Le notizie di scienza della settimana #66

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 20 giugno 2018]

In alcuni Paesi l’epidemia di AIDS è molto lontana dalla sua conclusione. In un
reportage prodotto da PBS e Science, il giornalista Jon Cohen ha visitato tre Paesi che sono più in difficoltà nell’adottare le misure sanitarie ormai consolidate per contenere l’infezione e la degenerazione in malattia: Nigeria, Russia e Florida. Gli ostacoli sono di diversa natura. Prima di tutto culturale, come in Nigeria dove si verifica quasi il 25% delle trasmissioni madre-figlio perché la maggior parte delle donne non entra mai in contatto con le strutture sanitarie durante la gravidanza. Sono invece di tipo politico e organizzativo i problemi della Russia, dove solo un terzo delle persone che ne avrebbero bisogno riceve i farmaci antiretrovirali dallo Stato. Infine la Florida, dove gli impedimenti sono di natura linguistica, data la numerosità della comunità Haitiana che parla solo la lingua creola, ma anche sociale, data l’alta concentrazione di senza-tetto e tossicodipendenti. Nell’immagine: un’operatrice sanitaria del Kawale Health Center in Malawi, informa Katie, una giovane madre sieropositiva, riguardo l’importanza di riprendere la terapia antiretrovirale. Credit: USAID / Flickr. Licenza: CC BY-NC-ND 2.0.

FAKE HEALTH NEWS

Analizzando le informazioni più condivise sui social network riguardo il virus Zika tra febbraio 2016 e gennaio 2017, un gruppo di ricercatori ha trovato che il 60% erano diffuse da media cosiddetti alternativi (che mancano cioè del processo di revisione dei giornali stampati). Il numero medio di condivisioni di queste notizie è stato di 44 773 contro le 9 656 di quelle diffuse da organizzazioni scientifiche. I risultati sono stati pubblicati sull’American Journal of Health Education da un gruppo di scienziati della University of South Florida. Questa distorsione non è priva di conseguenze, soprattutto quando si sta gestendo un’emergenza sanitaria. La speranza è che gli educatori e i comunicatori possano cercare di imparare da questo tipo di analisi e portare l’attenzione dei cittadini sulle questioni più trascurate e mistificate. [Nieman Journalism Lab at Harvard; Laura Hazard Owen] 

Il 13 giugno il New England Journal of Medicine ha pubblicato la nuova versione di un articolo, risalente al 2013, che descriveva i risultati di uno studio clinico sugli effetti della dieta mediterranea sulle malattie cardiovascolari. Il problema stava nell’assegnazione dei partecipanti ai gruppi di controllo e di trattamento: non era completamente random come dichiarato. È questo l’effetto della procedura di revisione intrapresa dalla rivista medica dopo che l’anestesista John Carlisle aveva pubblicato nel 2017 un articolo in cui analizzava oltre 5000 studi clinici pubblicati su otto riviste mediche. In alcuni di questi Carlisle aveva rilevato dei difetti statistici. L’esperienza ha spinto il direttore del NEJM a organizzare corsi di statistica per i suoi editor e intensificare i controlli statistici sui manoscritti. [Science; Jennifer Couzin-Frankel]

MEDIORIENTE

Nei territori palestinesi a sudovest di Hebron l’importazione di rifiuti elettronici da Israele e la loro combustione per ricavare metalli rivendibili è oggi una nicchia di mercato importante per l’economia della regione. È sempre Israele a riacquistare i metalli e rivenderli a prezzi maggiori in Europa e Cina. Agli inizi degli anni 2000 Israele costruì delle barriere di cemento armato lungo il confine con il governatorato di Hebron, controllato dall’autorità palestinese e molti abitanti dei villaggi della zona persero il lavoro. Bruciare i rifiuti elettronici e rivendere i metalli ricavati frutta tra 3000 e i 5000 dollari al mese, mentre quasi il 20% dei lavoratori della zona guadagna meno di 400 dollari al mese. Nel 2012 un gruppo di ricercatori della Ben Gurion University ha confrontato la posizione delle centinaia di siti di combustione della regione (di solito nei cortili delle case) con l’insorgenza di tumori infantili, trovando un’altissima correlazione. Particolarmente pericoloso è il piombo che causa danni al sistema immunitario e cognitivo. In attesa di un intervento politico, accademici e attivisti hanno avviato delle iniziative per sensibilizzare i cittadini e spingerli verso procedure di riciclaggio più sicure.[Undark Magazine; Shira Rubin]

Nel campo profughi di Zaatari in Giordania, che ospita 75 000 rifugiati siriani, il World Food Programme (WFP) distribuisce aiuti umanitari attraverso la tecnologia blockchain. Entrando in uno dei supermercati del campo si può fare la spesa pagando con un portafoglio digitale: attraverso il riconoscimento dell’iride si risale all’identità della persona e al credito che ha ricevuto dall’agenzia delle Nazioni Unite. Questa pratica, per adesso sperimentale, permette di risparmiare milioni di dollari evitando l’intermediazione delle banche locali, e anche di trasferire aiuti istantaneamente ai nuovi profughi, che ogni giorno raggiungono i campi giordani in fuga dalla Siria. I dati dei rifugiati vengono immagazzinati in una blockchain, permettendo così di separare i dati per l’autenticazione da quelli personali. L’idea è che il sistema possa essere esteso in futuro per creare una carta di identità completamente digitale e svincolata dalle autorità nazionali. Questo permetterebbe ai migranti di inserirsi più velocemente nei Paesi di arrivo. Tuttavia il sistema utilizzato dal WFP è ad accesso controllato e dunque non garantisce la stessa decentralizzazione di un network pubblico, ponendo il problema della proprietà dell’identità: è dei singoli individui o dell’organizzazione?[MIT Technology Review; Russ Juskalian]

Nella striscia di Gaza i farmaci oncologici arrivano sempre in ritardo, i permessi per effettuare terapie nei territori israeliani sono difficili da ottenere, e le cure sono spesso troppo costose per chi vive in quella zona. È quanto emerge da una serie di testimonianze raccolte dal giornale israeliano Haaretz tra i pazienti oncologici che abitano a Gaza: «Ricevere una diagnosi di cancro qui è come essere condannati a una morte lenta.» [Haaretz; Manal Massalha]

RICERCA E SOCIETÀ

Il 30 maggio il Consiglio di Stato cinese insieme al Partito Comunista hanno annunciato un giro di vite sulle frodi scientifiche. In primo luogo i ricercatori che pubblicheranno sulle riviste scientifiche considerate “predatorie” (che pubblicano articoli dietro il pagamento di una tassa senza effettuare alcun processo di revisione) verranno sanzionati e le pubblicazioni non verranno considerate ai fini dell’assegnazione di fondi o posti di lavoro. In secondo luogo sarà assegnato al Ministero della Scienza il compito di indagare sulle condotte sospettate di essere fraudolente o non etiche. Finora era l’istituzione a cui apparteneva il ricercatore o la ricercatrice a condurre le indagini. Se queste misure saranno efficaci è tutto da vedere, ma rappresentano l’ennesima conferma che Xi Jinping considera la ricerca scientifica uno dei più importanti fattori di crescita per l’economia cinese. [Nature; Editoriale]

Un numero sempre crescente di persone ritiene che il proprio lavoro sia completamente inutile alla società. Se lo interrompesse il mondo sarebbe uguale a prima o addirittura un posto migliore. E l’università e la ricerca non fanno eccezione. Un sondaggio, realizzato nel 2015 in Gran Bretagna da YouGov, ha trovato che il 37% degli intervistati riteneva il proprio lavoro senza scopo. Anche i professori e i ricercatori condividono la stessa frustrazione, soprattutto a causa del carico sempre maggiore di lavori di amministrazione che sono costretti a sostenere. Molti denunciano di spendere lo stesso tempo a redigere resoconti e moduli di valutazione della loro attività di ricerca che a pensare, studiare, leggere o insegnare. E questo accade a fronte dell’aumento del personale amministrativo nelle università. Come è possibile? C’è una soluzione? Il punto di vista di David Graeber, antropologo della London School of Economics and Political Science e autore del libro ‘Bullshit Jobs’. [The Chronicle of Higher Education; David Graeber]

Le notizie di scienza della settimana #65

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 13 giugno 2018]

È iniziato l’11 giugno a Trieste il ciclo di eventi “Ricordando Margherita” in occasione dei 5 anni dalla scomparsa di Margherita Hack. Dall’11 al 30 giugno si svolgeranno una serie di appuntamenti in città a e Basovizza, organizzati dalla rete di istituti di ricerca e università dell’area triestina “Trieste Città della Conoscenza”. L’astrofisica Patrizia Caraveo ha condiviso il ricordo personale della grande astronoma, divulgatrice e intellettuale toscana, che aveva scelto Trieste come sua città di adozione. Credit: Luciano Cotena.

NUOVI TEST GENETICI PER LA DIAGNOSI E LA CURA DEL CANCRO

Circa il 70% delle donne con tumore al seno, a cui oggi viene consigliata la chemioterapia in aggiunta alla terapia ormonale potrebbero in futuro evitarla perché inutile per ridurre il rischio di ricomparsa della malattia. È questo il risultato dello studio clinico TAILORx, condotto negli USA su 9 000 donne tra i 18 e i 75 anni con tumore al seno ai primi stadi che non avesse raggiunto i linfonodi, sensibili alla terapia ormonale, negative per la proteina HER2 e con un punteggio del test genetico Oncotype DX tra 11 e 25 (su una scala da 0 a 100). Oncotype DX è un esame effettuato sui tessuti tumorali che ne analizza il profilo genetico, individuando il grado di attività di un gruppo di geni correlati con la ricorrenza del tumore al seno. Finora le donne con punteggio da 11 a 25 erano considerate a rischio intermedio e nella maggioranza dei casi venivano indirizzate verso la chemioterapia. Lo studio TAILORx, randomizzato controllato, ha mostrato che ricevere o non ricevere la chemioterapia non riduce il rischio di recidiva in queste donne (tranne che per un gruppo specifico: più giovani di 50 anni e con punteggio tra 16 e 25). Queste conclusioni potrebbero davvero cambiare gli standard di cura di una malattia che colpisce ogni anno nel mondo 1,7 milioni di donne. [The New York Times; Denise Grady] 

«Come tutte le ricerche che conducono a “fare di meno” (less is more!), anche questa è stata possibile soprattutto grazie a un finanziamento pubblico»,commenta Roberto Satolli, che si era occupato dei test genetici sul tessuto del tumore al seno alla loro prima comparsa nel 2002. Per alcuni anni, ricorda Satolli, gli scienziati erano incerti su quali fossero le varianti genetiche rilevanti per la ricomparsa del cancro, ma dal 2004 i risultati delle ricerche si erano stabilizzati e lentamente era stato messo a punto il test, l’Oncotype DX. Ora i risultati di TAILORx dovranno farsi strada nella pratica clinica, scontrandosi con gli interessi delle compagnie che producono i farmaci chemioterapici contrapposti a quelle che invece producono il test genetico. Ma soprattutto sarà importante informare le donne affinché possano decidere consapevolmente. [Scienza in rete; Roberto Satolli] 

All’Institute for Cancer Research di Londra sta per cominciare uno studio clinico che valuterà l’efficacia di un nuovo test sulla saliva nell’individuare gli uomini con un rischio aumentato di sviluppare un tumore della prostata. Il trialsi basa su uno studio, pubblicato recentemente sulla rivista Nature Genetics, che ha indagato l’origine genetica del cancro alla prostata. I ricercatori hanno individuato 63 varianti genetiche, connesse a oltre 100 marker, responsabili del 28% del rischio ereditario di sviluppare la malattia. Il risultato è stato ottenuto confrontando il DNA di 80 000 mila pazienti con tumore della prostata con quello di 61 000 uomini sani. La ricerca di un test diagnostico efficace, soprattutto nei primi stadi della malattia, è particolarmente importante. A marzo, infatti, un’analisi condotta sul test del PSA ha mostrato che aumenta sì il numero di diagnosi, ma non ha incidenza sui tassi di sopravvivenza al tumore. [The Guardian; Ian Sample] 

I DESTINI INCROCIATI DEI ROVER DELLA NASA CURIOSITY E OPPORTUNITY

Il rover della NASA Curiosity ha identificato un gruppo di molecole a base di carbonio nel letto di un ex-lago su Marte. Questa scoperta non è sufficiente a concludere che siano esistite forme di vita sul pianeta rosso, ma dimostra che molecole organiche possono sopravvivere sulla sua superficie resistendo alle intense radiazioni solari. La ricerca è stata pubblicata giovedì scorso sulla rivista Science insieme a un secondo articolo, in cui i ricercatori rendono conto della presenza di metano in concentrazioni oscillanti con la stagione. Le misurazioni della concentrazione di metano da parte di Curiosity erano state finora inconcludenti, ma adesso permetteranno agli scienziati di ragionare sull’orgine di questo composto (fenomeni geologici, acqua e calore o come prodotto di scarto di microbi). [The New York Times; Kenneth Chang]

Una tempesta di polvere di densità mai osservata prima sta imperversando nella Perserverance Valley su Marte dal 1 giugno, mettendo a rischio la sopravvivenza del rover Opportunity. Dal 6 giugno le attività di ricerca scientifica condotte da Opportunity sono sospese e si teme il peggio. Domenica il veicolo ha inviato segnali a Terra riguardanti la sua temepratura e le condizioni meteorologiche, permettendo agli scienziati di tirare un sospiro di sollievo. Ma il tentativo di contatto del 12 giugno non ha ricevuto risposta e si teme che il livello di carica delle batterie del rover sia sceso sotto i 24 volt. Al contrario di Curiosity, infatti, Opportunity non ha un motore a energia nucleare, ma è alimentato dalla luce solare che ora è offuscata dalle polveri che coprono circa 35 milioni di chilometri quadrati. Opportunity esplora la superficie di Marte ormai da 15 anni e ha percorso più di 44 chilometri. [Mars Exploration Program and Jet Propulsion Laboratory – NASA; Andrew Good]

RICERCA E SOCIETÀ

Pubblicato il 7 giugno il budget dettagliato del prossimo programma quadro per la ricerca in Europa, Horizon Europe. In totale 94,1 miliardi di euro distribuiti su tre ‘pillar’. La ricerca di base riceve 25,8 miliardi (di cui 16,6 destinati allo European Research Council). La fetta più grossa degli investimenti va al secondo ‘pillar’ (Global Challenges and Industrial Competitiveness), quasi 53 miliardi. Il terzo ‘pillar’ contiene la novità più importante: la costituzione dello European Innovation Council, che verrà finanziato con 10 miliardi, e intende favorire lo sviluppo di idee destinate al mondo dell’impresa. Altre novità riguardano l’accesso dei Paesi non membri dell’Unione, inclusa la Gran Bretagna. Il Regno Unito sta infatti negoziando uno status speciale che, dietro contribuzione, gli permetterebbe di avere accesso ai fondi. [European Commission; Research and Innovation Directorate-General]

Quest’anno il Premio Bassoli, promosso da INFN, SISSA e Zadig, è dedicato alla ricostruzione della storia orale intorno alla parola “razza” a ottant’anni dalle leggi razziali del fascismo. E non potrebbe trattare tema più attuale. Da alcuni anni scienziati sociali e naturali hanno costituito un movimento che chiede di cancellare la parola “razza” dall’articolo 3 della Costituzione. Il clima politico e culturale italiano ha poi spinto, il 22 gennaio scorso, antropologi culturali e naturali a sottoscrivere un documento che ribadisse, ancora una volta, che il concetto di “razza” non ha alcun fondamento scientifico. L’iniziativa è proseguita poi durante un incontro alla Camera dei deputati, in cui è stato lanciato un appello per un’informazione scientifica contro i razzismi, soprattutto nelle scuole. Che ruolo stanno avendo, dunque, gli scienziati, nella costruzione di una nuova cultura antirazzista? [Scienza in rete; Pietro Greco]

Pedro Duque, ex astronauta della European Space Agency, sarà a capo del neonato ministero spagnolo della scienza. Così ha deciso il nuovo primo ministro, il socialista Sanchez. Uno dei primi compiti di Duque sarà la ristrutturazione dell’AEI, l’agenzia nazionale della ricerca. Agenzia che, come non si stanca di ricordare il Gruppo 2003 per la ricerca scientifica, in Italia ancora manca. [Science; Elisabeth Pain]

Le notizie di scienza della settimana #64

[originariamente pubblicato su Scienza in rete il 6 giugno 2018]

L’analisi del genoma dei resti di 91 individui ritrovati sulle Channel Islands, al largo delle coste californiane, e nell’Ontario sud-occidentale indica l’esistenza di due gruppi umani, ANC-A e ANC-B, da cui avrebbero avuto origine le popolazioni native americane. È quanto rivela uno studio pubblicato sull’ultimo numero di Science. Il gruppo ANC-B sarebbe principalmente associato alle popolazioni dell’America nord-orientale, mentre i nativi americani del centro e del sud del continente discenderebbero dal mescolamento di ANC-A con ANC-B. Per stimare l’epoca in cui è avvenuta la differenziazione tra questi due gruppi, gli scienziati hanno osservato che il genoma di Anzick-1, l’individuo più antico ritrovato nel continente americano in Montana e risalente a circa 13 mila anni fa, appartiene al gruppo ANC-A. Le due popolazioni si sarebbero dunque separate migliaia di anni prima. Infine i ricercatori ritengono che il luogo più probabile per la differenziazione tra ANC-A e ANC-B sia a sud dei ghiacciai Laurentide e della Cordigliera, che coprivano i territori dell’America settentrionale. I due gruppi si sarebbero poi rincontrati più a sud e mescolati. Nell’immagine il cranio di Naia, l’individuo di sesso femminile vissuto circa 12 mila anni fa i cui resti sono stati ritrovati nel 2007 all’interno della grotta di Hoyo Negro, un sito archeologico del Pleistocene situato nella penisola dello Yucatan in Messico. Credit: James Chatters / Hoyo Negro / University of California San Diego.

ERADICARE LA MALARIA

Nel 2015 la malaria ha ucciso tra le 438 000 e le 720 000 persone: il 72% erano bambini di età inferiore ai 5 anni e circa il 90% abitava l’Africa subsahariana. La speranza dei ricercatori è di utilizzare la tecnologia chiamata ‘CRISPR gene drive’ per eradicare la malattia. Consiste nel modificare il DNA di alcuni individui delle specie di zanzare responsabili per la diffusione del parassita per diffondere la stessa modifica a tutta la specie. Si potrebbe interventire sul loro DNA perché generino solo maschi, causandone così l’estinzione, oppure renderle resistenti alla malaria e impedirgli così di trasmetterla agli esseri umani. Questi sono i due approcci studiati dai due gruppi di ricercatori impegnati su questo fronte: uno in California (presso le Università della California di San Diego e Irvine) e l’altro all’Imperial College di Londra. È quest’ultima istituzione che ospita il progetto Target Malaria che aspira a testare sul campo il ‘CRISPR gene drive’ entro il 2023. Ma a ostacolare l’impiego di questa tecnologia ci sono soprattutto questioni politiche e di governance. Il primo problema è l’uniformità delle regolamentazioni sui trial clinici. Un esperimento con ‘CRISPR gene drive’ non rimarrebbe, per sua natura, all’interno dei confini nazionali di uno Stato, ma interesserebbe rapidamente i Paesi confinanti. Inoltre bisogna considerare l’accettabilità sociale di una tecnica simile, sviluppata da scienziati occidentali ma da impiegare nel continente africano. [Vox; Dylan Matthews] 

Un progetto pilota esiste già, anche se non riguarda un gene drive ottenuto con la tecnica CRISPR. Si tratta dell’esperimento condotto da Kevin Esvelt di MIT sulle isole di Nantucket e Martha’s vineyard negli Stati Uniti, dove gli scienziati hanno introdotto dei topi geneticamente ingegnerizzati per combattere la malattia di Lyme. Ad affiancare Esvelt in questo progetto definito di responsive science c’è la bioeticista Jeantine Lunshof, che ha ideato e coordinato gli incontri con le comunità locali. [The Atlantic; Ed Yong] 

IL TRIZIO DI FUKUSHIMA

Il Governo giapponese si appresta a organizzare un dibattito pubblico nella zona di Fukushima per decidere come smaltire 1 milione di tonnellate di acqua contaminata con trizio, fuoriuscite dai reattori della centrale nucleare in seguito allo tsunami del 2011. La International Atomic Energy Agency (IAEA) ha raccomandato la diluizione e lo smaltimento nell’Oceano Pacifico: si tratta in assoluto della strategia con i rischi minori. Ma il Governo non ha ancora preso nessuna decisione, spaventato dalle reazioni negative delle popolazioni locali, in particolare delle cooperative di pescatori. [Japan Times; Azby Brown]

E il bilancio è destinato a salire. Ogni giorno infatti circa 150 tonnellate di acqua di falda filtrano all’interno dei reattori, trascinando con se materiale radioattivo. La TEPCO, proprietaria dello stabilimento, pompa le acque contaminate fuori dai reattori e le depura dagli elementi più radioattivi, come cesio e stronzio, ma non dal trizio, l’isotopo 3 dell’idrogeno. L’acqua viene per questo immagazzinata all’interno di enormi barili stagni, oggi sono circa 850, ma la TEPCO stima che dal 2020 non avrà più spazio per posizionare nuovi barili. È dunque necessario procedere allo smaltimento. [Wired; Vince Beiser]

RICERCA E SOCIETÀ

Il risultato del processo di autovalutazione dello European Research Council è chiaro: investire in progetti ad alto rischio paga. Il 31 maggio è stato pubblicato il terzo rapporto di valutazione della ricerca finanziata dallo ERC. Quest’anno sono stati analizzati 223 progetti arrivati a conclusione nella prima metà del 2015. I valutatori, scelti tra i ricercatori europei più esperti, hanno concluso che il 79% di questi 223 progetti ha portato ad avanzamenti scientifici rilevanti e il 19% a vere e proprie scoperte fondamentali. Solo l’1% non ha generato contributi scientifici sufficienti. Ai valutatori è stato poi chiesto di concentrarsi sulla rischiosità dei progetti. Ebbene secondo loro solo il 10% del totale ha intrapreso un percorso scientifico a basso rischio. Si tratta di un esperimento di valutazione nuovo per gli enti finanziatori della ricerca in Europa, che di solito misurano l’efficacia dei loro investimenti singolarmente per ogni progetto e considerano solo l’impatto in termini di pubblicazioni e non di effetti sull’economia e la società. [Nature; Inga Vesper]

Nonostante la crisi economica che ha colpito l’Europa tra il 2008 e il 2012, il tasso di mortalità tra le fasce meno istruite della popolazione europea è diminuito. Questo il risultato dello studio coordinato dall’epidemiologo Johan Mackenbach dell’Erasmus Medical Center nell’ambito del progetto europeo Lifepath, e pubblicato sulla rivista PNAS. Al contrario di quanto accaduto negli Stati Uniti, in 27 Paesi europei la salute dei cittadini meno istruiti è migliorata negli anni della crisi economica, probabilmente grazie alla tenuta dei sistemi di welfare. In particolare i Paesi dell’Europa dell’Est hanno vissuto un’inversione di tendenza: se tra il 1980 e il 2008 il tasso di mortalità tra le persone di età compresa tra 45 e 60 anni è aumentato, tra il 2008 e il 2012 è diminuito. [Scienza in rete; Luca Carra]

L’introduzione, nel 2010, dell’abilitazione scientifica nazionale per accedere ai concorsi di professore associato e ordinario avrebbe determinato un aumento nel numero di auto-citazioni dei ricercatori italiani. Ad affermarlo è uno pubblicato sulla rivista Research Policy. [Nature Index; Dalmeet Singh Chawla]

Le notizie di scienza della settimana #63

[originariamente pubblicato su Scienza in rete il 30 maggio 2018]

Partito il 6 maggio negli Stati Uniti il progetto All of Us Research Program, dei National Institutes of Health: raccoglierà i dati sanitari, genetici e sugli stili di vita di almeno 1 milione di cittadini. L’obiettivo è creare una base dati per la medicina di precisione. Credit: National Institutes of Health. Licenza: Public Domain.

CINA ALLA CONQUISTA DELLA SUPREMAZIA SCIENTIFICA: CHIEDE LA COLLABORAZIONE DI TUTTI

“La stazione spaziale cinese non appartiene solo alla Cina, ma a tutto il mondo. Tutti gli Stati, indipendentemente dalla loro dimensione e livello di sviluppo, possono prendervi parte”. Sono queste le parole pronunciate dall’ambasciatore Shi Zhongjun, rappresentante della Cina presso le Nazioni Unite e altre istituzioni internazionali a Vienna il 29 maggio scorso. La Chinese Space Station (CSS) potrebbe essere operativa già nel 2022. Dall’altro lato dell’Atlantico le cose sembrano prendere la direzione opposta: l’amministrazione Trump prevede di interrompere i finanziamenti della NASA alla International Space Station nel 2025. E se l’ESA europea ha già stretto accordi con i colleghi cinesi che consentiranno agli astronauti europei di visitare la CSS, la legge statunitense vieta ogni coinvolgimento della NASA nei programmi spaziali della Cina. [Ars Technica; Eric Berger] 

È stato lanciato la scorsa settimana a Shangai un nuovo centro di ricerca dedicato allo studio del cervello, lo Shangai Research Center for Brain Science and Brain Inspired Intelligence. Insieme al Chinese Institute for Brain Research, inaugurato a Pechino il 22 marzo scorso, dovrebbe diventare il teatro del China Brain Project, il progetto che intende condurre la Cina alle frontiere delle neuroscienze. Annunciato nel 2016 all’interno del piano quinquennale, il programma non ha tuttavia ancora ricevuto la luce verde dalle autorità nazionali. I tre pilastri di base del progetto sono stati delineati in un articolo pubblicato sulla rivista Neuron nel 2016 e ruotano attorno alla possibilità di guadagnare nuove conoscenze sul funzionamento dei circuiti che connettono tra loro i diversi tipi di neuroni. In attesa di un inizio ufficiale, i due istituti sono nati grazie ai finanziamenti delle amministrazioni cittadine e di altri istituti di ricerca e contano di stabilire una fitta rete di collaborazioni, sia con i centri clinici sul territorio sia con gli scienziati di altri Paesi. [Science; Dennis Normille] 

Le scuole di fisica di Zhuhai e Guangzhou, entrambe nella provincia sudorientale cinese del Guangdong, recluteranno 140 ricercatori in tutto nei prossimi cinque anni. Da coloro che sono a inizio carriera, i post-doc, fino ai più esperti professori ordinari. E stanno cercando di ottenere il maggior numero di candidature dall’estero, Europa e Stati Uniti in particolare. Pietro Greco racconta di questa apertura e della stupefacente velocità a cui crescono gli investimenti in ricerca e sviluppo in Cina. [Scienza in rete; Pietro Greco] 

FIPRONIL: PRINCIPIO DI PRECAUZIONE IN DISCUSSIONE?

Il 17 maggio scorso la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha emesso una sentenza in cui accoglie il ricorso di BASF contro le limitazioni imposte nel 2013 dalla Commissione all’utilizzo del fipronil, il pesticida considerato, insieme ad altri tre insetticidi della famiglia dei neonicotinoidi, responsabile della moria delle api e di altri impollinatori. Di fatto la Corte ritiene che l’elevato grado di incertezza sugli effetti del fipronil sull’ambiente e la salute umana imponga di condurre un’analisi dei danni economici arrecati dalla limitazione del suo utilizzo. La Corte europea sembra affermare dunque che sul principio di precauzione prevalga in questo caso quello di proporzionalità, mettendo sullo stesso piano i danni ad ambiente e salute e le perdite economiche. Il principio di precauzione, presente nel diritto ambientale europeo all’Articolo 191 del Trattato di Lisbona, stabilisce che “in caso di rischio di danno grave o irreversibile, l’assenza di una piena certezza scientifica non deve costituire un motivo per differire l’adozione di misure adeguate ed effettive”. Stéphane Focaurt, il giornalista di Le Monde autore insieme a Stéphane Horel dell’inchiesta sulla Monsanto, si chiede se un simile precedente indebolirà la posizione dei Governi nelle contese future con le industrie chimiche. [Le Monde; Stéphane Foucart]

Nella stessa sentenza del 17 maggio la Corte di giustizia dell’Unione Europea si è espressa anche riguardo il ricorso, presentato da Bayer e Syngenta, su altri tre insetticidi appartenenti alla famiglia dei neonicotinoidi. In questo caso la Corte ha respinto il ricorso delle aziende chimiche che chiedevano un risarcimento per le restrizioni imposte dalla Commissione Europea nel 2013. Le limitazioni del 2013 sono state rinforzate poco più di un mese fa, il 27 aprile scorso, quando l’Unione Europea ha vietato del tutto l’utilizzo di questi stessi pesticidi nelle coltivazioni all’aperto, a causa delle crescenti prove scientifiche del fatto che causano danni alle api impollinatrici, sia addomesticate che selvatiche. Il divieto entrerà in vigore alla fine del 2018 in tutti gli Stati membri dell’Unione. [Financial Times; Rochelle Toplensky]

Il voto degli Stati membri dell’Unione sulla proposta, avanzata dalla Commissione già l’anno scorso, di vietare del tutto l’uso dei tre neonicotinoidi all’aperto era inizialmente fissata per dicembre del 2017. Ma gli Stati hanno deciso di attendere l’aggiornamento di uno studio condotto dall’EFSA (l’agenzia europea per la sicurezza alimentare) pubblicato a febbraio 2018. Al contrario di altri pesticidi, i neonicotinoidi non rimangono sulla superficie delle foglie ma penetrano all’interno della pianta e sono assorbiti dalle radici, dallo stelo, dal nettare e dal polline. Analizzando oltre 1500 pubblicazioni l’EFSA ha stabilito che le api sono esposte a livelli tossici di queste sostanze attraverso il polline e il nettare, ma anche la polvere dispersa quando i semi trattati vengono piantati. I neonicotinoidi interferiscono con il sistema nervoso centrale degli insetti, causando paralisi e morte. [Nature; Declan Butler]

RICERCA E SOCIETÀ

Nell’ambito del progetto ‘Memorie di scienza’, promosso da Zadig, Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” e INFN – Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Ilaria Ampollini e Alberto Brodesco hanno realizzato il documentario ‘Veli di cristallo. Donne e Islam nell’Italia della ricerca scientifica’. Attraverso le testimonianze di nove donne di fede o origine islamica che lavorano nel campo della ricerca nel nostro Paese emerge una situazione tutt’altro che stereotipata. E quando gli viene chiesto perché hanno scelto la strada della scienza, alcune di loro fanno riferimento al detto di Maometto: “la cura per l’ignoranza è interrogarsi”. [Scienza in rete; Ilaria Ampollini, Alberto Brodesco]

È iniziata una settimana fa la campagna di vaccinazione contro Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, colpita dalla nona epidemia del virus in 40 anni. Si tratta di un vaccino sperimentale, usato sul campo solo in Guinea durante la coda dell’epidemia di Ebola che colpì l’Africa Occidentale nel 2015, e verrà somministrato inizialmente agli operatori sanitari, ai contatti dei malati e ai contatti dei contatti. Ma per massimizzare la probabilità che il vaccino riesca a contenere l’epidemia è necessario che raggiunga le persone giuste e che sia accettato dalle comunità locali. È per questo fondamentale un’attività di comunicazione e mediazione che tenga conto delle lingue parlate nelle zone colpite dal virus, e del background culturale delle comunità interessate. Un team di esperti è lì per questo. [The Atlantic; Ed Yong]

I negoziati sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea riguardano anche la partecipazione in numerosi progetti di ricerca e piattaforme tecnologiche. Tra questi c’è l’accesso ai dati raccolti dal satellite Galileo, costruito da ESA – European Space Agency con il contributo del Regno Unito, per offrire all’Unione Europea un sistema di posizionamento globale (GPS) indipendente da Stati Uniti, Cina e Russia. Nel caso in cui l’accesso fosse negato la Gran Bretagna promette di costruire un proprio satellite, ma è davvero possibile? Che strada prenderà la ricerca spaziale britannica se dovesse diventare nazionale? [The Guardian; Philip Ball]

Le notizie di scienza della settimana #62

[originariamente pubblicata su Scienza in rete il 23 maggio 2018]

È cominciata lunedì la somministrazione delle prime dosi del vaccino sperimentale contro Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, colpita dalla nona epidemia del virus negli ultimi 40 anni. Inizialmente il farmaco verrà dato agli operatori sanitari, ai contatti dei malati e ai contatti dei contatti, per un totale di circa 600 persone. La difficoltà maggiore sarà tenere le dosi di vaccino a bassa temperatura, considerato che l’epidemia coinvolge più centri nella provincia nordoccidentale dell’Équateur, alcuni dei quali difficilmente raggiungibili. Il vaccino ha dato buoni risultati durante l’epidemia di Ebola del 2014-2016, ma è stato sperimentato su un numero molto ridotto di individui. Nell’immagine aerei ed elicotteri delle Nazioni Unite scaricano medicinali e aiuti all’aeroporto di Mbandaka nella Repubblica Democratica del Congo durante l’epidemia di Ebola del 2014. Credit: MONUSCO / James Botuli / Flickr. Licenza: CC BY-SA 2.0.

BIODIVERSITÀ A RISCHIO

Tra gli organismi viventi sono gli insetti i più vulnerabili al cambiamento climatico. E il loro ruolo nel mantenimento degli ecosistemi è fondamentale.Uno studio coordinato dalla University of East Anglia e pubblicato venerdì 18 maggio su Science ha analizzato l’impatto del cambiamento climatico sull’estensione e sulla posizione degli habitat di 31 000 specie di insetti, 8 000 di volatili, 1 700 di mammiferi, 1 800 di rettili, 1 000 di anfibi e 71 000 specie di piante. I più a rischio sono risultati proprio gli insetti, che hanno maggiore difficoltà a migrare per adattarsi agli effetti del cambiamento climatico. Se la temperatura media globale aumenterà di 3,2°C entro il 2100 il 49% degli insetti perderà più della metà del proprio habitat; se l’aumento sarà limitato a 2°C la percentuale scenderà al 18% fino a raggiungere il 6% nel caso in cui gli Stati riuscissero a contenere il riscaldamento globale entro 1,5°C, l’obiettivo più ambizioso dell’accordo di Parigi. [The Guardian; Damian Carrington] 

Sempre venerdì 18 maggio Nicolas Hulot, Ministro francese per la transizione ecologica, ha annunciato a Marsiglia la mobilitazione della Francia a difesa della biodiversità. Il primo passo sarà l’approvazione del cosiddetto plan biodiversité, preceduta da una consultazione pubblica online aperta dal 18 maggio al 7 giugno. Inoltre nel 2020 Marsiglia ospiterà il settimo congresso mondiale della International Union for Conservation of Nature. [Le Monde; Pierre Le Hir] 

Il lancio di questa iniziativa arriva proprio il giorno dopo l’annuncio da parte della Commissione Europea del deferimento di Francia, Ungheria, Romania e Italia alla Corte di giustizia dell’Unione Europea per la violazione delle norme sui livelli di particolato PM10. La procedura di infrazione era stata aperta a gennaio dal Commissario per l’ambiente Karmenu Vella nei confronti di nove Paesi dell’Unione. Per l’Italia la procedura si sommava a quella aperta nel 2014 sull’inquinamento da biossido di azoto (NO2). Il piano inviato da Roma a Bruxelles in questi mesi è stato sufficiente a chiudere la procedura sull’NO2, ma non quella sui livelli di PM10, che restano troppo elevati non solo nella Val Padana, ma anche nelle aree metropolitane di Roma e Palermo. A questo deferimento se ne aggiungono altri due. Il primo riguarda lo smaltimento e lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi, per cui l’Italia non ha presentato entro i termini previsti il programma nazionale di gestione, mentre il secondo contesta all’Italia di non essere intervenuta per eradicare la Xylella fastidiosa in Puglia. [ANSA; Redazione Ambiente&Energia] 

Il 22 maggio si celebra la Giornata Internazionale della biodiversità, istituita dalle Nazioni Unite nel giorno in cui, nel 1993, entrò in vigore la Convenzione sulla biodiversità biologica (CBD). In occasione del venticinquesimo anniversario un gruppo di ricercatori dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ripercorre le indagini scientifiche che hanno riguardato la perdita di biodiversità, collegandola alle attività umane. E ci ricorda in quanti modi diversi questa ha impatto sulla nostra vita. [Scienza in rete; Lorenzo Ciccarese, Carmela Cascone, Stefania Ercole, Valeria Giacanelli, Claudio Piccini]

NUOVI DATI SULLA PREVALENZA DELL’AUTISMO IN USA ED EUROPA

Alla fine di aprile i Centers for Disease Control statunitensi hanno reso noti gli ultimi dati sulla prevalenza dei disturbi dello spettro autistico tra i bambini di 8 anni: 1 su 59 presenta questi disturbi. L’indagine segue quella realizzata nel 2014, quando le stime erano di 1 a 68, e quella del 2007, che rilevava una prevalenza di 1 a 150. Alcuni gruppi, spesso vicini alla teoria complottista secondo la quale sono i vaccini a causare l’autismo, hanno utilizzato questi nuovi dati per parlare di “epidemia”, ma numerose ricerche scientifiche indicano che è assai più probabile che l’aumento della prevalenza sia dovuto al miglioramento nelle tecniche di diagnosi. In particolare i dati dei CDC mostrano che mentre nel 2014 la probabilità che l’autismo fosse diagnosticato a un bambino bianco era il 20-30% superiore a quella di un bambino nero, oggi questo divario è sceso al 7%. Si è ridotto anche il divario di genere, seppure in misura minore, e quello geografico.[Vox; Ari Ne’eman]

Secondo i dati raccolti dal progetto europeo ASDEU (Autism Spectrum Disorders in the European Union) circa 1 bambino italiano su 100 soffre dei disturbi dello spetto autistico. I risultati preliminari sono stati presentati dal rappresentate italiano del progetto il 4 e il 5 maggio a Rimini, durante il 6° Convegno Internazionale “Autismi. Benessere e sostenibilità” organizzato dal Centro Studi Erickson a Rimini. [La Stampa; Rosalba Miceli]

RICERCA E SOCIETÀ

Il 16 maggio il Bibsam Consortium, un cosorzio di biblioteche universitarie svedesi, ha dichiarato che non rinnoverà il contratto con il gigante dell’editoria scientifica Elsevier. Si moltiplicano ormai le situazioni di stallo nei negoziati tra consorzi universitari e case editrici scientifiche in Europa, anche grazie al successo dell’esperienza tedesca. Da dicembre del 2016 il consorzio Projekt DEAL non paga Elsevier, ma la casa editrice ha continuato a garantire l’accesso ai ricercatori. Per raggiungere l’obiettivo di distribuire in open-access i risultati della ricerca pubblica in Europa si sta diffondendo un nuovo tipo di contratto, il cosiddetto read and publish. Il problema sono i costi di questi contratti. In un incontro tenutosi il 2 maggio a Berlino, cui ha partecipato anche un rappresentante della Commissione Europea, sono state concordate delle strategie di negoziazione comuni. Nel frattempo sono sempre più numerose le piattaforme che raccolgono versioni libere e preprint degli articoli scientifici, come Sci-Hub, e le università potrebbero incoraggiare i loro ricercatori a utilizzarle per diffondere il loro lavoro. [Nature; Holly Else]

Quando possiamo dire che un medicinale fa bene, fa male o non fa nulla? È questa la domanda che si pongono Silvio Garattini e Vittorio Bertelé dell’Istituto Mario Negri nel libro “Farmaci sicuri. La sperimentazione come cura”, pubblicato dalla casa editrice Edra. La risposta è complessa per due ragioni. Da una parte è necessario comprendere il processo scientifico che permette di individuare quali medicinali sono utili per la salute. Dall’altra bisogna considerare il fatto che i farmaci sono ormai beni di consumo, oltre che strumenti di salute. Il mercato dei farmaci vale oggi circa 2000 miliardi di euro e le componenti finanziarie e di marketing hanno un’importanza tale da mettere fuori competizione qualsiasi tentativo di promozione della ricerca indipendente. [Scienza in rete; Roberto Satolli]

Il 20 e 21 aprile si è tenuta a Ischia la terza edizione del convegno “Svuotare gli arsenali, costruire la pace”. L’incontro aveva come obiettivo principale quello di sensibilizzare l’opinione pubblica, soprattutto giovanile, sui temi del disarmo e della costruzione della pace. Il racconto di Pietro Greco. [Scienza in rete; Pietro Greco]

Le notizie di scienza della settimana #61

[originariamente pubblicata su Scienza in rete il 17 maggio 2018]

Un momento del convegno organizzato dal Gruppo 2003 ‘La ricerca scientifica: un valore per il Paese’, che si è tenuto presso la sede del CNR di Roma il 10 maggio scorso. Credit: Giuseppe Nucera.

NOTIZIE DA OLTREOCEANO

L’8 maggio scorso il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha deciso di ritirarsi dall’accordo sul nucleare iraniano firmato nel 2015 con l’Iran e altri Paesi (Cina, Russia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Unione Europea). L’accordo prevedeva la cancellazione delle sanzioni economiche in cambio dello smantellamento delle attività di arricchimento dell’uranio e dei programmi collegati, portati avanti in Iran allo scopo di costruire ordigni nucleari. Trump sostiene che il sistema di monitoraggio delle attività di smantellamento è inadeguato e comunque che l’accordo non risolve il problema del supporto iraniano a gruppi che gli USA considerano organizzazioni terroristiche. [Science; Jeffrey Mervis] 

Nonostante il Congresso abbia respinto le richieste della presidenza USA di tagliare i finanziamenti alle agenzie federali che si occupano di ambiente e cambiamento climatico, un accordo firmato a marzo dalla NASA minaccia di chiudere il programma di monitoraggio delle emissioni di biossido di carbonio ‘Carbon Monitoring System’ (CMS) avviato dall’agenzia spaziale nel 2016. CMS ha ricevuto finora 10 milioni di dollari all’anno per coordinare e analizzare i dati raccolti da satelliti e aerei sulle emissioni di CO2, in particolare nelle aree coperte da foreste. Questo tipo di ricerca è di fondamentale importanza per i piani di contrasto del cambiamento climatico promossi dalle Nazioni Unite: a oggi non esiste una misura accurato dei flussi di questo inquinante e dunque è difficile stabilire target e sanzioni per gli Stati che hanno sottoscritto l’accordo di Parigi. I responsabili scientifici del progetto ritengono che la chiusura del programma sia un grave errore anche dal punto di vista economico: l’Europa diventerà leader nello sviluppo di questo tipo di tecnologie che sono destinate a essere centrali nel prossimo futuro. [Science; Paul Voosen] 

Sottoporre il proprio algoritmo a una revisione di natura etica. È quello che ha deciso di fare la società Rentlogic, che assegna un punteggio di qualità agli immobili della città di New York. Il servizio viene pagato dai proprietari che cercano inquilini a cui affittare i loro appartamenti. Ma perché l’attività funzioni è necessario che sia i proprietari che i potenziali abitanti si fidino delle valutazioni di Rentlogic. Per ottenere questo risultato l’amministratore Yale Fox, ha sottoposto il suo sistema informatico a un processo di auditing, rivolgendosi alla matematica, giornalista e attivista Cathy O’Neil, autrice del libro ‘Weapons of Math Destruction’. Si tratta del primo caso di ethical auditing su un algoritmo: O’Neil ha analizzato i potenziali danni che il sistema può arrecare ai diversi soggetti coinvolti. Altre società si stanno rivolgendo a O’Neil. Tra queste uno studio legale che vuole testare il suo sistema automatico di valutazione del rischio di recidiva. [Wired; Jessi Hempel]

NUOVA EPIDEMIA DI EBOLA NELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

L’8 maggio scorso il Ministro della salute della Repubblica Democratica del Congo ha notificato all’Organizzazione Mondiale della Sanità 32 casi sospetti di Ebola registrati nella regione di Bikoro, nella provincia nordoccidentale dell’Équateur. Di questi 17 sono morti, 2 sono stati confermati dalle analisi condotte sui campioni di sangue e 3 sono operatori sanitari. Si tratta della nona epidemia di Ebola che colpisce la regione, ma questa volta le autorità sanitarie locali, con l’aiuto delle organizzazioni internazionali, sembrano più preparate a reagire. Stanno cercando le persone che sono entrate in contatto con i casi sospetti e distribuendo volantini che avvisino gli abitanti di non toccare i malati o i morti, come è usanza fare durante le cerimonie di sepoltura. È stato, tuttavia, registrato un ritardo nelle prime fasi dell’epidemia: gli ufficiali sanitari della provincia avrebbero infatti ricevuto notizia dei primi casi già a marzo, ma avrebbero tardato quasi due mesi nel segnalarli alle autorità nazionali. [The Atlantic; Ed Yong]

È di ieri sera la notizia del primo caso di Ebola registrato nella città di Mbandaka, la capitale della provincia dell’Équateur, dove abitano oltre 340 mila persone. La città è situata sul fiume Congo che scorre fino alla capitale Kinshasa. Si teme adesso una pericolosa transizione per l’epidemia, da rurale a urbana. Nel frattempo il numero di casi sospetti è salito a 42 e quello dei decessi a 23. La comparsa dei primi casi urbani a Mbandaka potrebbe rappresentare un segnale di allerta: dei viaggiatori colpiti dal virus potrebbero essere partiti da Bikoro verso Kinshasa navigando il fiume Congo nella direzione opposta e potrebbero raggiungere la capitale della Repubblica nei prossimi giorni. [BBC news]

Intanto martedì l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ricevuto l’approvazione delle autorità della Repubblica Democratica del Congo a inviare le prime dosi di un vaccino sperimentale contro Ebola prodotto dalla società Merck. Utilizzato per la prima volta sul campo in Guinea, alla fine della violenta epidemia del 2015 nell’Africa occidentale, ha ottenuto buoni risultati preliminari, pubblicati all’inizio del 2017 sulla rivista The Lancet. Resta ancora sconosciuta la durata dell’immunizzazione assicurata dal vaccino. [Le Monde; Chloé Hecketsweiler]

RICERCA E SOCIETÀ

Il 10 maggio scorso ricercatori e manager della ricerca, sia pubblica che no profit, si sono incontrati al CNR di Roma per discutere di come la ricerca scientifica rappresenti un valore per il Paese. Un aumento dei finanziamenti statali, ma anche la fondazione di un’Agenzia della ricerca e soprattutto il riconoscimento della politica: la ricerca è un valore fondamentale per la crescita dell’Italia nell’economia della conoscenza. Queste le proposte avanzate dal Gruppo 2003 che ha organizzato l’evento. [Scienza in rete; Luca Carra]

Le scuole di fisica di Zhuhai e Guangzhou, entrambe nella provincia sudorientale cinese del Guangdong, recluteranno 140 ricercatori in tutto nei prossimi cinque anni. Da coloro che sono a inizio carriera, i post-doc, fino ai più esperti professori ordinari. E stanno cercando di ottenere il maggior numero di candidature dall’estero, Europa e Stati Uniti in particolare. Pietro Greco racconta di questa apertura e della stupefacente velocità a cui crescono gli investimenti in ricerca e sviluppo in Cina. [Scienza in rete; Pietro Greco]

Theodore Maiman è considerato l’inventore del laser. Il 16 maggio del 1960 ottenne il primo fascio laser documentato della storia, usando un cilindro di rubino sintetico avvolto in una bobina che emetteva luce bianca. Tuttavia, quando inviò il resoconto del suo esperimento alla rivista Physical Review Letters, il suo manoscritto venne respinto poiché ritenuto “ripetitivo”. Fortunatamente Nature accettò il suo contributo alcuni mesi dopo. L’UNESCO ha celebrato il 16 maggio la prima giornata internazionale della luce. Ricercatori e intellettuali si riuniranno per discutere di come le tecnologie basate sulla luce influenzino la nostra vita quotidiana in diversi campi, dalla medicina, all’agricoltura, all’istruzione e molti altri. Marco Taddia ci racconta però che è il giorno giusto per ricordare a tutti i ricercatori, soprattutto ai più giovani, che non sempre riceveranno i giusti riconoscimenti per il loro lavoro. [Scienza in rete; Marco Taddia]

Le notizie di scienza della settimana #60

[originariamente pubblicata su Scienza in rete l’8 maggio 2018]

Jean-Claude Juncker, Presidente della Commissione Europea, e Günther Oettinger, Commissario europeo per la programmazione finanziaria ed il bilancio. Il 2 maggio scorso Junker e Oettinger hanno presentato la proposta della Commissione per il “Multiannual Financial Framework” dell’Unione Europea, il budget per il periodo 2021-2027. Credit: EPP Group in the CoR / Flickr, European People’s Party / Flickr. Licenza: CC BY-SA 2.0.

Il 10 maggio si terrà un grande convegno del Gruppo 2003 al CNR di Roma (14:00-18:00) dedicato alle strategie per rilanciare la ricerca scientifica in Italia.Dopo le introduzioni del presidente del CNR Massimo Inguscio e del presidente del Gruppo 2003 Nicola Bellomo, Mario Pianta (Università Roma Tre) farà una prima relazione dando un quadro economico della ricerca nazionale. Successivamente Luca Moretti (CNR Bruxelles) esporrà le performance italiane in Horizon 2020 e riferirà del dibattito sul nuovo programma quadro della commissione europea. Maria Pia Abbracchio e Maria Cristina Facchini (Gruppo 2003) forniranno analisi e proposte su reclutamento dei ricercatori, valutazione della ricerca e finanziamento. Seguirà un ampio dibattito dal pubblico, a partire da dieci protagonisti della ricerca nazionale ed europea: Maria Caramelli (IZSPLV); Alessandro Damiani (APRE); Andrea Ferrari (Graphene Center, Cambridge); Cristina Messa (Milano-Bicocca); Luigi Nicolais (MIUR); Giorgio Parisi (La Sapienza); Francesca Pasinelli (Telethon); Annalisa Pelizza (ERC starting grant); Piergiuseppe Torrani (AIRC); Paola Zaratin (AISM). [Scienza in rete; Redazione]. A questo indirizzo è possibile iscriversi.

Il 2 maggio scorso la Commissione Europea ha presentato la sua proposta di budget per il periodo 2021-2027. 1279 miliardi di euro in totale, l’1,1% del Prodotto Interno Lordo (PIL) dell’Unione. Si chiede dunque agli Stati membri della nuova Unione a 27 (l’uscita del Regno Unito dovrebbe avvenire nel 2019) uno sforzo ulteriore per coprire il buco di quasi 10 miliardi lasciato dalla Gran Bretagna. La fetta destinata alla ricerca e all’innovazione è di 114,8 miliardi di euro, di cui 97,9 per Horizon Europe, il successore di Horizon 2020. [Scienza in rete; Luca Carra, Chiara Sabelli]

Horizon Europe, il nono programma quadro per la ricerca dell’Unione Europea, sarà il più ricco di sempre. Per quanto riguarda gli strumenti di finanziamento, Horizon Europe manterrà la struttura a “tre-pilastri” di Horizon 2020: excellent science ( che comprende i prestigiosi grant assegnati dallo European Research Council, ERC, per la ricerca di base), industrial leadership e societal challenges. A questi si aggiungeranno dei programmi trasversali, le cosiddette mission, dei progetti multidisciplinari che si appoggeranno sui tre pilastri. È previsto inoltre il potenziamento dello European Innovation Council, una sorta di ERC per imprenditori, che è partito quest’anno come progetto pilota. [Nature; Inga Vesper]

Pur essendo il livello di finanziamento del settore ricerca e innovazione più alto mai raggiunto nell’Unione Europea, il budget sembra essere meno ambizioso di quanto preannunciato dalla Commissione stessa a febbraio, in una comunicazione al Parlamento e al Consiglio. Venivano considerati due scenari di finanziamento per Horizon Europe e valutate le conseguenze in termini di crescita economica e occupazionale. Un finanziamento di 120 miliardi (160 miliardi) genererebbe 420 mila (650 mila) nuovi posti di lavoro e contribuirebbe al PIL dell’Unione per lo 0,33% (0,44%). [Communication from the Commission to the European Parliament the European Council and the Council]

Anche l’High Level Group, costituito nel settembre 2016 dalla Commissione con il mandato di valutare il programma Horizon 2020, aveva suggerito nel luglio scorso di raddoppiare l’investimento dell’Unione in ricerca e innovazione, portando i fondi per il nono programma quadro a 120 miliardi. Solo così, secondo gli esperti del gruppo, l’Europa può aspirare a raggiungere l’obiettivo di investire il 3% del suo PIL in ricerca e sviluppo, avvicinandosi ai livelli di Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti. Non solo: raddoppiare il budget di Horizon Europe permetterebbe di portare il tasso di successo delle domande dei ricercatori dall’11,6% (dato del gennaio 2017) al 20% circa (il livello del settimo programma quadro), per evitare di lasciare non finanziata gran parte di quella che i valutatori definiscono “ricerca eccellente”. [Independent High Level Group on maximising the impact of EU Research & Innovation Programmes]

Infine hanno fatto sentire la propria voce due grandi associazioni di università e centri di ricerca europei, con la speranza di influenzare le posizioni degli Stati membri durante il processo di negoziazione. Da una parte la European University Association (EUA) ha accolto positivamente la decisione della Commissione di aumentare il budget per ricerca e innovazione, ma ritiene lo sforzo insufficiente se si vuole raggiungere un soddisfacente tasso di successo delle domande. La EUA ricorda infatti che il costo della redazione di progetti che vengono valutati come eccellenti ma non finanziati da Horizon 2020 grava sul bilancio degli singoli Stati nazionali [European Union Association; Lidia Borrell-Damián]. Dall’altra un consorzio costituito dal Centro Nazionale delle Ricerche, il Centre National de la Recherche Scientifique francese, il Consejo Superior de Investigaciones Científicas spagnolo, e le associazioni tedesche Helmoltz e Leibniz, ha promosso il manifesto “MFF for Research and Innovation” in cui chiede un livello di finanziamento tra i 120 e i 160 miliardi di euro. [Scienza in rete; Luca Moretti]

Ma come si prepara il sistema della ricerca italiana alle nuove sfide europee? Ce lo racconta il nuovo Rapporto RIO 2017 sullo stato della ricerca in Italia. Oltre a ribadire il cronico stato di sotto-finanziamento (1,2% sul PIL), il rapporto considera le cinque sfide che si trova a dover giocare l’Italia per recuperare il distacco dai paesi guida: 1. Aumentare il finanziamento ancora modesto che l’industria riserva alla ricerca nazionale; 2. Aumentare il finanziamento pubblico; 3. Governare la ricerca superando frammentazione e ritardi (il PNR 2015-2020 è stato pubblicato con due anni di ritardo); 4. Iniziare a ridurre le disparità Nord-Sud sulla ricerca; 5. Avviare una politica di specializzazione intelligente per la ricerca industriale e pubblica. E in sintesi la diagnosi del rapporto RIO rispetto a queste cinque sfide è: qualcosa comincia a muoversi, ma i risultati non si vedono ancora.[Scienza in rete; Luca Carra]

Un documento internazionale per rafforzare il ruolo delle donne nella scienza. questa l’iniziativa promossa dalla SISSA durante l’evento che avrà luogo mercoledì 9 maggio intitolato “When Women in Science get together: The Role of Networks“. L’appuntamento è organizzato nell’ambito delle celebrazioni del quarantennale della Scuola. [SISSA; Ufficio Stampa]

Le notizie di scienza della settimana #58

[originariamente pubblicata su Scienza in rete il 18 aprile 2018]

Una foto della ‘March for Science’ che si è svolta a Washington D.C., USA, il 14 aprile 2018. Credit: Ted Eytan / Flickr. Licenza: CC BY-SA 2.0.

 

Il 10 maggio prossimo a Roma si terrà l’incontro La ricerca scientifica: un valore per il Paese, organizzato dal Gruppo 2003 per la ricerca scientifica. Si tratta di un dibattito pubblico sulla ricerca italiana nel quadro della programmazione europea il cui obiettivo è interpellare i principali stakeholder della ricerca, sia per individuarne punti di forza e di debolezza, sia per condividere strategie realistiche e sostenibili per il rafforzamento del sistema della ricerca nazionale. [Scienza in rete; Redazione]. A questo indirizzo è possibile iscriversi.

L’intensità degli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo in Europa ristagna o diminuisce dal 2009 e il continente rischia di perdere la sfida della conoscenza. Pietro Greco analizza il rapporto Science, research and innovation performance of the EU, 2018. Strengthening the foundations for Europe’s future, pubblicato a febbraio dalla Commissione Europea. [Scienza in rete; Pietro Greco]

Il 6 aprile lo European Research Council ha annunciato i vincitori degli ERC Advanced Grants: 269 ricercatori europei hanno ricevuto un finanziamento totale di 653 milioni di euro. Purtroppo l’Italia non è andata bene. Sono solo 16 i ricercatori di nazionalità italiana che si sono aggiudicati i fondi, contro i 50 del Regno Unito, i 40 tedeschi e i 29 francesi. Di questi 16, 11 porteranno avanti i loro progetti in istituti di ricerca italiani, mentre 5 all’estero. Si fanno sentire sempre più i 15 anni di tagli alla spesa pubblica destinata alla ricerca scientifica. E se finora il sistema ricerca del nostro Paese è stato in grado di produrre comunque risultati soddisfacenti in termini di pubblicazioni, senza un deciso cambio di rotta potrebbe non farcela più. [Scienza in rete; Luca Carra]

Destinare maggiori fondi a ricerca e innovazione nel prossimo bilancio pluriennale dell’Unione Europea. È questo il manifesto promosso dal Consiglio Nazionale delle Ricerche insieme ad altre grandi organizzazione scientifiche europee, in vista dell’inizio delle negoziazioni del nuovo budget europeo per il periodo 2021-2027. Durante queste negoziazioni, che proseguiranno per 18 mesi, verrà discusso il nuovo Programma Quadro per la Ricerca Europea (FP9), che succederà a Horizon 2020. [Scienza in rete; Luca Moretti]

Il manifesto si basa in parte sulle conclusioni del Horizon 2020 Interim Report, pubblicato a maggio 2017. Un gruppo di esperti ha valutato il programma di finanziamento della ricerca e dell’innovazione della Commissione Europea dopo tre anni di attività (2014-2016). L’analisi dell’efficienza di H2020 ha rivelato un abbassamento preoccupante del tasso di successo dei progetti proposti rispetto al precedente programma quadro (dal 18.4% all’11.6%) che è risultato in un aumento del costo del processo di valutazione (aumento del 65% del numero di proposte valutate ogni anno) e delle spese di scrittura dei progetti (circa 1,9 miliardi di euro) sostenute da università, centri di ricerca e industrie. [European Commission; High Level Group chaired by Pascal Lamy] 

Le notizie di scienza della settimana #57

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 12 aprile 2018]

Il 10 maggio prossimo a Roma si terrà l’incontro “Ricerca = Futuro”, organizzato dal Gruppo 2003 per la ricerca scientifica. Si tratta di un dibattito pubblico sulla ricerca italiana nel quadro della programmazione europea il cui obiettivo è interpellare i principali stakeholder della ricerca, sia per individuarne punti di forza e di debolezza, sia per condividere strategie realistiche e sostenibili per il rafforzamento del sistema della ricerca nazionale. Nell’immagine il bozzetto “La ricerca scientifica”, realizzato da Renato Guttuso nel 1961 e custodito presso Archivio Storico Pirelli. Credit: Fondazione Pirelli.

LA TESTIMONIANZA DI ZUCKERBERG DAVANTI AL CONGRESSO USA

Martedì 9 aprile Mark Zuckerberg, 33 anni, amministratore delegato di Facebook, è finalmente comparso difronte alla commissione ‘Commerce and Judiciary’ del Senato americano, per testimoniare riguardo al caso Cambridge Analytica, e più in generale al condizionamento illecito delle elezioni presidenziali del 2016 avvenuto attraverso la piattaforma di social networking. L’audizione ha toccato un tema più ampio, quello del diritto alla privacy dei cittadini americani. Facebook e le altre società della Silicon Valley hanno fallito nel tentativo di autoregolarsi ed è necessario che il Congresso vari nuove leggi a protezione di questo diritto? Zuckerberg ha chiesto scusa, dicendo che forse è stata la sua visione idealistica dell’umanità a mettere a rischio i 2,2 miliardi di utenti Facebook e che sono già in corso attività di rinforzo del comparto sicurezza dell’azienda. Ieri le azioni Facebook hanno guadagnato il 4,5% del prezzo sul mercato Nasdaq. «The Street is relieved», ha dichiarato, riferendosi a Wall Street, uno dei manager della GBH Insights, società di ricerche di mercato basata a New York. [The New York Times; Kevin Roose, Cecilia Kang] 

Secondo la giurista e politica Zephyr Teachout, l’audizione di Zuckerberg al Senato USA è stata una completa messa in scena. I senatori del comitato hanno avuto pochi minuti ciascuno per fare le loro domande, e non c’è stato alcuno spazio per ribattere alle risposte, ben preparate, dell’amministratore di Facebook. Al confronto, l’audizione di Bill Gates davanti al Senato del 1998, quando Microsoft venne accusata di abuso di posizione dominante nel mercato dei web browser, durò numerosi giorni. Secondo Teachout il Congresso americano non dovrebbe cercare il consenso di Zuckerberg, o delle altre società tecnologiche, dovrebbe agire nell’esclusivo interesse dei cittadini. Inoltre, sottolinea Teachout, le responsabilità di Facebook non sono limitate alle attività di propaganda politica, ma riguardano anche casi di discriminazione razziale, come quello recentemente riportato dal giornale ProPublica[The Guardian; Zephyr Teachout] 

In un editoriale pubblicato su Nature Hetan Shah, direttore della Royal Statistical Society riflette sulle ripercussioni che la vicenda Cambridge Analytica potrebbe avere sulla fiducia dei cittadini nel condividere i dati con le istituzioni pubbliche e di ricerca. Un inasprimento delle leggi sulla privacy, che rinforzi il concetto di proprietà dei dati, potrebbe infatti essere controproducente, favorendo i ricchi e ben informati a discapito dei gruppi più poveri e socialmente più fragili. Secondo Shah le compagnie digitali che sono in possesso di grandi quantità di dati personali dovrebbero trasformarsi da data owners a data stewards, stabilendo accordi con le agenzie statistiche nazionali per una gratuita e libera cessione dei dati dopo un certo tempo dalla loro raccolta. [Nature; Hetan Shah]

LE SCUSE DI NATIONAL GEOGRAPHIC: “For Decades, Our Coverage Was Racist.”

Il numero di aprile di National Geographic è dedicato al tema della razza. In occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Martin Luther King Jr, la rivista, fondata nel 1888, riflette sul suo passato e su come gli articoli e le fotografie pubblicate hanno ritratto le persone di pelle nera. A condurre questa analisi è John Edwin Mason, storico della fotografia e dell’Africa presso la University of Virginia. Mason ha concluso che fino agli ’70 gli afroamericani sono stati completamente assenti dalle fotografie. Le uniche persone nere ritratte nei reportage erano abitanti di altri continenti, spesso fotografati nudi, con l’atteggiamento dei bravi cacciatori o dei bon sauvage. Lo studioso ha inoltre osservato come in un reportage dal Sud Africa, pubblicato nel 1962 poco tempo dopo il massacro di Sharpeville, i giornalisti non diedero alcuno spazio alla voce delle vittime. Susan Goldberg, attuale direttrice della rivista, intende partire da questa consapevolezza affinché National Geographic svolga il ruolo culturale cui ha sempre aspirato. [National Geographic; Susan Goldberg]

La giornalista Elizabeth Kolbert, vincitrice del Premio Pulitzer per il libro “The Sixth Extinction: An Unnatural History”, torna a parlare dell’infondatezza scientifica del concetto di razza. Fu il medico americano Samuel Morton a fornire una teoria scientifica al razzismo. Nella prima metà del 1800 Morton analizzò i volumi di diversi crani, stabilendo che gli esseri umani potevano essere suddivisi in cinque gruppi: bianchi (o Caucasian), asiatici dell’est (o Mongolian), asiatici del sud, nativi americani e neri (o Ethiopians). Le cinque categorie possedevano capacità gerarchicamente ordinate: i bianchi erano la razza umana più intelligente, i neri la meno intelligente. Gli studi genetici, culminati con il sequenziamento dell’intero genoma umano nel 2000, hanno mostrato che il concetto di razza non ha alcun fondamento scientifico. Gli esseri umani sono geneticamente molto simili tra loro e tutti provengono dal continente africano. Le variazioni nel colore della pelle, ad esempio, sono state determinate dall’isolamento tra le diverse popolazioni, che ha permesso l’accumularsi di certe mutazioni genetiche, e dalla selezione naturale, che ha promosso le mutazioni che permettevano un migliore adattamento all’ambiente. Questo isolamento è avvenuto tuttavia molto tempo dopo la comparsa dei primi Homo sapiens sulla Terra. Nel 2005 il genetista Keith Cheng ha scoperto una mutazione su una base delle 20 mila contenute nel gene SLC24A5, che sarebbe responsabile per l’incarnato chiaro degli europei rispetto agli abitanti dell’Africa subsahariana. Tuttavia non si tratta di una regola: molti africani dell’Est con la pelle scura possiedono la variante europea del gene. [National Geographic; Elizabeth Kolbert]

All’interno dell’articolo firmato da Kolbert compare un video che mostra la testimonianza di sei persone, estranee tra loro, che scoprono di avere un patrimonio genetico molto simile. Il video si conclude con la pubblicità di Geno 2.0, il kit per il test genetico che National Geographic mette in vendita per 100 dollari e che rivela le origini geografiche dei nostri antenati. Gli ancestry test hanno sollevato più di una perplessità in passato: restituendo i risultati in termini di percentuali di DNA irlandese, mediorientale, subsahariano, ecc., rischiano forse di rinforzare il concetto di razza, piuttosto che combatterlo.[Undark Magazine; Michael Schulson]

RICERCA E SOCIETÀ

L’intensità degli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo in Europa ristagna o diminuisce dal 2009 e il continente rischia di perdere la sfida della conoscenza. Pietro Greco analizza il rapporto “Science, research and innovation performance of the EU, 2018. Strengthening the foundations for Europe’s future”, pubblicato a febbraio dalla Commissione Europea. [Scienza in rete; Pietro Greco]

Leggendo il libro “La salute sostenibile” di Marco Geddes da Filicaia, Roberto Satolli si schiera contro i falsi amici del Servizio Sanitario Nazionale che, con l’intento di difenderlo da una presunta bancarotta, cercano di salvarlo affiancandogli una seconda gamba, quella delle assicurazioni private. Un’operazione che affosserebbe definitivamente la vocazione universalistica del nostro sistema sanitario, aumentando le disuguaglianze e gli esami e le cure inutili.[Scienza in rete; Roberto Satolli]

Le notizie di scienza della settimana #56

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 4 aprile 2018]

Qual è il segreto che permette al guscio di un uovo di essere resistente e al tempo stesso di essere rotto con facilità da un pulcino ormai pronto a nascere? Per rispondere a questa domanda sono state necessarie avanzate tecniche di microscopia (a scansione elettronica, SEM, e a forza atomica, AFM) e un nutrito gruppo di ricercatori, coordinati dal biologo cellulare Marc McKee della McGill University di Montreal, che hanno analizzato la struttura del guscio fino al livello molecolare. Gli scienziati hanno scoperto che il segreto è la osteopontina, una proteina presente ad esempio nelle ossa dei mammiferi, che impartisce una nanostruttura di dimensioni decrescenti (dai circa 70 nanometri dell’interno ai circa 30 nanometri dell’esterno) ai minerali ricchi di calcio che costituiscono i tre strati del guscio di un uovo. Minore la dimensione della nanostruttura maggiore la durezza e dunque la resistenza meccanica. La maggiore dimensione della nanostruttura nello strato interno del guscio ha inoltre la funzione di esporre all’embrione in crescita una maggiore superficie di contatto con i minerali ricchi di calcio che dunque possono essere assorbiti più facilmente per accrescere lo scheletro. Credit: Miryams-Fotos / Pixabay. Licenza: Public Domain.

FRANCIA: PROGETTI DI LEADERSHIP NELL’IA E RIFORMA DELL’UNIVERSITÀ

Il 29 marzo il Collège de France di Parigi ha ospitato la conferenza ‘AI for humanity’, durante la quale è stato presentato il rapporto sull’intelligenza artificiale redatto dal matematico e parlamentare Cédric Villani su mandato del presidente Emmanuel Macron. A conclusione della conferenza Macron ha annunciato un finanziamento pubblico di 1,5 miliardi di euro per il settore dell’intelligenza artificiale, per attirare ricercatori dall’estero e rendere la Francia un Paese leader in questo campo, in grado di competere con Stati Uniti e Cina. Macron ha inoltre sottolineato l’importanza di sviluppare un’etica dell’intelligenza artificiale per evitare gli scenari distopici che i fatti attuali lasciano presagire. [Science; Tania Rabesandratana]

La redazione del rapporto da parte di Villani e dei suoi collaboratori ha richiesto sei mesi di intenso lavoro, durante i quali sono stati ascoltati 350 esperti: ricercatori del campo dell’intelligenza artificiale, giuristi, sindacalisti, e rappresentanti di diversi gruppi sociali. La capacità di lavoro di Villani e la sua autorevolezza hanno spinto molti scienziati a partecipare agli incontri per esprimere la propria opinione. Se c’è chi pensa che la battaglia per la leadership nell’intelligenza artificiale sia già stata persa dall’Europa in favore di USA e Cina, altri ritengono che le circostanze politiche, dalla Brexit alla presidenza Trump passando per lo scandalo Cambridge Analytica che ha travolto Facebook, abbiano riaperto la competizione. [The Verge; Sono Motoyama]

C’è chi teme che lo sciopero dei ferrovieri francesi, cominciato il 3 aprile, possa rivitalizzare la mobilitazione degli studenti contro la riforma dell’accesso al primo triennio universitario. Nota come réforme ORE (Orientation et Réussite des Étudiants), la legge incarica le università di valutare i profili dei richiedenti per decidere se questi possiedono i requisiti necessari per intraprendere con successo uno specifico corso di laurea o se, invece, devono essere indirizzati verso un anno di recupero (o mise a niveau). La riforma interessa gli indirizzi cosiddetti ‘generalisti’, che finora non imponevano alcuna restrizione se non il possesso del baccalauréat (il diploma di maturità) e ricorrevano al sorteggio nel caso di un numero eccessivo di richieste. Gli studenti sono stati in grado di bloccare riforme simili in passato, in particolare nel 1986 quando furono 800 mila a scendere in piazza, ma finora la protesta sembra essere più contenuta (ha coinvolto solo 10 università su 85) e manca la partecipazione dei liceali. [The Conversation France; Hugo Melchior]

STORIE DI SCIENZA E RESILIENZA

Durante la puntata di Report andata in onda il 2 aprile su Rai 3, si è parlato di strategie per la resilienza dei territori, in particolare di quelli ad alto rischio sismico. La necessità di sviluppare strategie di protezione da eventi naturali estremi genera innovazione e questa mette in moto una filiera di attività capace di arricchire un territorio e non solo di far fronte all’emergenza. [Report; Giulio Valesini]

Al contrario l’investimento in ricerca e innovazione può diventare il volano per rilanciare un territorio colpito da un disastro naturale. È questo il caso de L’Aquila, dove la nascita del Gran Sasso Science Institute ha messo in moto un processo di riqualificazione del territorio che va avanti nonostante la lentezza della ricostruzione delle case e degli edifici pubblici distrutti dal sisma del 6 aprile 2009. Ne avevamo parlato su Scienza in rete. [Scienza in rete; Chiara Sabelli] 

Inaugurato nel 2000 il ponte di Øresund ha permesso la fioritura di un’area scientifica dedicata alle scienze della vita, la cosiddetta Medicon Valley. Questo ponte, lungo 8 chilometri che unisce l’isola di Zealand, dove sorge Copenaghen, alla regione svedese dello Skåne, ha funzionato da collante e da catalizzatore per le attività sul territorio, che sono riuscite così a superare le difficoltà del settore tra il 2008 e il 2015, continuando a crescere. Oggi la Medicon Valley conta cinque parchi scientifici che ospitano e finanziano le start-up, nove università che impiegano 7000 ricercatori, numerosi ospedali e anche aziende farmaceutiche, come la Genmab, la più grande in Europa. Senz’altro la politica ha avuto un ruolo, favorendo lo scambio tra università e industria. Il punto debole resta forse la scarsa disponibilità di capitali locali, che espongono le imprese agli interessi degli investitori stranieri, soprattutto statunitensi. [Nature; Nic Fleming]

RICERCA E SOCIETÀ

Una narrativa che sta guadagnando sempre più spazio è quella di una scienza in crisi, i cui risultati sono sempre più difficili da riprodurre, distorti dalla pressione alla pubblicazione e basati su dati falsificati o selezionati ad arte. Ma è davvero così? Esistono prove sufficientemente solide a sostegno di questa narrativa, o anche la ricerca sull’affidabilità della scienza è distorta? Daniele Fanelli passa in rassegna una serie di risultati che sembrano indicare che le meta-analisi su forza e riproducibilità dei risultati scientifici sono quantomeno inconcludenti. E aggiunge che questa narrativa non fa bene alla scienza, che sta attraversando, così come altri ambiti dell’attività umana, un cambiamento epocale. [PNAS; Daniele Fanelli]

In uno studio pubblicato di recente, il gruppo di ricercatori coordinato da Walter Quattrociocchi presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia ha mostrato che i temi su cui il dibattito degli utenti Facebook tende a polarizzarsi di più sono quelli su cui è più probabile che vengano diffuse notizie false. La conoscenza di questo meccanismo potrebbe essere utile nel pianificare delle strategie di contrasto alla disinformazione online. [Scienza in rete; Giulia Bona]

Cosa fanno, a tre anni dal diploma, i ragazzi e le ragazze italiane nati nel 1995? Studiano o lavorano? Da un’indagine condotta dal consorzio AlmaLaurea su 38 mila diplomati italiani, a tre anni dalla maturità lavora circa un giovane su 3 (il 27%), il 18% studia e lavora e il 44% studia solamente. Complessivamente il 68% delle ragazze si è iscritto all’università, contro il 57% dei maschi. [Scienza in rete; Cristina Da Rold]