette a spostarsi solo in Florida. La migrazione annunciata sarebbe paragonabile alla cosiddetta Great Migration, che tra il 1910 e il 1970 vide sei milioni di afroamericani spostarsi dagli stati del sud verso le città industrializzate del nord. Tuttavia, mentre la Great Migration interessò un numero ristretto di stati, il fenomeno che abbiamo davanti riguarderà probabilmente tutto il Paese, con gli abitanti delle coste che cercheranno rifugio all’interno e in regioni più elevate. [The Guardian; Oliver Milman]

RICERCA E SOCIETÀ

Sono più di 5 000 gli scienziati tedeschi che hanno pubblicato articoli sulle cosiddette riviste predatorie. Sarebbero 400 000 i ricercatori coinvolti a livello globale. Il volume del fenomeno è triplicato dal 2013 a oggi. È quanto ha scoperto un team di giornalisti investigativi, appartenenti a diversi Paesi tra cui Germania, Francia, Austria, Norvegia, India, Corea del Sud, analizzando oltre 175 000 articoli pubblicati su riviste pseudo-scientifiche: pagare per pubblicare ottenendo anche il timbro di garanzia di un rigoroso processo di peer review. Creando identità fasulle, i giornalisti sono riusciti a pubblicare articoli del tutto inventati in pochi giorni, scoprendo che spesso non veniva condotta alcuna revisione. Il giro di affari delle riviste predatorie non si limita all’editoria, ma riguarda anche le conferenze scientifiche. Molti ricercatori hanno dichiarato di aver accettato di pubblicare su questi giornali a causa delle pressioni subite per ottenere posizioni di lavoro stabili o avanzamenti di carriera. (L’inchiesta pubblicata sul Süddeutsche Zeitung Magazin è stata tradotta in italiano da Internazionale, n.1274). [NDR, Suddeutsche Zeitung in collaborazione con The Guardian, Le Monde, New Yorker, Indian Express, Newstapa e altri]

Ci sono anche due italiani tra gli 11 astri nascenti della scienza individuati dal Nature Index in combinazione con il League of Scholars Whole-of-Web (WoW) ranking. Si tratta di Silvia Marchesan, chimica dell’Università di Trieste, e Giorgio Vecchiano, ecologo dell’Università di Milano. L’analisi si è concentrata su 500 ricercatori con pubblicazioni in 82 riviste indicizzate nel 2017 e che hanno pubblicato il primo articolo meno di 20 anni fa. Gli 11 astri nascenti hanno mostrato una crescita annuale nel numero di citazioni e hanno ottenuto un punteggio elevato nel ranking WoW, un algoritmo simile al Google PageRank che valuta la capacità di creare reti di collaboratori e l’impatto della ricerca anche fuori dall’ambito accademico. [Catherine Armitage, Katherine Bourzac, Elie Dolgin e Smriti Mallapaty; Scientific American]

L’espulsione di Peter Gøtzsche dalla Cochrane Collaboration, proposta lo scorso 13 settembre dal direttivo della stessa organizzazione, ha aperto una crisi all’interno della storica associazione votata Evidence Based Medicine. La decisione è probabilmente motivata dalla critica mossa a luglio dal Nordic Cochrane Center alla revisione sul vaccino HPV, che la collaborazione aveva pubblicato a maggio di quest’anno. L’epidemiologo Eugenio Paci ha commentato l’accaduto ripercorrendo un caso simile sullo screening mammografico [Eugenio Paci; Scienza in rete]. La decisione di espellere Gøtzsche ha causato le dimissioni di quattro membri del direttivo. Il network italiano della Cochrane riflette sull’accaduto [Network italiano Cochrane; Scienza in rete]. Infine Luca Carra ha intervistato Tom Jefferson, autore insieme a Jørgensen di un editoriale, pubblicato sul British Medical Journal a marzo del 2018 dal titolo “Redefining ‘E’ in EBM”, dove la E andrebbe intesa come “Ethics” oltre che come “Evidence” [Luca Carra; Scienza in rete]

Le notizie di scienza della settimana #72

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 19 settembre 2018]

L'uragano Florence fotografato dalla Stazione Spaziale Internazionale il 10 settembre 2018. Credit: NASA. Licenza: Public Domain.
Dopo aver raggiunto il North Carolina venerdì pomeriggio, l’uragano Florence ha rallentato la sua corsa, rimanendo sui territori del North Carolina e South Carolina fino a domenica. La permanenza prolungata dell’uragano, che intanto era stato declassato a ciclone tropicale di categoria 2 per la minore intensità dei suoi venti, ha portato nella regione temporali molto intensi. In alcune città sono caduti oltre 70 cm di pioggia in soli due giorni causando, anche nelle zone più interne, l’esondazione di torrenti e fiumi che potrebbero continuare nei prossimi giorni. Finora le vittime accertate sono 32, 500 000 le persone rimaste senza elettricità, oltre 2 500 le persone salvate dai soccorritori. Il ruolo del cambiamento climatico nel determinare la violenza degli uragani è stato analizzato in uno studio pubblicato a maggio sul Journal of Climate: simulando 22 uragani recenti in uno scenario con temperature più alte, gli scienziati hanno osservato che non diventano più intensi ma quasi tutti portano maggiori quantità di pioggia, con un aumento medio del 25% nel livello delle precipitazioni. Il motivo è che la capacità dell’aria di trattenere umidità aumenta del 7% per ogni grado centigrado di temperatura in più. Per capire quanto e come l’aumento della temperatura globale ha influenzato l’uragano Florence servirà tempo: gli scienziati dovranno eseguire tutte le simulazioni del caso. Tuttavia la possibilità di attribuire le caratteristiche di singoli eventi meteorologici al cambiamento climatico sta diventando una scienza sempre più affidabile. Nell’immagine: l’uragano Florence fotografato dalla Stazione Spaziale Internazionale il 10 settembre 2018. Credit: NASA. Licenza: Public Domain.

SOFOSBUVIR: LA BATTAGLIA CONTINUA

Riunito a Monaco il 13 settembre, lo European Patent Office (EPO) ha deciso di respingere l’opposizione al brevetto sul farmaco contro l’epatite C Sofosbuvir, di proprietà dalla società Gilead Sciences. La richiesta di opposizione era stata depositata a marzo dello scorso anno da una serie di organizzazioni non governative appartenenti a 17 Paesi, tra cui Medici Senza Frontiere e Médecins du Monde. Il motivo dell’opposizione è che la scienza dietro il Sofosbuvir non ha elementi di novità sufficienti per giustificare la copertura brevettuale. La decisione dell’EPO preclude di fatto l’accesso al costoso farmaco per i cittadini europei, che non possono acquistare le versioni generiche più economiche vendute in altri Paesi. Il Sofosbuvir, lanciato sul mercato da Gilead alla fine del 2013, è un antivirale diretto per il trattamento dell’epatite C e in Europa il costo di un ciclo di dodici settimane di terapia è di 59 mila dollari. [Doctors Without Borders; Redazione]

Oggi il governo indiano acquista lo stesso ciclo di terapia al costo di 80 dollari dai produttori di farmaci generici indiani. La terapia è poi distribuita gratuitamente ai pazienti degli stati del Punjab e di Haryana, circa 60 mila persone. Come è stato possibile? Grazie all’azione combinata di attivisti, medici e rappresentanti del governo, che hanno favorito il superamento degli ostacoli riguardanti la proprietà intellettuale e l’approvazione del generico da parte dell’agenzia del farmaco. Le società farmaceutiche indiane sono state in grado di offrire un prezzo così basso perché il numero totale di pazienti bisognosi della terapia è talmente elevato che i margini di profitto sono comunque garantiti. [Undark Magazine; Huizhong Wu]

Nel frattempo, a luglio di quest’anno, l’associazione indiana Delhi Network of Positive People (DNP+) ha depositato un’opposizione alla richiesta di brevetto su altri due farmaci contro l’epatite C: il Velpatasvir, un antivirale usato insieme al Sofosbuvir, e l’Epclusa, una combinazione a dose fissa di Sofosbuvir e Velpatasvir efficace al 90% su sei genotipi del virus. Entrambi i brevetti sono di proprietà della Gilead Sciences. La decisione su questa opposizione sarà cruciale per garantire l’accesso a queste terapie non solo ai cittadini indiani, ma anche alle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo. [The Telegraph India; Redazione]

OPEN ACCESS: DA SOGNO A REALTÀ?

I risultati della ricerca finanziata pubblicamente dovrebbe essere disponibili gratuitamente. Questo il punto dell’editoriale di George Monbiot sul Guardian, che evidenzia, ancora una volta, l’ingiustizia del mercato dell’editoria scientifica. Dominato da cinque grandi aziende (Reed Elsevier, Springer, Taylor & Francis, Wiley-Blackwell e American Chemical Society) questo mercato è basato su un modello di business che Monbiot definisce una “rapina”. Le case editrici ricevono dai ricercatori una bozza dell’articolo, affidano ad altri ricercatori la revisione e questi la eseguono a titolo gratuito, e infine pubblicano la versione corretta. Le biblioteche universitarie e i centri di ricerca pubblici devono poi pagare tariffe esorbitanti per accedere a questi stessi contenuti e al privato cittadino, che ha già contribuito con le sue tasse, vengono richiesti fino a 50 dollari per leggere un singolo articolo. Monbiot loda l’opera di hackeraggio di Alexandra Elbakian, la ricercatrice kazaka fondatrice di Sci-Hub e osserva che esperienze come quelle della Public Library of Science dimostrano che non servono paywall per produrre riviste eccellenti. [The Guardian; George Monbiot]

Nel suo editoriale Monbiot accoglie inoltre con ottimismo l’iniziativa di conversione all’Open Access (OA) “Plan S”, lanciata il 4 settembre da 11 agenzie europee di finanziamento della ricerca, tra cui anche un ente italiano, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN). Il piano prevede di rendere obbligatoria entro il 2020 la pubblicazione immediata in OA per tutti i ricercatori che ricevono fondi da queste agenzie. Le riviste che rispettano i requisiti stabiliti dal piano sono solo il 15% del totale. Sono infatti esclusi i giornali che permettono la consultazione gratuita degli articoli solo dopo sei mesi dalla pubblicazione e anche quelli con modello ibrido (che prevedono di norma l’accesso a pagamento ma consentono di pubblicare singoli articoli in OA pagando un’ulteriore commissione). Il modello proposto si ispira a quello della Bill & Melinda Gates Fundation, che ha spinto alcune riviste a convertire il loro modello di business. Ed è quello che sperano di fare anche i promotori del Plan-S, ma sono numerose le agenzie nazionali della ricerca che non hanno ancora aderito, esprimendo dei dubbi sulla scadenza del 2020, sull’esclusione delle riviste ibride e sui costi di pubblicazione che dovrebbero sostenere. Manca, soprattutto, l’adesione della Commissione Europea, che sta ancora mettendo a punto i dettagli del suo prossimo programma quadro per la ricerca e l’innovazione Horizon Europe.[Nature; Holly Else]

L’articolo di Monbiot ha aperto un dibattito con i ricercatori e i rappresentanti delle associazioni di editori. I primi si dichiarano d’accordo e difendono convintamente il passaggio all’Open Access, che, tra l’altro, renderebbe accessibile la ricerca anche a coloro che lavorano nelle università dei Paesi in via di sviluppo. Al contrario i secondi difendono il ruolo delle case editrici nel migliorare, archiviare e rendere disponibile online gli articoli scientifici, sottolineando infine l’importanza delle metriche di valutazione della ricerca introdotte proprio dalle case editrici. [The Guardian; Readers]

RICERCA E SOCIETÀ

Durante l’incontro annuale della Cochrane collaboration il 13 settembre a Edimburgo il comitato esecutivo ha votato l’espulsione di uno dei suoi membri, Peter Gøtzsche, leader riconosciuto del centro nordeuropeo della Cochrane basato a Copenhagen, il Nordic Cochrane Center. La decisione è probabilmente motivata dalla critica mossa a luglio dal Nordic Cochrane Center riguardo la revisione sul vaccino HPV, che la collaborazione aveva pubblicato a maggio di quest’anno. L’epidemiologo Eugenio Paci commenta l’accaduto, essendo stato lui stesso testimone di un incidente simile con Peter Gøtzsche sull’efficacia dello screening mammografico. [Scienza in rete; Eugenio Paci]

Assegnati il 14 settembre i premi Ig Nobel 2018 che riconoscono risultati scientifici che prima fanno ridere le persone e poi le spingono a riflettere. Ecco alcuni dei vincitori. Il premio per l’economia è stato assegnato a un gruppo di ricercatori che ha investigato l’efficacia per gli impiegati di vendicarsi del loro capo attraverso una bambola Voodoo. Quello per la pace è andato alla ricerca sulla frequenza e la motivazione delle grida e delle imprecazioni alla guida. Infine il premio per la chimica: misurare quanto la saliva sia in grado di pulire superfici sporche. [Ars Technica; Jennifer Ouellette]

Gli esseri umani e la tecnologia fanno parte del sistema Terra e dovrebbero contribuire alla sua autoregolazione. In un articolo pubblicato su Science, l’ecologo Tim Lenton e il filosofo Bruno Latour propongono un aggiornamento della cosiddetta “Ipotesi Gaia”. La teoria, proposta dal chimico James Lovelock e sviluppata dalla microbiologa Lynn Margulis negli anni ’70, parte dal presupposto che le condizioni di abitabilità del nostro pianeta siano determinate dall’azione simultanea e sinergica di tutti gli esseri viventi che la abitano. L’ingresso nell’epoca dell’Antropocene ci sta spingendo a essere consapevoli delle conseguenze delle nostre azioni sul clima globale e, in alcuni casi, ad autoregolarci. Queste scelte di autoregolazione, affermano i due autori, potrebbero essere fatte nel quadro più ampio dell’ipotesi Gaia, creando così le condizioni per una Gaia 2.0. [Science; Timothy M. Lenton, Bruno Latour]

Nel suo ultimo libro “Tracciare la rotta. Come orientarsi in politica”, il filosofo Bruno Latour analizza gli effetti politici del nuovo regime climatico sancito dall’accordo di Parigi. Secondo Latour sia le tendenze sovraniste e populiste che attraversano l’Europa sia il negazionismo trumpiano sono reazioni al disvelamento della realtà climatica, che ha colto un po’ tutti di sorpresa e comincia a porre interrogativi inquietanti sulla qualità della vita in un futuro non toppo lontano.[Scienza in rete; Luca Carra]

Le notizie di scienza della settimana #71

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 12 settembre 2018]

Il ministro della salute della Repubblica Democratica del Congo Oly Ilunga Kalenga insieme agli amministratori locali accolgono una delegazione ONU a Beni, nella provincia del Nord Kivu, il 2 agosto 2018, dove è stata dichiarata una nuova epidemia di Ebola.
Una nuova epidemia di Ebola è stata dichiarata il 1° agosto nella provincia orientale del Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo (RDC). Solo il 24 luglio le autorità sanitarie avevano dichiarato chiusa un’altra epidemia di Ebola, la nona negli ultimi 40 anni, che aveva colpito il nordovest del Paese all’inizio di maggio, ma era stata rapidamente controllata anche grazie all’utilizzo di un vaccino sperimentale. Al 3 settembre i decessi erano 82 e le persone raggiunte dal vaccino, somministrato secondo uno schema ad anelli concentrici, erano oltre 6 000. Resta comunque molto difficile intervenire nella zona, poiché tutta la provincia è interessata dal 2004 dal conflitto tra le milizie ribelli Allied Democratic Forces e l’esercito della RDC. La popolazione è infatti molto provata e alcuni rifiutano di condurre i parenti malati nei centri di cura, scoraggiati anche dall’isolamento cui verrebbero sottoposti e dall’aspetto degli operatori sanitari protetti dalle tute anti contaminazione. Ma la ONG ALIMA (The Alliance For International Medical Action) sta cercando di superare questi ostacoli, offrendo assistenza ai casi confermati di Ebola in un nuovo tipo di struttura, installato nella città di Beni. Qui i pazienti vengono ricoverati in unità individuali di isolamento chiamate CUBE, che permettono da una parte il contatto visivo con i parenti e dall’altra agli operatori di lavorare senza indossare le tute speciali. Nell’immagine: il ministro della salute della Repubblica Democratica del Congo Oly Ilunga Kalenga insieme agli amministratori locali accolgono una delegazione ONU a Beni, nella provincia del Nord Kivu, il 2 agosto 2018. Credit: MONUSCO Photos / Flickr. Licenza: CC BY-SA 2.0.

SMETTIAMO DI CREDERE (CIECAMENTE) NEGLI ALGORITMI

Nel suo libro “Hello World: Being Human in the Age of Algorithms”, appena pubblicato nel Regno Unito, la matematica Hannah Fry affronta il tema degli algoritmi e di come limitare i loro effetti negativi nella società. In primo luogo dovremmo smettere di riconoscere agli algoritmi un’autorità superiore. In secondo luogo potremmo programmarli in modo che sia esplicita l’incertezza che è contenuta nei loro risultati. I sistemi di riconoscimento facciale, per esempio, potrebbero indicare una serie di possibili identità e non una sola e lasciare la scelta finale agli esseri umani. Secondo Fry il risultato migliore si ottiene quando gli algoritmi lavorano insieme alle persone, come accade nei sistemi che analizzano le immagini delle mammografie per individuare possibili formazioni tumorali. Il software identifica un sottoinsieme di immagini in cui sospetta di vedere un cancro e le sottopone al vaglio del medico. [The Wall Street Journal; Hannah Fry]

Intanto alla fine di luglio negli Stati Uniti il senatore Mark Warner ha presentato una proposta di legge sulla regolamentazione dei social media e delle compagnie tecnologiche. La proposta rispetta l’approccio che da sempre la legislazione americana ha avuto su questi temi: non limitare l’accesso ai dati. Warner propone infatti di favorire l’ingresso di competitor nel mercato dei dati, permettendo agli utenti Facebook ad esempio, di consegnare i loro dati personali ad altre compagnie del settore. Sostanzialmente un tentativo di interrompere il monopolio delle big tech. Il secondo punto della proposta riguarda invece gli algoritmi, in particolare quelli utilizzati in alcuni settori sensibili, come il credito, la salute, le assicurazioni. I Governi, propone Warner, potrebbero infatti esigere che i software utilizzati in questi ambiti siano sottoposti a procedure di auditing che ne accertino la qualità e l’equità. [Bloomberg Opinion; Cathy O’Neil]

Ulteriori rischi connessi all’utilizzo, sempre più diffuso, di sistemi di decisione automatizzati potrebbero derivare dall’interazione degli algoritmi tra loro. Un esempio è quello dell’High Frequency Trading (HFT), lo scambio di titoli sul mercato azionario affidato a software che operano su scale di tempo molto piccole cercando di sfruttare la volatilità dei prezzi. L’interazione dei software di HFT appartenenti a vari fondi di investimento ha causato nel 2010 il cosiddetto flash crash, un intervallo di pochi minuti in cui due importanti indici azionari statunitensi persero il 9% del loro valore, riacquistandone gran parte nell’ora successiva. Secondo il fisico Neil Johnson, della George Washington University, altri mini flash crash si continuano a osservare sul mercato dal 2014. Situazioni analoghe si stanno verificano anche su Amazon nei sistemi che fissano i prezzi dei prodotti in vendita. Il rischio, insomma, è di perdere il controllo dell’insieme degli algoritmi che utilizziamo e che collettivamente si comportano come un organismo multicellulare in evoluzione. [The Guardian; Andrew Smith]

GLIFOSATO: DALLA SCIENZA AL TRIBUNALE E RITORNO

Il processo mediatico era stato celebrato a giugno del 2017 sui giornali di mezzo mondo. Il primo atto del processo ufficiale si è concluso invece lo scorso 10 agosto, quando il giudice Suzanne Ramos Bolanos della Corte Suprema della California ha condannato in primo grado l’azienda agrochimica Monsanto al pagamento di 289 milioni di dollari di risarcimento a Dewayne Johnson, un ex giardiniere di 46 anni colpito da una forma terminale di linfoma della pelle. La giuria ha giudicato verosimile il nesso causale fra il glifosato contenuto nell’erbicida Round Up, commercializzato dall’azienda fin dagli anni ’70, e la malattia di Johnson, a cui restano ormai pochi mesi di vita. [The Guardian; Sam Levin] 

La sentenza, seppure solo di primo grado, incoraggia gli oltre 4 000 querelanti sparsi negli Stati Uniti che hanno fatto causa alla Monsanto e che attendono di andare a processo (il prossimo verrà celebrato all’inizio del 2019 a St.Louis, Missouri). All’origine di queste cause c’è anche la monografia pubblicata nel 2015 dalla International Agency for Research on Cancer (IARC), che ha dichiarato il glifosato contenuto nell’erbicida RoundUp probabile cancerogeno per gli esseri umani. Ed è proprio su questa monografia che i legali di Johnson hanno basato la loro argomentazione insieme, ovviamente, ai Monsanto Papers, che hanno usato per dimostrare che l’azienda sapeva da decenni degli effetti negativi del Round Up per la salute umana, ma ha taciuto e anzi ha ingaggiato scienziati che scrivessero studi favorevoli facendoli apparire indipendenti. [The Guardian; Carey Gilam] 

La Monsanto, da giugno una divisione della tedesca Bayer che la acquistata per 62,5 miliardi di dollari, promette di ricorrere in appello affermando che la sentenza ignora una grande mole di studi che smentiscono le conclusioni raggiunte dal gruppo di esperti autori della monografia IARC. Numerose sono infatti le critiche mosse al contenuto della monografia e ai metodi utilizzati da IARC per classificare le sostanze in categorie di cancerogenicità. Da una parte viene criticato il fatto che l’agenzia scelga di non considerare i livelli di esposizione e dunque di non indicare soglie di sicurezza al di sotto delle quali le sostanze possono essere considerate sicure. Dall’altra vengono chiamati in causa i pareri di altre autorevoli agenzie internazionali, come EFSA, ECHA e la stessa OMS, e i risultati recenti dell’Agricultural Health Study pubblicati a novembre del 2017. Su questi elementi si baserà molto probabilmente la linea degli avvocati di Monsanto nel processo di appello. [Scienza in rete; Chiara Sabelli]

RICERCA E SOCIETÀ

Questa settimana ha segnato l’inizio del nuovo anno scolastico in numerose regioni riaccendendo così il dibattito sull’obbligo vaccinale: è uno strumento utile a risolvere il problema del calo delle coperture? Secondo l’epidemiologo Vittorio Demicheli andrebbe accompagnato da altri interventi, che tengano in considerazioni le diverse cause del fenomeno. L’obbligo, imponendo sanzioni, è efficace solo per uno dei determinanti (il rifiuto ideologico), ma non si occupa degli altri due (difficoltà di accesso ai servizi vaccinali e diffidenza). Prima del decreto Lorenzin, che comunque ha il merito di stabilire uno standard comune a tutto il territorio nazionale, la legislazione italiana promuoveva l’adesione volontaria e consapevole. Per questa c’è bisogno del potenziamento dei servizi e di interventi culturali. In particolare è necessario che il dibattito sulle vaccinazioni ritrovi toni pacati e smetta di essere una guerra di religione. [Scienza in rete; Vittorio Demicheli]

Pubblicati a fine luglio i progetti vincitori di un ERC Starting Grant, il finanziamento dello European Research Council ai giovani ricercatori. L’Italia è seconda, per nazionalità dei vincitori, dopo la Germania, ma prima nella classifica dei Paesi che vedono i loro scienziati andare all’estero per spendere i fondi ottenuti. Dei 42 ricercatori italiani premiati, 27 hanno scelto come host institution un’università o un centro di ricerca straniero. Una situazione che si ripete uguale a se stessa da ormai diversi anni e trova spiegazione nella peggiore condizione dei laboratori e delle strutture italiane, ma anche nelle burocrazie respingenti. Se l’Italia registra il saldo negativo più elevato, la Gran Bretagna, malgrado Brexit, ottiene il saldo positivo più alto: 22 i ricercatori britannici vincitori di un grant, ma 67 i progetti che verranno svolti nel Regno Unito. [Scienza in rete; Pietro Greco]

Nella notte del 2 settembre un incendio ha distrutto il Museo Nazionale di Rio de Janeiro riducendo in cenere la quasi totalità delle collezioni che ospitava. Una tragedia annunciata secondo i ricercatori intervistati da Science. Tra i pezzi più significativi che si teme siano andati perduti c’è il cranio di Luzia, risalente a 11 000 anni fa, uno dei resti umani più antichi ritrovati nel continente americano. A giugno, durante i festeggiamenti per i 200 anni dall’inaugurazione, la Brazilian Development Bank aveva annunciato un finanziamento di 5 milioni di dollari per ristrutturare l’edificio del museo, compresi i suoi sistemi antincendio. Troppo tardi. Ora il governo promette di stanziare fondi di emergenza per ricostruirlo il prima possibile. [Science; Herton Escobar]

 

Le notizie di scienza della settimana #70

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 18 luglio 2018]

La copertina dell’ultimo numero di Science è dedicata a una importante scoperta realizzata da quindici osservatori, sulla Terra e nello spazio: un neutrino, rilevato dall’esperimento IceCube in Antartide il 22 settembre 2017, sarebbe stato emesso da un blazar, una galassia attiva con al centro un buco nero supermassiccio, distante 4,5 miliardi di anni luce dal nostro Pianeta. Potrebbe trattarsi del primo esempio di neutrino multimessenger astronomy, che sfrutta, come nel caso delle onde gravitazionali, diversi tipi di segnale per identificare un evento astronomico. La scoperta potrebbe aprire la strada verso la comprensione dell’origine dei raggi cosmici, una pioggia di protoni e altri nuclei di alta energia che investono la superficie terrestre. Nell’immagine: il laboratorio IceCube sotto le stelle, 2013. Credit: Felipe Pedreros, IceCube/NSF.

NUOVI E VECCHI VACCINI

Da mesi la Repubblica Democratica del Congo è alle prese con un’epidemia di poliomielite, causata da un virus di tipo 2 derivato dal vaccino trivalente somministrato nella regione per via orale. A causa della scarsa copertura vaccinale, infatti, i virus attenuati contenuti nel vaccino hanno accumulato mutazioni e riacquisito la loro virulenza. A oggi sono 29 i bambini paralizzati. Per far fronte all’emergenza l’OMS ha introdotto nella regione un vaccino monovalente che contiene il solo virus di tipo 2 in forma attenuata. Il medicinale verrà somministrato per via orale solo intorno ai casi segnalati. Resta tuttavia difficile raggiungere le persone che ne hanno bisogno, a causa della mancanza di infrastrutture adeguate.[Scienza in rete; Anna Romano] 

Le autorità sanitarie brasiliane sono in stato di allerta: in 312 città del Paese la percentuale di bambini sotto i 5 anni vaccinati contro la poliomielite è inferiore al 50% e in alcuni comuni non supera il 2%. Il timore è che la malattia ricompaia oltre vent’anni dopo l’eradicazione, dichiarata nel 1994 (ultimo caso registrato nel 1989). Anche la copertura vaccinale contro il morbillo è pericolosamente bassa, soprattutto al nord, dove sono stati registrati 450 casi e 2 vittime. Il problema è principalmente la scarsa diffusione e apertura dei centri vaccinali, che spesso osservano orari incompatibili con la vita di genitori lavoratori. Ma anche il movimento anti-vaccinista comincia ad avere un ruolo, seppure meno preoccupante rispetto a quanto accade in Europa e Stati Uniti. [Le Monde; Claire Gatinois] 

Stanno generando una cauta soddisfazione tra gli esperti i risultati dello studio clinico APPROACH, che ha testato diverse combinazioni di vaccini anti-HIV già esistenti su 393 soggetti sani in 12 centri clinici situati nell’Africa orientale, in Sudafrica, Tailandia e USA. Lo studio di fase 1/2a, con randomizzazione multicentrica, è stato condotto in doppio cieco e con un braccio placebo. Tutti i soggetti che hanno ricevuto il vaccino hanno manifestato una qualche forma di risposta immunitaria. Sulla base di questi risultati sarà iniziato uno studio di fase 2b (“Imbokodo”) su 2 600 giovani donne africane. Guido Poli, dell’Università Vita-Salute San Raffaele, commenta i risultati pubblicati su The Lancet il 6 luglio scorso. [Scienza in rete; Guido Poli]

MACHINE LEARNING

Un articolo, pubblicato la scorsa settimana sulla rivista Toxicological Sciences, riaccende il dibattito sulla possibilità che il machine learning possa sostituire i test su animali nel valutare la tossicità dei prodotti chimici. Un gruppo di ricercatori guidati da Thomas Hartung della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, ha sviluppato un software in grado di eseguire 10 test di tossicità su circa 10 000 prodotti chimici con risultati più robusti rispetto a quelli ottenuti con i test su animali. Il software è basato su un imponente database di risultati di test di tossicità raccolto dalla European Chemicals Agency e utilizza il metodo del read-across: basandosi sulla somiglianza tra le strutture chimiche dei nuovi prodotti con i vecchi prodotti, sfrutta i risultati dei test già esistenti. Il software verrà commercializzato da una compagnia privata, ma i dati saranno resi disponibili agli altri ricercatori. Uno sforzo simile è quello che sta portando avanti il comitato ICCVAM dei National Institutes of Health, che presto pubblicherà un computational consensus model ottenuto dalla collaborazione di 12 team di ricercatori durante un recente workshop. [Nature; Richard Van Noorden]

Negli Stati Uniti l’età media della diagnosi di disturbo dello spettro autistico è 4 anni, mentre potrebbe essere effettuata intorno ai 2 anni. Questo ritardo è dovuto in parte alla natura della malattia (dai sintomi molto eterogenei) e in parte alla difficoltà di ottenere velocemente un appuntamento con uno specialista nelle cliniche dedicate. A cambiare le cose potrebbe essere, ancora una volta, il machine learning e in particolare il deep learning. La sua caratteristica distintiva è quella di cogliere schemi che l’occhio umano faticherebbe a riconoscere e in particolare di individuare gruppi di differenze nel comportamento dei bambini malati rispetto ai sani, piuttosto che singole differenze. Ma occorre cautela. Prima di tutto perché è ancora molto difficile raccogliere campioni di dati sufficientemente grandi e significativi (sia dati sul comportamento che sulla struttura del cervello). E in secondo luogo non è affatto scontato che, se questi algoritmi fossero messi alla prova fuori dai laboratori, sarebbero in grado di cogliere le sfumature spesso sottili che caratterizzano questa condizione. [The Atltantic; Jeremy Hsu e SPECTRUM]

RICERCA E SOCIETÀ

L’11 luglio scorso, nell’illustrare le sue linee programmatiche alle commissioni competenti di Camera e Senato, il nuovo Ministro dell’istruzione, università e ricerca Marco Bussetti ha dichiarato l’intenzione di costituire un’Agenzia Nazionale della Ricerca, che svolga una funzione di stretto coordinamento tra gli Enti Pubblici di Ricerca, sul modello di quella proposta dal Gruppo 2003. Le sue dichiarazioni hanno destato più di una perplessità tra i membri del Gruppo. L’agenzia che il Gruppo 2003 propone da diversi anni dovrebbe avere il compito di supervisionare la distribuzione dei fondi destinati alla ricerca competitiva e non gli indirizzi scientifici degli Enti. Come dice Pietro Greco su Il Bo Live, gli Enti cui fa riferimento il Ministro hanno nature molto diverse tra loro: ci sono quelli che si occupano solo di ricerca di base, quelli specializzati in certi settori e con vocazione fortemente internazionale, infine quelli che offrono servizi tecnici altamente specializzati di supporto per le istituzioni e la politica. [Il Bo Live; Pietro Greco]

I criteri di valutazione basati sulla bibliometria penalizzano la ricerca biologica al banco, che di conseguenza riceve finanziamenti insufficienti. Nel nostro Paese, spiega il microbiologo dell’Università di Bologna Davide Zannoni, questo ha causato una migrazione verso la ricerca “in silico”, che si è rivelata più produttiva e veloce nella generazione di dati e quindi di pubblicazioni. Per salvare la ricerca biologica al banco in Italia c’è bisogno di un’inversione nella politica degli investimenti per la ricerca di base e un cambio dei criteri di valutazione dei ricercatori. [Scienza in rete; Davide Zannoni]

Le discipline scientifiche e tecnologiche hanno molto successo su YouTube. Si moltiplicano i canali dedicati a questo argomento, ma sono ancora una minoranza quelli gestiti da donne. Colpa dei commenti lasciati dagli utenti, secondo uno studio condotto da Inoka Amarasekara e Will Grant del Centre for the Public Awareness of Science presso la Australian National University. Dopo aver analizzato 23 0000 commenti, i due ricercatori hanno constatato che quelli riguardanti l’aspetto fisico sono il 4,5% per i canali gestiti da donne contro l’1,4% degli uomini. I commenti sessisti o di natura sessuale sono il 3% per le donne e solo lo 0,25% per gli uomini. I risultati, pubblicati sulla rivista Public Understanding of Science, confermano le conclusioni ottenute da uno studio del 2014, che aveva analizzato i commenti diretti ai TED Talks. [The New York Times; Adrianne Jeffries]

Le notizie di scienza della settimana #69

[pubblicato originariamente su Scienza in rete l’11 luglio 2018]

Il 27 giugno scorso la sonda Hayabusa 2 dell’agenzia spaziale giapponese JAXA ha finalmente raggiunto l’asteroide Ryugu, dopo un viaggio durato quasi due anni e mezzo. Ryugu appartiene alla famiglia dei near-Earth asteroids, asteroidi la cui orbita può portarli in prossimità della Terra. Hayabusa 2 ne studierà la morfologia e la composizione, sia superficiale che interna, grazie ai prelievi di materiale che effettuerà a partire dall’autunno. Le prime indagini saranno realizzate lanciando dei proiettili sulla superficie in modo da sollevare polveri e raccoglierle a bordo della sonda. Successivamente verranno depositati sull’asteroide quattro rover saltellanti che raccoglieranno immagini e misure di temperatura. Nell’immagine: una rappresentazione pittorica della sonda Hayabusa 2 (credit: Go Miyazaki / Flickr, licenza: CC BY 2.0) sovrapposta a una panoramica di Ryugu catturata lo scorso giugno (credit: JAXA, University of Tokyo and collaborators), in cui sono già ben visibili molte caratteristiche superficiali (crateri, grossi macigni, ecc.) dell’asteroide. L’insolita forma e la rapida rotazione del corpo celeste, completata in 7 ore e 38 minuti, lo rendono ancora più interessante per i planetologi.

NUOVE E VECCHIE DROGHE

Tra il 2015 e il 2017 è stato registrato un aumento del 5% nel numero di persone che hanno fatto ricorso a smart drugs nei 12 mesi precedenti. È questo, sinteticamente, il risultato del Global Drug Survey condotto nel 2017 a cui hanno risposto oltre 23 mila persone. Le smart drugs (farmaci prescritti per uso non medico allo scopo di aumentare la concentrazione e le performance cognitive) considerate nel sondaggio sono quelle utilizzate nei casi di disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD), come Adderal o Ritanil, medicine per i disturbi del sonno, come il Modafinil, e anche sostanze illegali come la cocaina. I Paesi interessati dallo studio sono 15. Quelli in cui l’aumento del consumo tra 2015 e 2017 è stato maggiore sono la Francia, dal 3% al 16%, e il Regno Unito, dal 5% al 23%. In termini assoluti però, sono gli Stati Uniti a guidare la classifica, con il 30% dei rispondenti che affermano di aver utilizzato smart drugs negli ultimi 12 mesi. Una delle possibili cause sarebbe l’aumento delle diagnosi di ADHD soprattutto negli USA. [Nature; Arran Frood] 

Omero lo definiva una “sostanza meravigliosa”, oggi i suoi derivati uccidono decine di migliaia di cittadini statunitensi ogni anno. Si tratta dell’oppio ottenuto dalle capsule immature del Papaverum Somniferum, da cui si estraggono droghe come l’eroina e medicinali come il fentanyl, l’ossicodone e l’idrocodone. Le morti per overdose da oppioidi negli Stati Uniti nel 2017 hanno superato le vittime della guerra in Vietnam e hanno causato una diminuzione dell’aspettativa di vita non osservata in nessun altro Paese sviluppato. Al contrario delle altre sostanze stupefacenti che hanno causato ciclicamente ondate di morti, l’epidemia degli oppioidi è arrivata in silenzio, grazie alle prescrizioni dei medici e alle strategie di un sistema sanitario che invece di offrire assistenza accessibile alle fasce di popolazione più deboli ha reso disponibili a prezzi irrisori questi farmaci. Salvo poi accorgersi di aver creato un esercito di tossicodipendenti e interrompere di colpo le forniture spingendoli verso il mercato nero. [New York Magazine; Andrew Sullivan]

È stato presentato il 26 giugno scorso al Senato il IX libro bianco sulle droghe, contenente un’analisi della legislazione, dei servizi sanitari e della ricerca scientifica sul consumo di sostanze stupefacenti in Italia. A dicembre 2017 circa il 35% delle persone nelle carceri italiane era detenuto per violazioni del Testo Unico sulle sostanze stupefacenti del 1990 (principalmente per detenzione a fini di spaccio). I servizi sanitari sono ancora progettati pensando a un numero ristretto di utilizzatori altamente problematici e a una vasta platea di consumatori occasionali. Questa visione è ormai superata, la realtà è molto più diversificata e i comportamenti del singolo verso le droghe subiscono numerose oscillazioni nel tempo. Infine le associazioni che hanno redatto il libro bianco (Società della Ragione insieme a Forum Droghe, Antigone, CGIL, CNCA e Associazione Luca Coscioni) rilevano una quasi totale polarizzazione della ricerca verso gli aspetti farmacologici e neuroscientifici, a scapito di quelli psicosociali che invece indagano le ragioni del consumo. [La società della ragione; Redazione] 

AMBIENTE

È iniziato il 9 luglio a San Francisco il processo contro la multinazionale di biotecnologie agrarie Monsanto. Si tratta del primo caso di un paziente oncologico, DeWayne Johnson, che porta in giudizio la Monsanto con l’accusa di aver nascosto per oltre 20 anni la cancerogenicità dei suoi prodotti a base di glifosato, il più famoso dei quali è il Roundup. Johnson, un ex giardiniere di 46 anni padre di tre figli, ha ricevuto la diagnosi di linfoma non-Hodgkin quattro anni fa e nel 2016 ha fatto causa alla Monsanto. Secondo i medici gli restano pochi mesi di vita. Sono più di 4000 i cittadini statunitensi che affermano che il Roundup li ha fatti ammalare e sono intenzionati a procedere legalmente. [San Francisco Chronicle; Peter Fimrite ]

Nonostante le precauzioni, la conformazione geografica e l’inasprirsi degli eventi meteorologici estremi potrebbero spiegare l’elevato numero di vittime delle alluvioni in corso in Giappone. Ogni anno l’arcipelago viene colpito in media da sei tifoni tra luglio e novembre. Ma quest’anno le piogge hanno battuto tutti i record: nella regione centro occidentale sono stati registrati livelli da record in 110 punti di osservazione per 72 ore consecutive intorno alla giornata di domenica. Il territorio giapponese è coperto per il 70% da montagne e colline e molte case, soprattutto in campagna, sono costruite secondo la tradizione utilizzando legno anche nelle fondamenta. Questo le rende molto più vulnerabili alle frane. Inoltre il sistema di allarme, per quanto diffuso, non è efficiente perché affidato alle autorità locali che spesso sono impreparate a gestire l’emergenza e si scontrano con una certa inerzia della popolazione a prendere sul serio gli ordini di evacuazione. Forse anche a causa del cambiamento climatico, che la mette di fronte a situazioni del tutto nuove in cui l’esperienza passata è quasi inutile. [Japan Times; AFP-JIJI]

Sotto le pressioni del governo francese la Sanofi Chimie, la divisione chimica della grande azienda farmaceutica, ha interrotto la produzione della sua fabbrica di Mourenx, nella regione dei Pirenei atlantici. Il motivo è un rapporto realizzato ad aprile dall’agenzia regionale per l’ambiente che ha rilevato livelli di bromopropano scaricati in mare 190 000 volte superiori a quelli consentiti (380 000 mg/m3 contro i 2 mg/m3 permessi). Il bromopropano, una sostanza ritenuta cancerogena, mutagena e reprotossica, viene emesso durante la produzione del valproato di sodio, il principio attivo del Depakine, un farmaco antiepilettico già al centro di un altro scandalo. I bambini esposti in utero al Depakine, infatti, hanno un rischio aumentato di sviluppare disturbi mentali e del comportamento. La Sanofi assicura che gli operai di Mourenx e la popolazione circostante non corrono alcun rischio di salute, ma l’agenzia regionale per l’ambiente ribatte che finché la compagnia non avrà dimostrato di intervenire incisivamente la fabbrica rimarrà chiusa. [Le Monde; Stéphane Mandard]

RICERCA E SOCIETÀ

Alla fine la risoluzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per promuovere l’allattamento al seno è stata approvata durante i negoziati in corso a Ginevra, nonostante l’ostruzionismo degli Stati Uniti. I delegati statunitensi, infatti, hanno minacciato l’Ecuador e altri Paesi africani di imporre sanzioni commerciali e ritirare aiuti militari se avessero appoggiato la risoluzione. In molti ritengono che il motivo dell’opposizione sia da ricercare nella volontà di proteggere gli interessi delle grandi società che producono cibo per neonati e bambini, per un giro di affari di 70 miliardi di dollari l’anno. Le prove scientifiche in favore dell’allattamento al seno, rispetto a quello con latte artificiale, sono ormai numerose. L’ultimo studio sul tema è stato pubblicato su The Lancet nel 2016 e ha mostrato che il latte materno eviterebbe 800 mila morti all’anno e produrrebbe un risparmio di 300 miliardi di dollari in termini di costi sanitari. [The New York Times; Andrew Jacobs]

Una delegazione triestina è a Tolosa da lunedì per partecipare a ESOF 2018, l’ottava edizione dello EuroScience Open Forum. Il capoluogo giuliano ospiterà l’evento nel 2020. Obiettivo di ESOF è creare le condizioni per un incontro proficuo tra scienziati, politici, innovatori, industrie e cittadini. Il motto dell’edizione 2018 è “Sharing science: towards new horizons”. Venerdì, a chiusura dell’evento, ci sarà il passaggio del testimone al team di Trieste, che in 45 minuti descriverà l’impronta che intende dare alla nona edizione. « Ci interessa in particolare valutare quanto gli eventi saranno fruibili e accessibili, perché uno dei grandi obiettivi di ESOF 2020 è di diventare uno dei motori per far crescere il peso dato dall’opinione pubblica alla cultura, alla ricerca e alla scienza nell’affrontare le nuove sfide che ci attendono in futuro», ha dichiarato Bruno Della Vedova, vice presidente della ‘Fondazione Internazionale Trieste per il Progresso e la Libertà delle Scienze’ e programme manager di ESOF 2020. [Il Piccolo; Giulia Basso]

Dei farmaci oncologici approvati tra il 2003 e il 2013 negli Stati Uniti e in Europa 1 su 3 (il 30%) non ha alcun beneficio sulla sopravvivenza e 1 su 5 (il 20%) non migliora né la qualità della vita né la sicurezza. Un bilancio non esaltante secondo Italo Portioli, primario presso l’Azienda Ospedaliera di Reggio Emilia e bioeticista, che riassume i risultati della valutazione di efficacia delle nuove terapie oncologiche a partire dallo studio pubblicato a fine 2016 sulla rivista JAMA Oncology. Lo studio, seppure presentando dei limiti, spinge a porsi due domande. La prima: perché 16 farmaci, privi di qualsiasi efficacia, sono entrati nella pratica terapeutica oncologica? La seconda: perché i risultati di questo studio hanno avuto così poca risonanza? [Scienza in rete; Italo Portioli]

Le notizie di scienza della settimana #68

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 5 luglio 2018]

Fino a 80 anni di età la probabilità di morire aumenta, poi diminuisce fino ai 105 anni e da lì in poi si stabilizza al 50%. Ogni giorno, dopo il nostro 105esimo compleanno, morire è tanto probabile quanto vedere testa (o croce) comparire sulla faccia di una moneta dopo averla lanciata. Per giungere a questa conclusione un team internazionale di ricercatori, di cui tre appartenenti a istituti italiani, ha analizzato i dati relativi a 4000 italiani di età superiore a 105 anni tra il 2009 e il 2017. I risultati sono stati pubblicati sull’ultimo numero di Science. Credit: Pixinio. Licenza: CC0.

NUOVE FORME DI ASSISTENZA SANITARIA

Negli USA un numero sempre maggiore di persone si sottopone ai test genetici direct to consumer offerti online, per rilevare la presenza di mutazioni pericolose. Quando le trovano spesso si tratta di falsi positivi. Le grandi società, come 23andMe e Ancestry.com, offrono per lo più informazioni riguardanti le origini geografiche e sono autorizzati dalla Food and Drug Adiministration a indagare le mutazioni associate solo a un ristretto numero di malattie e a comunicarle come diagnosi mediche. Esistono però altre compagnie, come Promethease, che offrono ai loro clienti un’analisi genetica molto più vasta, che riguarda cioè numerose malattie, ma senza alcuna validità medica. Rispetto ai laboratori autorizzati, infatti, queste compagnie studiano piccole porzioni dei geni e non geni interi e le confrontano con database di DNA non sottoposti a controlli rigorosi. Gli errori sono all’ordine del giorno, ma raramente i clienti ne sono consapevoli e si rivolgono a strutture autorizzate per accertarsi della loro validità.[The New York Times; Gina Kolata] 

A sette settimane dal suo inizio l’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo può considerarsi risolta. Un successo che può essere attribuito alla collaborazione proficua tra autorità sanitarie locali e organizzazioni internazionali (Organizzazione Mondiale della Sanità e Medici Senza Frontiere) che hanno gestito la campagna di vaccinazione iniziata il 21 maggio. Secondo il ministro della salute del Paese africano il 28 giugno tutte le persone esposte al virus Ebola avevano terminato il periodo di incubazione di 21 giorni. [Vox; Julia Belluz]

Che ruolo hanno le app per dispositivi mobili nella cura dello stato di salute o malattia delle persone? Come stanno modificando il rapporto tra pazienti e medici? A quali valutazioni e test devono essere sottoposte per entrare a far parte dei trattamenti offerti dal Sistema Sanitario Nazionale? Sono queste le domande che Anna Romano ha posto a Francesco Gabbrielli, responsabile del Centro Nazionale Telemedicina e Nuove Tecniche Assistenziali dell’Istituto Superiore di Sanità. [Scienza in rete; Anna Romano] 

UN FUTURO SOSTENIBILE

Nel 2017 sono state utilizzate 90 miliardi di tonnellate di risorse e nel 2050 la quantità potrebbe raddoppiare. Questa tendenza è dovuta alla crescita dell’attività di estrazione di materiali in Asia e Africa. L’estrazione di materiali, la loro lavorazione e infine lo smaltimento hanno un impatto notevole sull’ambiente, in termini di perdita di biodiversità, consumo di suolo, inquinamento di acqua e aria. Sull’ultimo numero di Science, dedicato alla sostenibilità, due ingegneri propongono cinque cambiamenti che potrebbero mitigare il problema: allungamento della vita utile dei materiali, miglioramento dei processi di manifattura per limitare la quantità di materia prima utilizzata, ricerca e sviluppo di materiali a basso impatto ambientale e, infine, riutilizzo e riciclo. [Science; Elsa A. Olivetti, Jonathan M. Cullen]

Dal 23 giugno lo stato indiano del Maharashtra, di cui è capitale Bombay, ha messo al bando l’utilizzo di sacchetti, cannucce, piatti e bottiglie di plastica. I trasgressori rischiano multe da 5 000 a 25 000 rupie e 3 mesi di prigione. Il primo ministro Narendra Modi ha definito la plastica “una minaccia per l’umanità” e 25 stati indiani hanno messo al bando, totalmente o parzialmente, la plastica non riciclabile. Ma lo stato del Maharashtra, 115 milioni di abitanti, è il primo a prevedere delle sanzioni, e sono stati dispiegati, nella sola Bomaby, 225 controllori.[Le Monde; Guillaume Delacroix]

Delle centinaia di milioni di tonnellate di plastica prodotte ogni anno solo il 14-18% vengono riciclate. Parla chiaro il report dell’OECD ‘Improving Markets for Recycled Plastics’, pubblicato a fine maggio, ma perché una percentuale così bassa? [Scienza in rete; Anna Romano]

RICERCA E SOCIETÀ

L’immigrazione nell’Europa occidentale non solo non è un peso economico, ma anzi produce in pochi anni un aumento del PIL pro capite e del bilancio fiscale. È questa la stima ottenuta da un gruppo di ricercatori del CNRS francese, che ha analizzato trent’anni di dati sull’immigrazione (dal 1985 al 2015) in 15 Paesi europei, tra cui l’Italia. A distanza di un anno dall’ingresso nel Paese europeo il beneficio si misura in un aumento dello 0,32% del PIL pro capite e dello 0,11% del bilancio fiscale. [Scienza in rete; Anna Romano]

Tutta la ricerca finanziata dalla Commissione Europea dovrà essere pubblicata in Open Access entro il 2020. Per garantire il raggiungimento di questo obiettivo, la Commissione ha lanciato l’Open Science Monitor, ma ne ha appaltato una parte al gigante dell’editoria scientifica Elsevier. L’obiettivo dell’Open Science Monitor è di sviluppare indicatori che misurino il grado di “apertura” della scienza europea, soprattutto nei confronti dei decisori politici. Se Elsevier si occuperà dello sviluppo di questi indici è probabile che saranno indici proprietari, basati cioè su database a pagamento. La contraddizione è allarmante: nell’ultimo anno diversi consorzi di biblioteche universitarie in Europa hanno deciso di boicottare le riviste pubblicate da Elsevier, per le clausole di segretezza imposte sui propri contratti, e per i costi sempre in crescita dell’accesso alle pubblicazioni. Con questa decisione la Commissione mette a rischio la riuscita dell’intera operazione. [The Guardian; Jon Tennant]

«Lost confidence in one of your own findings? Join our project and share your story!» É questo il messaggio che compare sul sito del ‘Loss of confidence project’, ideato dalla psicologa Julia Rohrer della International Max Planck Research School on the Life Course. Il progetto intende incoraggiare i ricercatori a condividere eventuali dubbi sui propri risultati scientifici, che possono sorgere anche molti anni dopo la pubblicazione. Non tutti gli errori richiedono, secondo Rohrer, di ritirare la pubblicazione. In molti casi sono stati commessi in buona fede o basandosi su assunzioni che non reggono più alla prova dei fatti.[Undark Magazine; Dalmeet Singh Chawla]

Le notizie di scienza della settimana #67

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 27 giugno 2018]

Solo il 5% dell’Universo è costituito da materia ordinaria, il resto è fatto di materia ed energia oscura. Ma se il mistero sulla natura di questa seconda componente è ben noto, è meno noto che circa il 40% della materia ordinaria manca all’appello. In altre parole: non è mai stato osservata. Almeno finora. La scorsa settimana Nature ha pubblicato i risultati di un’analisi condotta da un gruppo di astrofisici dell’ESA guidati da Fabrizio Nicastro (Istituto Nazionale di Astrofisica, INAF). Osservando la radiazione emessa da un singolo quasar nella regione dei raggi X, è stato possibile rilevare la presenza di materia barionica nello spazio intergalattico che separa il quasar dalla Terra. La materia ordinaria mancante sarebbe infatti distribuita, a bassissima densità e altissima temperatura, lungo i filamenti della ragnatela cosmica. Nell’immagine: rappresentazione artistica del mezzo intergalattico caldo e caldissimo, una miscela di gas con temperature che vanno da centinaia di migliaia di gradi (caldo) a milioni di gradi (caldissimo) che permea l’universo in una struttura simile a una ragnatela filamentosa. Credit: ESA / ATG medialab (illustrazione); ESA / XMM-Newton / F. Nicastro et al. 2018 (dati); R. Cen (simulazione cosmologica).

LA VIA ITALIANA ALLE ALTE ENERGIE

Il 21 giugno si è spento a Roma all’età di 88 anni Carlo Bernardini. Bernardini è stato prima di tutto un fisico, protagonista della cosiddetta “via italiana alle alte energie”. Negli anni ’50, sotto la guida di Giorgio Salvini ed Edoardo Amaldi, la scuola di fisica di Roma torna a essere all’altezza dell’operato dei “ragazzi di via Panisperna”. Questo accade soprattutto grazie al contributo dell’austriaco Bruno Touschek, che propone il primo acceleratore in cui vengono fatti collidere due fasci di particelle che viaggiano in versi opposti. Venne chiamato AdA (Anello di Accumulazione) e costruito, come prototipo, nel 1961 presso i laboratori dell’INFN a Frascati. Fino a quel momento lo studio delle interazioni fondamentali si era basato su collisori a bersaglio fisso. Carlo Bernardini faceva parte del gruppo di giovani scienziati che prese parte al progetto AdA e, successivamente, al suoupgrade ADONE. Ma Bernardini, da intellettuale autentico quale era, fu anche eccellente didatta, divulgatore e politico. [Scienza in rete; Pietro Greco] 

Un altro dei protagonisti della “via italiana alle alte energie” è stato Giorgio Parisi, eletto il 22 giugno nuovo Presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Durante la lectio magistralis che ha tenuto il 24 maggio scorso presso il Dipartimento di Fisica della Sapienza, Università di Roma, Parisi ha ricordato la “formidabile” storia della fisica teorica tra gli anni ’60 e ’70 del Novecento, popolata di scienziati italiani: Segré, Cabibbo, Maiani, oltre ai già citati Amaldi, Touschek, Salvini e Bernardini. Nel 1977 anche Parisi entra a pieno titolo in questo elenco, quando, insieme a Guido Altarelli, formula le equazioni che descrivono come cambia il contenuto dei protoni in termini di partoni (oggi li chiamiamo quark e gluoni) al variare dell’energia dei protoni. Un contributo fondamentale per calcolare il rumore prodotto dalle interazioni forti in un collisore di adroni, come LHC, e stanare così i segnali di nuova fisica. [Scienza in rete; Pietro Greco]

INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Sono sempre più diffusi i sistemi di assistenza alla decisione basati su un’intelligenza artificiale. Promettono una maggiore oggettività, ma spesso non fanno altro che esacerbare le ingiustizie che esistono nelle nostre società. È per questo motivo che un numero sempre maggiore di ricercatori sta affrontando il problema dell’equità degli algoritmi. Come fare a valutarla? La risposta a questa domanda è tutt’altro che semplice. Prima di tutto è difficile dare una definizione unica di equità o giustizia, in secondo luogo non è facile avere accesso agli algoritmi e ai dati su cui questi sono basati. Infine le leggi che cercano di tutelare i cittadini dalle decisioni ingiuste di un sistema automatico sembrano essere ancora poco efficaci. Ma ormai il problema è al centro della discussione dei politici, dei legislatori e degli scienziati. [Nature; Rachel Courtland]

Un esempio di algoritmo ingiusto è quello che regola l’ammissione a molti college americani. Recentemente il gruppo ‘Students for fair admissions’ ha fatto causa all’università di Harvard accusandola di penalizzare i candidati di origine asiatica. È ormai noto che il test SAT, fino a poco tempo fa un vero e proprio standard per l’ammissione ai college americani, è fortemente correlato con il reddito dei genitori e dunque sfavorisce i tentativi di diversificazione sociale. Per questo motivo alcune università hanno deciso di cambiare metodo. La University of Texas at Austin, ad esempio, sceglie gli studenti che al momento del diploma occupano il 6% più alto della classifica nella loro classe. E questo indipendentemente dalla scuola considerata. [Bloomberg View; Cathy O’Neil]

Un dibattito particolare quello che si è svolto la scorsa settimana a San Francisco in un affollato ufficio della IBM. A prendervi parte due umani, Noa Ovadia e Dan Zafrir, e un’intelligenza artificiale, chiamata Project Debater, su cui IBM lavora da 6 anni. I tre ospiti hanno discusso di due temi: l’opportunità di finanziare la ricerca spaziale e l’importanza della telemedicina. Nella prima discussione il pubblico ha preferito Noa Ovadia a Project Debater, mentre nella seconda il sistema IBM ha ottenuto più voti di Zafrir. Un pareggio di fatto, ma che permette di capire a che punto sia la ricerca e lo sviluppo di sistemi informatici che svolgano compiti di alto livello, come quello di trasformare le informazioni disponibili in argomentazioni e comunicarle in modo persuasivo. [The Guardian; Olivia Solon]

RICERCA E SOCIETÀ

Uno studio, pubblicato il 20 giugno dagli economisti Alesina, Miano e Stantcheva di Harvard, ha mostrato che negli Stati Uniti e in numerosi Paesi europei la percezione riguardo agli immigrati è molto distante dalla realtà. In media gli italiani pensano che gli immigrati costituiscano più di un quarto della popolazione, mentre in realtà sono solo l’11% del totale. Negli Stati Uniti la percezione è del 35%, il dato reale è inferiore al 15%. Il divario tra dati reali e impressioni è maggiore in certi gruppi sociali. Inoltre si tende a sovrastimare la componente musulmana e a sottostimare il livello di istruzione e di reddito delle popolazioni migranti. Particolarmente significativo il fatto che 1 francese su 4 ritiene che gli immigrati ottengano il doppio dei sussidi statali rispetto ai cittadini francesi.[The New York Times; Eduardo Porter, Karl Russell]

La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina potrebbe avere degli effetti anche sul futuro della ricerca scientifica dei due Paesi. Il 15 giugno Trump ha annunciato un aumento del 25% dei dazi su 818 prodotti importati dalla Cina, inclusi componenti elettroniche, microscopi, dispositivi per le indagini geologiche. Le nuove tariffe entreranno in vigore il 6 luglio. Dal canto suo, il Governo cinese ha risposto con un aumento delle tasse di importazione su 545 prodotti statunitensi e ha minacciato di estenderlo ad altri 114, inclusi reagenti chimici e macchine per la risonanza magnetica. Se la ricerca Cinese sembra in grado di assorbire il colpo, quella americana appare meno preparata. [Nature; Andrew Silver]

Ricorre quest’anno il quarantesimo anniversario della fondazione della SISSA, la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati con sede a Trieste. Nelle intenzioni del suo fondatore, il fisico Paolo Budinich, la SISSA avrebbe dovuto offrire percorsi di alta formazione post-universitaria che avviassero al mondo della ricerca, mantenendo una forte apertura internazionale. [Scienza in rete; Silvia D’Autilia]

Le notizie di scienza della settimana #66

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 20 giugno 2018]

In alcuni Paesi l’epidemia di AIDS è molto lontana dalla sua conclusione. In un
reportage prodotto da PBS e Science, il giornalista Jon Cohen ha visitato tre Paesi che sono più in difficoltà nell’adottare le misure sanitarie ormai consolidate per contenere l’infezione e la degenerazione in malattia: Nigeria, Russia e Florida. Gli ostacoli sono di diversa natura. Prima di tutto culturale, come in Nigeria dove si verifica quasi il 25% delle trasmissioni madre-figlio perché la maggior parte delle donne non entra mai in contatto con le strutture sanitarie durante la gravidanza. Sono invece di tipo politico e organizzativo i problemi della Russia, dove solo un terzo delle persone che ne avrebbero bisogno riceve i farmaci antiretrovirali dallo Stato. Infine la Florida, dove gli impedimenti sono di natura linguistica, data la numerosità della comunità Haitiana che parla solo la lingua creola, ma anche sociale, data l’alta concentrazione di senza-tetto e tossicodipendenti. Nell’immagine: un’operatrice sanitaria del Kawale Health Center in Malawi, informa Katie, una giovane madre sieropositiva, riguardo l’importanza di riprendere la terapia antiretrovirale. Credit: USAID / Flickr. Licenza: CC BY-NC-ND 2.0.

FAKE HEALTH NEWS

Analizzando le informazioni più condivise sui social network riguardo il virus Zika tra febbraio 2016 e gennaio 2017, un gruppo di ricercatori ha trovato che il 60% erano diffuse da media cosiddetti alternativi (che mancano cioè del processo di revisione dei giornali stampati). Il numero medio di condivisioni di queste notizie è stato di 44 773 contro le 9 656 di quelle diffuse da organizzazioni scientifiche. I risultati sono stati pubblicati sull’American Journal of Health Education da un gruppo di scienziati della University of South Florida. Questa distorsione non è priva di conseguenze, soprattutto quando si sta gestendo un’emergenza sanitaria. La speranza è che gli educatori e i comunicatori possano cercare di imparare da questo tipo di analisi e portare l’attenzione dei cittadini sulle questioni più trascurate e mistificate. [Nieman Journalism Lab at Harvard; Laura Hazard Owen] 

Il 13 giugno il New England Journal of Medicine ha pubblicato la nuova versione di un articolo, risalente al 2013, che descriveva i risultati di uno studio clinico sugli effetti della dieta mediterranea sulle malattie cardiovascolari. Il problema stava nell’assegnazione dei partecipanti ai gruppi di controllo e di trattamento: non era completamente random come dichiarato. È questo l’effetto della procedura di revisione intrapresa dalla rivista medica dopo che l’anestesista John Carlisle aveva pubblicato nel 2017 un articolo in cui analizzava oltre 5000 studi clinici pubblicati su otto riviste mediche. In alcuni di questi Carlisle aveva rilevato dei difetti statistici. L’esperienza ha spinto il direttore del NEJM a organizzare corsi di statistica per i suoi editor e intensificare i controlli statistici sui manoscritti. [Science; Jennifer Couzin-Frankel]

MEDIORIENTE

Nei territori palestinesi a sudovest di Hebron l’importazione di rifiuti elettronici da Israele e la loro combustione per ricavare metalli rivendibili è oggi una nicchia di mercato importante per l’economia della regione. È sempre Israele a riacquistare i metalli e rivenderli a prezzi maggiori in Europa e Cina. Agli inizi degli anni 2000 Israele costruì delle barriere di cemento armato lungo il confine con il governatorato di Hebron, controllato dall’autorità palestinese e molti abitanti dei villaggi della zona persero il lavoro. Bruciare i rifiuti elettronici e rivendere i metalli ricavati frutta tra 3000 e i 5000 dollari al mese, mentre quasi il 20% dei lavoratori della zona guadagna meno di 400 dollari al mese. Nel 2012 un gruppo di ricercatori della Ben Gurion University ha confrontato la posizione delle centinaia di siti di combustione della regione (di solito nei cortili delle case) con l’insorgenza di tumori infantili, trovando un’altissima correlazione. Particolarmente pericoloso è il piombo che causa danni al sistema immunitario e cognitivo. In attesa di un intervento politico, accademici e attivisti hanno avviato delle iniziative per sensibilizzare i cittadini e spingerli verso procedure di riciclaggio più sicure.[Undark Magazine; Shira Rubin]

Nel campo profughi di Zaatari in Giordania, che ospita 75 000 rifugiati siriani, il World Food Programme (WFP) distribuisce aiuti umanitari attraverso la tecnologia blockchain. Entrando in uno dei supermercati del campo si può fare la spesa pagando con un portafoglio digitale: attraverso il riconoscimento dell’iride si risale all’identità della persona e al credito che ha ricevuto dall’agenzia delle Nazioni Unite. Questa pratica, per adesso sperimentale, permette di risparmiare milioni di dollari evitando l’intermediazione delle banche locali, e anche di trasferire aiuti istantaneamente ai nuovi profughi, che ogni giorno raggiungono i campi giordani in fuga dalla Siria. I dati dei rifugiati vengono immagazzinati in una blockchain, permettendo così di separare i dati per l’autenticazione da quelli personali. L’idea è che il sistema possa essere esteso in futuro per creare una carta di identità completamente digitale e svincolata dalle autorità nazionali. Questo permetterebbe ai migranti di inserirsi più velocemente nei Paesi di arrivo. Tuttavia il sistema utilizzato dal WFP è ad accesso controllato e dunque non garantisce la stessa decentralizzazione di un network pubblico, ponendo il problema della proprietà dell’identità: è dei singoli individui o dell’organizzazione?[MIT Technology Review; Russ Juskalian]

Nella striscia di Gaza i farmaci oncologici arrivano sempre in ritardo, i permessi per effettuare terapie nei territori israeliani sono difficili da ottenere, e le cure sono spesso troppo costose per chi vive in quella zona. È quanto emerge da una serie di testimonianze raccolte dal giornale israeliano Haaretz tra i pazienti oncologici che abitano a Gaza: «Ricevere una diagnosi di cancro qui è come essere condannati a una morte lenta.» [Haaretz; Manal Massalha]

RICERCA E SOCIETÀ

Il 30 maggio il Consiglio di Stato cinese insieme al Partito Comunista hanno annunciato un giro di vite sulle frodi scientifiche. In primo luogo i ricercatori che pubblicheranno sulle riviste scientifiche considerate “predatorie” (che pubblicano articoli dietro il pagamento di una tassa senza effettuare alcun processo di revisione) verranno sanzionati e le pubblicazioni non verranno considerate ai fini dell’assegnazione di fondi o posti di lavoro. In secondo luogo sarà assegnato al Ministero della Scienza il compito di indagare sulle condotte sospettate di essere fraudolente o non etiche. Finora era l’istituzione a cui apparteneva il ricercatore o la ricercatrice a condurre le indagini. Se queste misure saranno efficaci è tutto da vedere, ma rappresentano l’ennesima conferma che Xi Jinping considera la ricerca scientifica uno dei più importanti fattori di crescita per l’economia cinese. [Nature; Editoriale]

Un numero sempre crescente di persone ritiene che il proprio lavoro sia completamente inutile alla società. Se lo interrompesse il mondo sarebbe uguale a prima o addirittura un posto migliore. E l’università e la ricerca non fanno eccezione. Un sondaggio, realizzato nel 2015 in Gran Bretagna da YouGov, ha trovato che il 37% degli intervistati riteneva il proprio lavoro senza scopo. Anche i professori e i ricercatori condividono la stessa frustrazione, soprattutto a causa del carico sempre maggiore di lavori di amministrazione che sono costretti a sostenere. Molti denunciano di spendere lo stesso tempo a redigere resoconti e moduli di valutazione della loro attività di ricerca che a pensare, studiare, leggere o insegnare. E questo accade a fronte dell’aumento del personale amministrativo nelle università. Come è possibile? C’è una soluzione? Il punto di vista di David Graeber, antropologo della London School of Economics and Political Science e autore del libro ‘Bullshit Jobs’. [The Chronicle of Higher Education; David Graeber]

Le notizie di scienza della settimana #65

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 13 giugno 2018]

È iniziato l’11 giugno a Trieste il ciclo di eventi “Ricordando Margherita” in occasione dei 5 anni dalla scomparsa di Margherita Hack. Dall’11 al 30 giugno si svolgeranno una serie di appuntamenti in città a e Basovizza, organizzati dalla rete di istituti di ricerca e università dell’area triestina “Trieste Città della Conoscenza”. L’astrofisica Patrizia Caraveo ha condiviso il ricordo personale della grande astronoma, divulgatrice e intellettuale toscana, che aveva scelto Trieste come sua città di adozione. Credit: Luciano Cotena.

NUOVI TEST GENETICI PER LA DIAGNOSI E LA CURA DEL CANCRO

Circa il 70% delle donne con tumore al seno, a cui oggi viene consigliata la chemioterapia in aggiunta alla terapia ormonale potrebbero in futuro evitarla perché inutile per ridurre il rischio di ricomparsa della malattia. È questo il risultato dello studio clinico TAILORx, condotto negli USA su 9 000 donne tra i 18 e i 75 anni con tumore al seno ai primi stadi che non avesse raggiunto i linfonodi, sensibili alla terapia ormonale, negative per la proteina HER2 e con un punteggio del test genetico Oncotype DX tra 11 e 25 (su una scala da 0 a 100). Oncotype DX è un esame effettuato sui tessuti tumorali che ne analizza il profilo genetico, individuando il grado di attività di un gruppo di geni correlati con la ricorrenza del tumore al seno. Finora le donne con punteggio da 11 a 25 erano considerate a rischio intermedio e nella maggioranza dei casi venivano indirizzate verso la chemioterapia. Lo studio TAILORx, randomizzato controllato, ha mostrato che ricevere o non ricevere la chemioterapia non riduce il rischio di recidiva in queste donne (tranne che per un gruppo specifico: più giovani di 50 anni e con punteggio tra 16 e 25). Queste conclusioni potrebbero davvero cambiare gli standard di cura di una malattia che colpisce ogni anno nel mondo 1,7 milioni di donne. [The New York Times; Denise Grady] 

«Come tutte le ricerche che conducono a “fare di meno” (less is more!), anche questa è stata possibile soprattutto grazie a un finanziamento pubblico»,commenta Roberto Satolli, che si era occupato dei test genetici sul tessuto del tumore al seno alla loro prima comparsa nel 2002. Per alcuni anni, ricorda Satolli, gli scienziati erano incerti su quali fossero le varianti genetiche rilevanti per la ricomparsa del cancro, ma dal 2004 i risultati delle ricerche si erano stabilizzati e lentamente era stato messo a punto il test, l’Oncotype DX. Ora i risultati di TAILORx dovranno farsi strada nella pratica clinica, scontrandosi con gli interessi delle compagnie che producono i farmaci chemioterapici contrapposti a quelle che invece producono il test genetico. Ma soprattutto sarà importante informare le donne affinché possano decidere consapevolmente. [Scienza in rete; Roberto Satolli] 

All’Institute for Cancer Research di Londra sta per cominciare uno studio clinico che valuterà l’efficacia di un nuovo test sulla saliva nell’individuare gli uomini con un rischio aumentato di sviluppare un tumore della prostata. Il trialsi basa su uno studio, pubblicato recentemente sulla rivista Nature Genetics, che ha indagato l’origine genetica del cancro alla prostata. I ricercatori hanno individuato 63 varianti genetiche, connesse a oltre 100 marker, responsabili del 28% del rischio ereditario di sviluppare la malattia. Il risultato è stato ottenuto confrontando il DNA di 80 000 mila pazienti con tumore della prostata con quello di 61 000 uomini sani. La ricerca di un test diagnostico efficace, soprattutto nei primi stadi della malattia, è particolarmente importante. A marzo, infatti, un’analisi condotta sul test del PSA ha mostrato che aumenta sì il numero di diagnosi, ma non ha incidenza sui tassi di sopravvivenza al tumore. [The Guardian; Ian Sample] 

I DESTINI INCROCIATI DEI ROVER DELLA NASA CURIOSITY E OPPORTUNITY

Il rover della NASA Curiosity ha identificato un gruppo di molecole a base di carbonio nel letto di un ex-lago su Marte. Questa scoperta non è sufficiente a concludere che siano esistite forme di vita sul pianeta rosso, ma dimostra che molecole organiche possono sopravvivere sulla sua superficie resistendo alle intense radiazioni solari. La ricerca è stata pubblicata giovedì scorso sulla rivista Science insieme a un secondo articolo, in cui i ricercatori rendono conto della presenza di metano in concentrazioni oscillanti con la stagione. Le misurazioni della concentrazione di metano da parte di Curiosity erano state finora inconcludenti, ma adesso permetteranno agli scienziati di ragionare sull’orgine di questo composto (fenomeni geologici, acqua e calore o come prodotto di scarto di microbi). [The New York Times; Kenneth Chang]

Una tempesta di polvere di densità mai osservata prima sta imperversando nella Perserverance Valley su Marte dal 1 giugno, mettendo a rischio la sopravvivenza del rover Opportunity. Dal 6 giugno le attività di ricerca scientifica condotte da Opportunity sono sospese e si teme il peggio. Domenica il veicolo ha inviato segnali a Terra riguardanti la sua temepratura e le condizioni meteorologiche, permettendo agli scienziati di tirare un sospiro di sollievo. Ma il tentativo di contatto del 12 giugno non ha ricevuto risposta e si teme che il livello di carica delle batterie del rover sia sceso sotto i 24 volt. Al contrario di Curiosity, infatti, Opportunity non ha un motore a energia nucleare, ma è alimentato dalla luce solare che ora è offuscata dalle polveri che coprono circa 35 milioni di chilometri quadrati. Opportunity esplora la superficie di Marte ormai da 15 anni e ha percorso più di 44 chilometri. [Mars Exploration Program and Jet Propulsion Laboratory – NASA; Andrew Good]

RICERCA E SOCIETÀ

Pubblicato il 7 giugno il budget dettagliato del prossimo programma quadro per la ricerca in Europa, Horizon Europe. In totale 94,1 miliardi di euro distribuiti su tre ‘pillar’. La ricerca di base riceve 25,8 miliardi (di cui 16,6 destinati allo European Research Council). La fetta più grossa degli investimenti va al secondo ‘pillar’ (Global Challenges and Industrial Competitiveness), quasi 53 miliardi. Il terzo ‘pillar’ contiene la novità più importante: la costituzione dello European Innovation Council, che verrà finanziato con 10 miliardi, e intende favorire lo sviluppo di idee destinate al mondo dell’impresa. Altre novità riguardano l’accesso dei Paesi non membri dell’Unione, inclusa la Gran Bretagna. Il Regno Unito sta infatti negoziando uno status speciale che, dietro contribuzione, gli permetterebbe di avere accesso ai fondi. [European Commission; Research and Innovation Directorate-General]

Quest’anno il Premio Bassoli, promosso da INFN, SISSA e Zadig, è dedicato alla ricostruzione della storia orale intorno alla parola “razza” a ottant’anni dalle leggi razziali del fascismo. E non potrebbe trattare tema più attuale. Da alcuni anni scienziati sociali e naturali hanno costituito un movimento che chiede di cancellare la parola “razza” dall’articolo 3 della Costituzione. Il clima politico e culturale italiano ha poi spinto, il 22 gennaio scorso, antropologi culturali e naturali a sottoscrivere un documento che ribadisse, ancora una volta, che il concetto di “razza” non ha alcun fondamento scientifico. L’iniziativa è proseguita poi durante un incontro alla Camera dei deputati, in cui è stato lanciato un appello per un’informazione scientifica contro i razzismi, soprattutto nelle scuole. Che ruolo stanno avendo, dunque, gli scienziati, nella costruzione di una nuova cultura antirazzista? [Scienza in rete; Pietro Greco]

Pedro Duque, ex astronauta della European Space Agency, sarà a capo del neonato ministero spagnolo della scienza. Così ha deciso il nuovo primo ministro, il socialista Sanchez. Uno dei primi compiti di Duque sarà la ristrutturazione dell’AEI, l’agenzia nazionale della ricerca. Agenzia che, come non si stanca di ricordare il Gruppo 2003 per la ricerca scientifica, in Italia ancora manca. [Science; Elisabeth Pain]