Le notizie di scienza della settimana #64

[originariamente pubblicato su Scienza in rete il 6 giugno 2018]

L’analisi del genoma dei resti di 91 individui ritrovati sulle Channel Islands, al largo delle coste californiane, e nell’Ontario sud-occidentale indica l’esistenza di due gruppi umani, ANC-A e ANC-B, da cui avrebbero avuto origine le popolazioni native americane. È quanto rivela uno studio pubblicato sull’ultimo numero di Science. Il gruppo ANC-B sarebbe principalmente associato alle popolazioni dell’America nord-orientale, mentre i nativi americani del centro e del sud del continente discenderebbero dal mescolamento di ANC-A con ANC-B. Per stimare l’epoca in cui è avvenuta la differenziazione tra questi due gruppi, gli scienziati hanno osservato che il genoma di Anzick-1, l’individuo più antico ritrovato nel continente americano in Montana e risalente a circa 13 mila anni fa, appartiene al gruppo ANC-A. Le due popolazioni si sarebbero dunque separate migliaia di anni prima. Infine i ricercatori ritengono che il luogo più probabile per la differenziazione tra ANC-A e ANC-B sia a sud dei ghiacciai Laurentide e della Cordigliera, che coprivano i territori dell’America settentrionale. I due gruppi si sarebbero poi rincontrati più a sud e mescolati. Nell’immagine il cranio di Naia, l’individuo di sesso femminile vissuto circa 12 mila anni fa i cui resti sono stati ritrovati nel 2007 all’interno della grotta di Hoyo Negro, un sito archeologico del Pleistocene situato nella penisola dello Yucatan in Messico. Credit: James Chatters / Hoyo Negro / University of California San Diego.

ERADICARE LA MALARIA

Nel 2015 la malaria ha ucciso tra le 438 000 e le 720 000 persone: il 72% erano bambini di età inferiore ai 5 anni e circa il 90% abitava l’Africa subsahariana. La speranza dei ricercatori è di utilizzare la tecnologia chiamata ‘CRISPR gene drive’ per eradicare la malattia. Consiste nel modificare il DNA di alcuni individui delle specie di zanzare responsabili per la diffusione del parassita per diffondere la stessa modifica a tutta la specie. Si potrebbe interventire sul loro DNA perché generino solo maschi, causandone così l’estinzione, oppure renderle resistenti alla malaria e impedirgli così di trasmetterla agli esseri umani. Questi sono i due approcci studiati dai due gruppi di ricercatori impegnati su questo fronte: uno in California (presso le Università della California di San Diego e Irvine) e l’altro all’Imperial College di Londra. È quest’ultima istituzione che ospita il progetto Target Malaria che aspira a testare sul campo il ‘CRISPR gene drive’ entro il 2023. Ma a ostacolare l’impiego di questa tecnologia ci sono soprattutto questioni politiche e di governance. Il primo problema è l’uniformità delle regolamentazioni sui trial clinici. Un esperimento con ‘CRISPR gene drive’ non rimarrebbe, per sua natura, all’interno dei confini nazionali di uno Stato, ma interesserebbe rapidamente i Paesi confinanti. Inoltre bisogna considerare l’accettabilità sociale di una tecnica simile, sviluppata da scienziati occidentali ma da impiegare nel continente africano. [Vox; Dylan Matthews] 

Un progetto pilota esiste già, anche se non riguarda un gene drive ottenuto con la tecnica CRISPR. Si tratta dell’esperimento condotto da Kevin Esvelt di MIT sulle isole di Nantucket e Martha’s vineyard negli Stati Uniti, dove gli scienziati hanno introdotto dei topi geneticamente ingegnerizzati per combattere la malattia di Lyme. Ad affiancare Esvelt in questo progetto definito di responsive science c’è la bioeticista Jeantine Lunshof, che ha ideato e coordinato gli incontri con le comunità locali. [The Atlantic; Ed Yong] 

IL TRIZIO DI FUKUSHIMA

Il Governo giapponese si appresta a organizzare un dibattito pubblico nella zona di Fukushima per decidere come smaltire 1 milione di tonnellate di acqua contaminata con trizio, fuoriuscite dai reattori della centrale nucleare in seguito allo tsunami del 2011. La International Atomic Energy Agency (IAEA) ha raccomandato la diluizione e lo smaltimento nell’Oceano Pacifico: si tratta in assoluto della strategia con i rischi minori. Ma il Governo non ha ancora preso nessuna decisione, spaventato dalle reazioni negative delle popolazioni locali, in particolare delle cooperative di pescatori. [Japan Times; Azby Brown]

E il bilancio è destinato a salire. Ogni giorno infatti circa 150 tonnellate di acqua di falda filtrano all’interno dei reattori, trascinando con se materiale radioattivo. La TEPCO, proprietaria dello stabilimento, pompa le acque contaminate fuori dai reattori e le depura dagli elementi più radioattivi, come cesio e stronzio, ma non dal trizio, l’isotopo 3 dell’idrogeno. L’acqua viene per questo immagazzinata all’interno di enormi barili stagni, oggi sono circa 850, ma la TEPCO stima che dal 2020 non avrà più spazio per posizionare nuovi barili. È dunque necessario procedere allo smaltimento. [Wired; Vince Beiser]

RICERCA E SOCIETÀ

Il risultato del processo di autovalutazione dello European Research Council è chiaro: investire in progetti ad alto rischio paga. Il 31 maggio è stato pubblicato il terzo rapporto di valutazione della ricerca finanziata dallo ERC. Quest’anno sono stati analizzati 223 progetti arrivati a conclusione nella prima metà del 2015. I valutatori, scelti tra i ricercatori europei più esperti, hanno concluso che il 79% di questi 223 progetti ha portato ad avanzamenti scientifici rilevanti e il 19% a vere e proprie scoperte fondamentali. Solo l’1% non ha generato contributi scientifici sufficienti. Ai valutatori è stato poi chiesto di concentrarsi sulla rischiosità dei progetti. Ebbene secondo loro solo il 10% del totale ha intrapreso un percorso scientifico a basso rischio. Si tratta di un esperimento di valutazione nuovo per gli enti finanziatori della ricerca in Europa, che di solito misurano l’efficacia dei loro investimenti singolarmente per ogni progetto e considerano solo l’impatto in termini di pubblicazioni e non di effetti sull’economia e la società. [Nature; Inga Vesper]

Nonostante la crisi economica che ha colpito l’Europa tra il 2008 e il 2012, il tasso di mortalità tra le fasce meno istruite della popolazione europea è diminuito. Questo il risultato dello studio coordinato dall’epidemiologo Johan Mackenbach dell’Erasmus Medical Center nell’ambito del progetto europeo Lifepath, e pubblicato sulla rivista PNAS. Al contrario di quanto accaduto negli Stati Uniti, in 27 Paesi europei la salute dei cittadini meno istruiti è migliorata negli anni della crisi economica, probabilmente grazie alla tenuta dei sistemi di welfare. In particolare i Paesi dell’Europa dell’Est hanno vissuto un’inversione di tendenza: se tra il 1980 e il 2008 il tasso di mortalità tra le persone di età compresa tra 45 e 60 anni è aumentato, tra il 2008 e il 2012 è diminuito. [Scienza in rete; Luca Carra]

L’introduzione, nel 2010, dell’abilitazione scientifica nazionale per accedere ai concorsi di professore associato e ordinario avrebbe determinato un aumento nel numero di auto-citazioni dei ricercatori italiani. Ad affermarlo è uno pubblicato sulla rivista Research Policy. [Nature Index; Dalmeet Singh Chawla]

Le notizie di scienza della settimana #63

[originariamente pubblicato su Scienza in rete il 30 maggio 2018]

Partito il 6 maggio negli Stati Uniti il progetto All of Us Research Program, dei National Institutes of Health: raccoglierà i dati sanitari, genetici e sugli stili di vita di almeno 1 milione di cittadini. L’obiettivo è creare una base dati per la medicina di precisione. Credit: National Institutes of Health. Licenza: Public Domain.

CINA ALLA CONQUISTA DELLA SUPREMAZIA SCIENTIFICA: CHIEDE LA COLLABORAZIONE DI TUTTI

“La stazione spaziale cinese non appartiene solo alla Cina, ma a tutto il mondo. Tutti gli Stati, indipendentemente dalla loro dimensione e livello di sviluppo, possono prendervi parte”. Sono queste le parole pronunciate dall’ambasciatore Shi Zhongjun, rappresentante della Cina presso le Nazioni Unite e altre istituzioni internazionali a Vienna il 29 maggio scorso. La Chinese Space Station (CSS) potrebbe essere operativa già nel 2022. Dall’altro lato dell’Atlantico le cose sembrano prendere la direzione opposta: l’amministrazione Trump prevede di interrompere i finanziamenti della NASA alla International Space Station nel 2025. E se l’ESA europea ha già stretto accordi con i colleghi cinesi che consentiranno agli astronauti europei di visitare la CSS, la legge statunitense vieta ogni coinvolgimento della NASA nei programmi spaziali della Cina. [Ars Technica; Eric Berger] 

È stato lanciato la scorsa settimana a Shangai un nuovo centro di ricerca dedicato allo studio del cervello, lo Shangai Research Center for Brain Science and Brain Inspired Intelligence. Insieme al Chinese Institute for Brain Research, inaugurato a Pechino il 22 marzo scorso, dovrebbe diventare il teatro del China Brain Project, il progetto che intende condurre la Cina alle frontiere delle neuroscienze. Annunciato nel 2016 all’interno del piano quinquennale, il programma non ha tuttavia ancora ricevuto la luce verde dalle autorità nazionali. I tre pilastri di base del progetto sono stati delineati in un articolo pubblicato sulla rivista Neuron nel 2016 e ruotano attorno alla possibilità di guadagnare nuove conoscenze sul funzionamento dei circuiti che connettono tra loro i diversi tipi di neuroni. In attesa di un inizio ufficiale, i due istituti sono nati grazie ai finanziamenti delle amministrazioni cittadine e di altri istituti di ricerca e contano di stabilire una fitta rete di collaborazioni, sia con i centri clinici sul territorio sia con gli scienziati di altri Paesi. [Science; Dennis Normille] 

Le scuole di fisica di Zhuhai e Guangzhou, entrambe nella provincia sudorientale cinese del Guangdong, recluteranno 140 ricercatori in tutto nei prossimi cinque anni. Da coloro che sono a inizio carriera, i post-doc, fino ai più esperti professori ordinari. E stanno cercando di ottenere il maggior numero di candidature dall’estero, Europa e Stati Uniti in particolare. Pietro Greco racconta di questa apertura e della stupefacente velocità a cui crescono gli investimenti in ricerca e sviluppo in Cina. [Scienza in rete; Pietro Greco] 

FIPRONIL: PRINCIPIO DI PRECAUZIONE IN DISCUSSIONE?

Il 17 maggio scorso la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha emesso una sentenza in cui accoglie il ricorso di BASF contro le limitazioni imposte nel 2013 dalla Commissione all’utilizzo del fipronil, il pesticida considerato, insieme ad altri tre insetticidi della famiglia dei neonicotinoidi, responsabile della moria delle api e di altri impollinatori. Di fatto la Corte ritiene che l’elevato grado di incertezza sugli effetti del fipronil sull’ambiente e la salute umana imponga di condurre un’analisi dei danni economici arrecati dalla limitazione del suo utilizzo. La Corte europea sembra affermare dunque che sul principio di precauzione prevalga in questo caso quello di proporzionalità, mettendo sullo stesso piano i danni ad ambiente e salute e le perdite economiche. Il principio di precauzione, presente nel diritto ambientale europeo all’Articolo 191 del Trattato di Lisbona, stabilisce che “in caso di rischio di danno grave o irreversibile, l’assenza di una piena certezza scientifica non deve costituire un motivo per differire l’adozione di misure adeguate ed effettive”. Stéphane Focaurt, il giornalista di Le Monde autore insieme a Stéphane Horel dell’inchiesta sulla Monsanto, si chiede se un simile precedente indebolirà la posizione dei Governi nelle contese future con le industrie chimiche. [Le Monde; Stéphane Foucart]

Nella stessa sentenza del 17 maggio la Corte di giustizia dell’Unione Europea si è espressa anche riguardo il ricorso, presentato da Bayer e Syngenta, su altri tre insetticidi appartenenti alla famiglia dei neonicotinoidi. In questo caso la Corte ha respinto il ricorso delle aziende chimiche che chiedevano un risarcimento per le restrizioni imposte dalla Commissione Europea nel 2013. Le limitazioni del 2013 sono state rinforzate poco più di un mese fa, il 27 aprile scorso, quando l’Unione Europea ha vietato del tutto l’utilizzo di questi stessi pesticidi nelle coltivazioni all’aperto, a causa delle crescenti prove scientifiche del fatto che causano danni alle api impollinatrici, sia addomesticate che selvatiche. Il divieto entrerà in vigore alla fine del 2018 in tutti gli Stati membri dell’Unione. [Financial Times; Rochelle Toplensky]

Il voto degli Stati membri dell’Unione sulla proposta, avanzata dalla Commissione già l’anno scorso, di vietare del tutto l’uso dei tre neonicotinoidi all’aperto era inizialmente fissata per dicembre del 2017. Ma gli Stati hanno deciso di attendere l’aggiornamento di uno studio condotto dall’EFSA (l’agenzia europea per la sicurezza alimentare) pubblicato a febbraio 2018. Al contrario di altri pesticidi, i neonicotinoidi non rimangono sulla superficie delle foglie ma penetrano all’interno della pianta e sono assorbiti dalle radici, dallo stelo, dal nettare e dal polline. Analizzando oltre 1500 pubblicazioni l’EFSA ha stabilito che le api sono esposte a livelli tossici di queste sostanze attraverso il polline e il nettare, ma anche la polvere dispersa quando i semi trattati vengono piantati. I neonicotinoidi interferiscono con il sistema nervoso centrale degli insetti, causando paralisi e morte. [Nature; Declan Butler]

RICERCA E SOCIETÀ

Nell’ambito del progetto ‘Memorie di scienza’, promosso da Zadig, Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” e INFN – Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Ilaria Ampollini e Alberto Brodesco hanno realizzato il documentario ‘Veli di cristallo. Donne e Islam nell’Italia della ricerca scientifica’. Attraverso le testimonianze di nove donne di fede o origine islamica che lavorano nel campo della ricerca nel nostro Paese emerge una situazione tutt’altro che stereotipata. E quando gli viene chiesto perché hanno scelto la strada della scienza, alcune di loro fanno riferimento al detto di Maometto: “la cura per l’ignoranza è interrogarsi”. [Scienza in rete; Ilaria Ampollini, Alberto Brodesco]

È iniziata una settimana fa la campagna di vaccinazione contro Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, colpita dalla nona epidemia del virus in 40 anni. Si tratta di un vaccino sperimentale, usato sul campo solo in Guinea durante la coda dell’epidemia di Ebola che colpì l’Africa Occidentale nel 2015, e verrà somministrato inizialmente agli operatori sanitari, ai contatti dei malati e ai contatti dei contatti. Ma per massimizzare la probabilità che il vaccino riesca a contenere l’epidemia è necessario che raggiunga le persone giuste e che sia accettato dalle comunità locali. È per questo fondamentale un’attività di comunicazione e mediazione che tenga conto delle lingue parlate nelle zone colpite dal virus, e del background culturale delle comunità interessate. Un team di esperti è lì per questo. [The Atlantic; Ed Yong]

I negoziati sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea riguardano anche la partecipazione in numerosi progetti di ricerca e piattaforme tecnologiche. Tra questi c’è l’accesso ai dati raccolti dal satellite Galileo, costruito da ESA – European Space Agency con il contributo del Regno Unito, per offrire all’Unione Europea un sistema di posizionamento globale (GPS) indipendente da Stati Uniti, Cina e Russia. Nel caso in cui l’accesso fosse negato la Gran Bretagna promette di costruire un proprio satellite, ma è davvero possibile? Che strada prenderà la ricerca spaziale britannica se dovesse diventare nazionale? [The Guardian; Philip Ball]