Le notizie di scienza della settimana #57

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 12 aprile 2018]

Il 10 maggio prossimo a Roma si terrà l’incontro “Ricerca = Futuro”, organizzato dal Gruppo 2003 per la ricerca scientifica. Si tratta di un dibattito pubblico sulla ricerca italiana nel quadro della programmazione europea il cui obiettivo è interpellare i principali stakeholder della ricerca, sia per individuarne punti di forza e di debolezza, sia per condividere strategie realistiche e sostenibili per il rafforzamento del sistema della ricerca nazionale. Nell’immagine il bozzetto “La ricerca scientifica”, realizzato da Renato Guttuso nel 1961 e custodito presso Archivio Storico Pirelli. Credit: Fondazione Pirelli.

LA TESTIMONIANZA DI ZUCKERBERG DAVANTI AL CONGRESSO USA

Martedì 9 aprile Mark Zuckerberg, 33 anni, amministratore delegato di Facebook, è finalmente comparso difronte alla commissione ‘Commerce and Judiciary’ del Senato americano, per testimoniare riguardo al caso Cambridge Analytica, e più in generale al condizionamento illecito delle elezioni presidenziali del 2016 avvenuto attraverso la piattaforma di social networking. L’audizione ha toccato un tema più ampio, quello del diritto alla privacy dei cittadini americani. Facebook e le altre società della Silicon Valley hanno fallito nel tentativo di autoregolarsi ed è necessario che il Congresso vari nuove leggi a protezione di questo diritto? Zuckerberg ha chiesto scusa, dicendo che forse è stata la sua visione idealistica dell’umanità a mettere a rischio i 2,2 miliardi di utenti Facebook e che sono già in corso attività di rinforzo del comparto sicurezza dell’azienda. Ieri le azioni Facebook hanno guadagnato il 4,5% del prezzo sul mercato Nasdaq. «The Street is relieved», ha dichiarato, riferendosi a Wall Street, uno dei manager della GBH Insights, società di ricerche di mercato basata a New York. [The New York Times; Kevin Roose, Cecilia Kang] 

Secondo la giurista e politica Zephyr Teachout, l’audizione di Zuckerberg al Senato USA è stata una completa messa in scena. I senatori del comitato hanno avuto pochi minuti ciascuno per fare le loro domande, e non c’è stato alcuno spazio per ribattere alle risposte, ben preparate, dell’amministratore di Facebook. Al confronto, l’audizione di Bill Gates davanti al Senato del 1998, quando Microsoft venne accusata di abuso di posizione dominante nel mercato dei web browser, durò numerosi giorni. Secondo Teachout il Congresso americano non dovrebbe cercare il consenso di Zuckerberg, o delle altre società tecnologiche, dovrebbe agire nell’esclusivo interesse dei cittadini. Inoltre, sottolinea Teachout, le responsabilità di Facebook non sono limitate alle attività di propaganda politica, ma riguardano anche casi di discriminazione razziale, come quello recentemente riportato dal giornale ProPublica[The Guardian; Zephyr Teachout] 

In un editoriale pubblicato su Nature Hetan Shah, direttore della Royal Statistical Society riflette sulle ripercussioni che la vicenda Cambridge Analytica potrebbe avere sulla fiducia dei cittadini nel condividere i dati con le istituzioni pubbliche e di ricerca. Un inasprimento delle leggi sulla privacy, che rinforzi il concetto di proprietà dei dati, potrebbe infatti essere controproducente, favorendo i ricchi e ben informati a discapito dei gruppi più poveri e socialmente più fragili. Secondo Shah le compagnie digitali che sono in possesso di grandi quantità di dati personali dovrebbero trasformarsi da data owners a data stewards, stabilendo accordi con le agenzie statistiche nazionali per una gratuita e libera cessione dei dati dopo un certo tempo dalla loro raccolta. [Nature; Hetan Shah]

LE SCUSE DI NATIONAL GEOGRAPHIC: “For Decades, Our Coverage Was Racist.”

Il numero di aprile di National Geographic è dedicato al tema della razza. In occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Martin Luther King Jr, la rivista, fondata nel 1888, riflette sul suo passato e su come gli articoli e le fotografie pubblicate hanno ritratto le persone di pelle nera. A condurre questa analisi è John Edwin Mason, storico della fotografia e dell’Africa presso la University of Virginia. Mason ha concluso che fino agli ’70 gli afroamericani sono stati completamente assenti dalle fotografie. Le uniche persone nere ritratte nei reportage erano abitanti di altri continenti, spesso fotografati nudi, con l’atteggiamento dei bravi cacciatori o dei bon sauvage. Lo studioso ha inoltre osservato come in un reportage dal Sud Africa, pubblicato nel 1962 poco tempo dopo il massacro di Sharpeville, i giornalisti non diedero alcuno spazio alla voce delle vittime. Susan Goldberg, attuale direttrice della rivista, intende partire da questa consapevolezza affinché National Geographic svolga il ruolo culturale cui ha sempre aspirato. [National Geographic; Susan Goldberg]

La giornalista Elizabeth Kolbert, vincitrice del Premio Pulitzer per il libro “The Sixth Extinction: An Unnatural History”, torna a parlare dell’infondatezza scientifica del concetto di razza. Fu il medico americano Samuel Morton a fornire una teoria scientifica al razzismo. Nella prima metà del 1800 Morton analizzò i volumi di diversi crani, stabilendo che gli esseri umani potevano essere suddivisi in cinque gruppi: bianchi (o Caucasian), asiatici dell’est (o Mongolian), asiatici del sud, nativi americani e neri (o Ethiopians). Le cinque categorie possedevano capacità gerarchicamente ordinate: i bianchi erano la razza umana più intelligente, i neri la meno intelligente. Gli studi genetici, culminati con il sequenziamento dell’intero genoma umano nel 2000, hanno mostrato che il concetto di razza non ha alcun fondamento scientifico. Gli esseri umani sono geneticamente molto simili tra loro e tutti provengono dal continente africano. Le variazioni nel colore della pelle, ad esempio, sono state determinate dall’isolamento tra le diverse popolazioni, che ha permesso l’accumularsi di certe mutazioni genetiche, e dalla selezione naturale, che ha promosso le mutazioni che permettevano un migliore adattamento all’ambiente. Questo isolamento è avvenuto tuttavia molto tempo dopo la comparsa dei primi Homo sapiens sulla Terra. Nel 2005 il genetista Keith Cheng ha scoperto una mutazione su una base delle 20 mila contenute nel gene SLC24A5, che sarebbe responsabile per l’incarnato chiaro degli europei rispetto agli abitanti dell’Africa subsahariana. Tuttavia non si tratta di una regola: molti africani dell’Est con la pelle scura possiedono la variante europea del gene. [National Geographic; Elizabeth Kolbert]

All’interno dell’articolo firmato da Kolbert compare un video che mostra la testimonianza di sei persone, estranee tra loro, che scoprono di avere un patrimonio genetico molto simile. Il video si conclude con la pubblicità di Geno 2.0, il kit per il test genetico che National Geographic mette in vendita per 100 dollari e che rivela le origini geografiche dei nostri antenati. Gli ancestry test hanno sollevato più di una perplessità in passato: restituendo i risultati in termini di percentuali di DNA irlandese, mediorientale, subsahariano, ecc., rischiano forse di rinforzare il concetto di razza, piuttosto che combatterlo.[Undark Magazine; Michael Schulson]

RICERCA E SOCIETÀ

L’intensità degli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo in Europa ristagna o diminuisce dal 2009 e il continente rischia di perdere la sfida della conoscenza. Pietro Greco analizza il rapporto “Science, research and innovation performance of the EU, 2018. Strengthening the foundations for Europe’s future”, pubblicato a febbraio dalla Commissione Europea. [Scienza in rete; Pietro Greco]

Leggendo il libro “La salute sostenibile” di Marco Geddes da Filicaia, Roberto Satolli si schiera contro i falsi amici del Servizio Sanitario Nazionale che, con l’intento di difenderlo da una presunta bancarotta, cercano di salvarlo affiancandogli una seconda gamba, quella delle assicurazioni private. Un’operazione che affosserebbe definitivamente la vocazione universalistica del nostro sistema sanitario, aumentando le disuguaglianze e gli esami e le cure inutili.[Scienza in rete; Roberto Satolli]

Le notizie di scienza della settimana #56

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 4 aprile 2018]

Qual è il segreto che permette al guscio di un uovo di essere resistente e al tempo stesso di essere rotto con facilità da un pulcino ormai pronto a nascere? Per rispondere a questa domanda sono state necessarie avanzate tecniche di microscopia (a scansione elettronica, SEM, e a forza atomica, AFM) e un nutrito gruppo di ricercatori, coordinati dal biologo cellulare Marc McKee della McGill University di Montreal, che hanno analizzato la struttura del guscio fino al livello molecolare. Gli scienziati hanno scoperto che il segreto è la osteopontina, una proteina presente ad esempio nelle ossa dei mammiferi, che impartisce una nanostruttura di dimensioni decrescenti (dai circa 70 nanometri dell’interno ai circa 30 nanometri dell’esterno) ai minerali ricchi di calcio che costituiscono i tre strati del guscio di un uovo. Minore la dimensione della nanostruttura maggiore la durezza e dunque la resistenza meccanica. La maggiore dimensione della nanostruttura nello strato interno del guscio ha inoltre la funzione di esporre all’embrione in crescita una maggiore superficie di contatto con i minerali ricchi di calcio che dunque possono essere assorbiti più facilmente per accrescere lo scheletro. Credit: Miryams-Fotos / Pixabay. Licenza: Public Domain.

FRANCIA: PROGETTI DI LEADERSHIP NELL’IA E RIFORMA DELL’UNIVERSITÀ

Il 29 marzo il Collège de France di Parigi ha ospitato la conferenza ‘AI for humanity’, durante la quale è stato presentato il rapporto sull’intelligenza artificiale redatto dal matematico e parlamentare Cédric Villani su mandato del presidente Emmanuel Macron. A conclusione della conferenza Macron ha annunciato un finanziamento pubblico di 1,5 miliardi di euro per il settore dell’intelligenza artificiale, per attirare ricercatori dall’estero e rendere la Francia un Paese leader in questo campo, in grado di competere con Stati Uniti e Cina. Macron ha inoltre sottolineato l’importanza di sviluppare un’etica dell’intelligenza artificiale per evitare gli scenari distopici che i fatti attuali lasciano presagire. [Science; Tania Rabesandratana]

La redazione del rapporto da parte di Villani e dei suoi collaboratori ha richiesto sei mesi di intenso lavoro, durante i quali sono stati ascoltati 350 esperti: ricercatori del campo dell’intelligenza artificiale, giuristi, sindacalisti, e rappresentanti di diversi gruppi sociali. La capacità di lavoro di Villani e la sua autorevolezza hanno spinto molti scienziati a partecipare agli incontri per esprimere la propria opinione. Se c’è chi pensa che la battaglia per la leadership nell’intelligenza artificiale sia già stata persa dall’Europa in favore di USA e Cina, altri ritengono che le circostanze politiche, dalla Brexit alla presidenza Trump passando per lo scandalo Cambridge Analytica che ha travolto Facebook, abbiano riaperto la competizione. [The Verge; Sono Motoyama]

C’è chi teme che lo sciopero dei ferrovieri francesi, cominciato il 3 aprile, possa rivitalizzare la mobilitazione degli studenti contro la riforma dell’accesso al primo triennio universitario. Nota come réforme ORE (Orientation et Réussite des Étudiants), la legge incarica le università di valutare i profili dei richiedenti per decidere se questi possiedono i requisiti necessari per intraprendere con successo uno specifico corso di laurea o se, invece, devono essere indirizzati verso un anno di recupero (o mise a niveau). La riforma interessa gli indirizzi cosiddetti ‘generalisti’, che finora non imponevano alcuna restrizione se non il possesso del baccalauréat (il diploma di maturità) e ricorrevano al sorteggio nel caso di un numero eccessivo di richieste. Gli studenti sono stati in grado di bloccare riforme simili in passato, in particolare nel 1986 quando furono 800 mila a scendere in piazza, ma finora la protesta sembra essere più contenuta (ha coinvolto solo 10 università su 85) e manca la partecipazione dei liceali. [The Conversation France; Hugo Melchior]

STORIE DI SCIENZA E RESILIENZA

Durante la puntata di Report andata in onda il 2 aprile su Rai 3, si è parlato di strategie per la resilienza dei territori, in particolare di quelli ad alto rischio sismico. La necessità di sviluppare strategie di protezione da eventi naturali estremi genera innovazione e questa mette in moto una filiera di attività capace di arricchire un territorio e non solo di far fronte all’emergenza. [Report; Giulio Valesini]

Al contrario l’investimento in ricerca e innovazione può diventare il volano per rilanciare un territorio colpito da un disastro naturale. È questo il caso de L’Aquila, dove la nascita del Gran Sasso Science Institute ha messo in moto un processo di riqualificazione del territorio che va avanti nonostante la lentezza della ricostruzione delle case e degli edifici pubblici distrutti dal sisma del 6 aprile 2009. Ne avevamo parlato su Scienza in rete. [Scienza in rete; Chiara Sabelli] 

Inaugurato nel 2000 il ponte di Øresund ha permesso la fioritura di un’area scientifica dedicata alle scienze della vita, la cosiddetta Medicon Valley. Questo ponte, lungo 8 chilometri che unisce l’isola di Zealand, dove sorge Copenaghen, alla regione svedese dello Skåne, ha funzionato da collante e da catalizzatore per le attività sul territorio, che sono riuscite così a superare le difficoltà del settore tra il 2008 e il 2015, continuando a crescere. Oggi la Medicon Valley conta cinque parchi scientifici che ospitano e finanziano le start-up, nove università che impiegano 7000 ricercatori, numerosi ospedali e anche aziende farmaceutiche, come la Genmab, la più grande in Europa. Senz’altro la politica ha avuto un ruolo, favorendo lo scambio tra università e industria. Il punto debole resta forse la scarsa disponibilità di capitali locali, che espongono le imprese agli interessi degli investitori stranieri, soprattutto statunitensi. [Nature; Nic Fleming]

RICERCA E SOCIETÀ

Una narrativa che sta guadagnando sempre più spazio è quella di una scienza in crisi, i cui risultati sono sempre più difficili da riprodurre, distorti dalla pressione alla pubblicazione e basati su dati falsificati o selezionati ad arte. Ma è davvero così? Esistono prove sufficientemente solide a sostegno di questa narrativa, o anche la ricerca sull’affidabilità della scienza è distorta? Daniele Fanelli passa in rassegna una serie di risultati che sembrano indicare che le meta-analisi su forza e riproducibilità dei risultati scientifici sono quantomeno inconcludenti. E aggiunge che questa narrativa non fa bene alla scienza, che sta attraversando, così come altri ambiti dell’attività umana, un cambiamento epocale. [PNAS; Daniele Fanelli]

In uno studio pubblicato di recente, il gruppo di ricercatori coordinato da Walter Quattrociocchi presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia ha mostrato che i temi su cui il dibattito degli utenti Facebook tende a polarizzarsi di più sono quelli su cui è più probabile che vengano diffuse notizie false. La conoscenza di questo meccanismo potrebbe essere utile nel pianificare delle strategie di contrasto alla disinformazione online. [Scienza in rete; Giulia Bona]

Cosa fanno, a tre anni dal diploma, i ragazzi e le ragazze italiane nati nel 1995? Studiano o lavorano? Da un’indagine condotta dal consorzio AlmaLaurea su 38 mila diplomati italiani, a tre anni dalla maturità lavora circa un giovane su 3 (il 27%), il 18% studia e lavora e il 44% studia solamente. Complessivamente il 68% delle ragazze si è iscritto all’università, contro il 57% dei maschi. [Scienza in rete; Cristina Da Rold]

Le notizie di scienza della settimana #55

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 28 marzo 2018]

Nei 6 giorni intorno al 1 aprile la stazione spaziale orbitante Tiangong-1 cadrà al suolo. Ma è difficile prevedere con accuratezza la data e il luogo dell’evento, così come la dimensione dei detriti che raggiungeranno la Terra. Si tratta della prima stazione spaziale lanciata dall’Agenzia nazionale cinese per lo spazio nel 2011 e abitata da due equipaggi per soli 20 giorni tra il 2012 e il 2013. Dal marzo del 2016 ha smesso di funzionare, unendosi alla massa di circa 7500 tonnellate di spazzatura spaziale in orbita intorno al nostro pianeta. Claudio Elidoro ha intervistato per Scienza in rete Alberto Buzzoni, astronomo dell’INAF e coordinatore del progetto PRISMA, per capire perché è così grande l’incertezza di questa previsione. Nell’immagine una rappresentazione artistica di Tiangong-1. Credit: China Manned Space Agency.

GLI IMPATTI DELLE DISUGUAGLIANZE SOCIOECONOMICHE SULLA SALUTE

Durante l’invecchiamento le condizioni socioeconomiche non solo accorciano la vita ma ne deteriorano la qualità, in modo paragonabile a quanto accade per altri fattori di rischio, come diabete, obesità, ipertensione, fumo e scarsa attività fisica. I ricercatori del progetto Lifepath hanno studiato l’associazione tra condizioni economiche e velocità di camminata dopo i 60 anni in una popolazione di circa 109 mila adulti, appartenenti a 24 Paesi diversi: Europa, Stati Uniti, America Latina, Asia e Africa. La velocità di camminata è stata scelta come misura della funzionalità fisica. Un uomo povero di 60 anni cammina alla velocità di un uomo ricco di 66,6 anni, mentre una donna povera di 60 anni cammina alla stessa velocità di una donna ricca di 64,6 anni. Per capire l’entità di questa associazione si consideri che la perdita di funzionalità dovuta al tabacco è di 3 anni negli uomini e 0,7 nelle donne, mentre quella dovuta all’ipertensione è di 2,3 per gli uomini e 3 per le donne. [The British Medical Journal; Silvia Stringhini, Lifepath Project]

In Gran Bretagna l’incidenza dell’obesità nei bambini e negli adolescenti dipende sempre di più dalle condizioni socioeconomiche. A mostrarlo è uno studio realizzato da un gruppo di ricercatori dello Univeristy College London e della Loughborough University, che hanno analizzato i dati relativi a peso, altezza e indice di massa corporea di circa 50 mila bambini britannici nati tra il 1946 e il 2001 (4 campioni di dati relativi alle nascite avvenute nel 1946, 1958, 1970 e 2001). Mentre per i bambini nati prima del 2001 un più basso livello socioeconomico era associato a un peso minore, per quelli nati nel 2001 vale il contrario. Le differenze di altezza tra le classi sociali sono diminuite nel tempo, fino quasi a scomparire. Il nuovo millennio ha portato anche un’accelerazione nell’aggravarsi dell’obesità dall’infanzia all’adolescenza. Per i bambini nati nel 2001 l’indice di massa corporea cresce tra i 7 e 15 anni più velocemente per i poveri rispetto ai ricchi, mentre procede alla stessa velocità per i nati prima del 2001. [The Lancet Public Health; David Bann et al.]

SE NON RIUSCIAMO A RIDURRE LE EMISSIONI, COMINCIAMO AD ADATTARCI

Il 22 marzo la International Energy Agency (IEA) ha pubblicato il bilancio sulla quantità di biossido di carbonio emessa nel mondo nel 2017, proveniente dallo sfruttamento di carbone, petrolio e gas naturale. Cattive notizie: dopo tre anni di emissioni stabili, lo scorso anno si è registrato un aumento dell’1,4%. È come se avessimo immesso nel sistema 170 milioni di automobili aggiuntive. Tra le ragioni di questo aumento la crescita economica globale del 2017, soprattutto nei Paesi asiatici, ma anche il boom di acquisti dei SUV negli Stati Uniti e in Europa, trainato dal calo dei prezzi della benzina. [The New York Times; Brad Plumer] 

Entro il 31 marzo il ministro per l’ambiente francese, Nicolas Hulot, dovrà presentare al Consiglio di Stato un piano convincente di riduzione delle emissioni di inquinanti dell’aria. È attesa, invece, per fine aprile la decisione della Commissione Europea sulla procedura di infrazione di cui sono oggetto la Francia, insieme all’Italia e altri sette Paesi, sempre a causa del superamento dei limiti di concentrazione del particolato fine e degli ossidi di azoto. Queste violazioni sarebbero responsabili, solo in Francia, di 48 mila morti premature ogni anno. Il 27 marzo Hulot ha presentato un’agenda, che contiene delle misure aggiuntive per le sei regioni francesi interessate dal problema. Ma secondo Louis Cafford, avvocato dell’ONG Amis de la Terre che si è rivolta al Consiglio di Stato, l’agenda manca i punti fondamentali. [Le Monde; Stéphane Mandard] 

L’adattamento, insieme alla mitigazione, è una delle due strategie con cui gli esseri umani stanno cercando di limitare gli effetti del cambiamento climatico. Se negli anni ’80 erano privilegiate le strategie di mitigazione rispetto a quelle di adattamento, oggi queste ultime sono considerate sempre più importanti. Ecco la storia dell’ascesa delle strategie di adattamento e delle diverse accezioni che questa espressione ha assunto nel tempo. [Scienza in rete; Stefano Nespor]

RICERCA E SOCIETÀ

Il 21 marzo il Congresso degli Stati Uniti ha approvato il bilancio di spesa per l’anno 2018, assegnando al settore della ricerca di base e applicata 176 miliardi di dollari. Si tratta del più alto livello di finanziamento mai stanziato e in aumento del 12,8% (oltre 22 miliardi) rispetto al 2017. La decisione del Congresso ignora dunque le richieste della Casa Bianca, che aveva proposto tagli consistenti ai fondi per le agenzie federali che si occupano di ricerca scientifica. I National Institutes of Health (NIH), per i quali Trump proponeva un taglio del 22%, ricevono un aumento dell’8,3 %. L’agenzia per l’ambiente EPA riceverà 8 miliardi di finanziamento, esattamente come nel 2017, scampando alla riduzione del 45% richiesta dalla Casa Bianca. [AGI; Patrizia Caraveo]

Nel libro ‘Fifty Million Rising’, Saadia Zahidi sottolinea un dato interessante: in molti paesi musulmani la percentuale di donne tra i laureati nelle discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) è sensibilmente più alta che in Europa o negli Stati Uniti. In Iran il 70% di chi si laurea in discipline matematiche è una donna, negli Stati Uniti questa percentuale scende al 30%. Un gruppo di ricercatori, sulla rivista Psychological Science, sostiene che nei Paesi in cui le disuguaglianze di genere sono più forti, le donne scelgono i corsi di studi superiori non in base alle loro preferenze, ma alle possibilità di trovare un’occupazione e di avere uno stipendio più alto. La giornalista pachistana Rafia Zakaria non concorda pienamente con questa interpretazione. [Dawn; Rafia Zakaria, traduzione di Giusy Muzopappa/Internazionale]

Valutare l’efficacia di interventi di filantropia nei Paesi in via di sviluppo progettando studi controllati randomizzati. È stata questa l’idea di Michael Kremer, economista di Harvard University, per progettare interventi a sostegno della scolarizzazione in Kenya. E oggi questo esperimento potrebbe diventare un modello. [Scienza in rete; Alessandro Tavecchio]

Le notizie di scienza della settimana #54

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 21 marzo 2018]

Tre articoli pubblicati sull’ultimo numero di Science documentano la scoperta di una nuova datazione nella transizione tecnologica dall’acheuleano a punte e lame più piccole e più precise, ottenute da ossidiana e pietre silicee. Questi nuovi strumenti risalirebbero a 320 mila anni fa, quando la nostra specie homo sapiens fece la sua apparizione sulla Terra. Un gruppo di paleoantropologi del museo di storia naturale dello Smithsonian Institution e della George Washington University hanno ottenuto questi risultati analizzando i resti ritrovati nei siti di Olorgesailie in Kenya. A rendere ancora più interessante questa scoperta è la correlazione che i ricercatori hanno trovato con i cambiamenti climatici in atto in quel periodo, che suggeriscono che l’innovazione sia stata guidata dalle trasformazioni dell’ambiente circostante. Nell’immagine un bifacciale risalente a 500 mila – 300 mila anni fa, ritrovato a Cintegabelle, nella Alta Garonna francese. Attualmente esposto al Muséum d’Histoire Naturelle de la ville de Toulouse. Credit: Didier Descouens / Wikimedia Commons. Licenza: CC BY-SA 4.0.

IL CASO CAMBRIDGE ANALYTICA TRAVOLGE FACEBOOK

La società di consulenza Cambridge Analytica, specializzata nello sviluppo di campagne informative di microtargeting per influenzare i risultati elettorali, ha utilizzato i dati Facebook di decine di milioni di elettori americani ottenuti illegalmente nel 2014 per progettare l’algoritmo alla base del suo business. A rivelarlo al New York Times e all’Observer è Christopher Wylie, data scientistcanadese ed ex dipendente della società statunitense, in una serie di articoli pubblicati tra sabato e domenica scorsa. Le sue dichiarazioni contraddicono le posizioni ufficiali che Facebook e Cambridge Analytica hanno assunto finora durante le due inchieste in corso nel Regno Unito, su Brexit, e negli Stati Uniti, sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016. [The Observer / The Guardian; Carole Cadwalladr]

I dati sarebbero stati ottenuti “per motivi accademici” da Aleksandr Kogan, ricercatore all’università di Cambridge. Tramite la società Global Science Research, Kogan ha reclutato su Amazon Mechanical Turk e Qualtrics elettori americani disposti a eseguire un test della personalità in cambio di un compenso. L’adesione all’esperimento garantiva a Kogan l’accesso ai dati Facebook di coloro che sostenevano il test e dei loro amici, senza che questi ne fossero consapevoli. In questo modo Kogan ha raccolto, in pochi mesi, i dati relativi a decine di milioni di persone che poi ha venduto a Cambridge Analytica per 1 milione di dollari. L’operazione è stata possibile perché Kogan dichiarava di essere interessato ai dati per motivi di ricerca scientifica. Ma la vendita di questi dati a una società terza violerebbe sia i termini di servizio di Facebook che la legge britannica sulla protezione dei dati personali. [The Observer / The Guardian; Carole Cadwalladr e Emma Graham-Harrison]

Ma come ha fatto Cambridge Analytica a sfruttare i dati raccolti da Kogan per influenzare le preferenze degli elettori americani alle presidenziali del 2016? Molto probabilmente ha replicato un modello sviluppato tra il 2012 e il 2015 da altri due ricercatori dell’università di Cambridge, Michal Kosinski and David Stillwell. Il modello in questione è in grado di prevedere il profilo psicologico di un soggetto a partire dalle tracce digitali che questo lascia su Facebook: quali e quante foto profilo condivide, quali sono i post a cui reagisce con un ‘Like’, quanti sono i suoi amici, dove vive, quanti anni ha. Per mettere a punto il modello, dettagliato in due articoli pubblicati sulla rivista PNAS, Kosinski e Stillwell svilupparono un test della personalità da sostenere online. Al termine del test l’utente poteva scegliere se dare ai ricercatori l’accesso al proprio profilo Facebook. Non si aspettavano di raccogliere in pochi mesi i dati di milioni di persone provenienti da 45 Paesi diversi. Ma il vasto database gli permise di raffinare il loro algoritmo. Cambridge Analytica, con l’aiuto di Kogan, ha probabilmente riprodotto questo algoritmo sui dati dei 50 milioni di elettori americani e li ha poi utilizzati per progettare contenuti digitali personalizzati in grado di influenzarne le preferenze elettorali. [University of Cambridge; Communicatioins Office]

IL PRIMO PEDONE VITTIMA DI UN’AUTO A GUIDA AUTONOMA

Elaine Herzberg, 49 anni, è il primo pedone vittima di un’auto a guida autonoma. L’incidente è avvenuto alle 10 di domenica 18 marzo a Tempe in Arizona. Nell’auto, di proprietà di Uber, era presente un guidatore in grado di subentrare al sistema artificiale in caso di pericolo, ma non è stato sufficiente. Nel 2015 lo Stato dell’Arizona aveva emanato un ordine esecutivo per diventare una sorta di regulation-free zone, con la speranza di attirare le grandi società del settore, come Uber e Waymo, che nella vicina California rispondevano a requisiti molto più stringenti. All’inizio di questo mese l’ordine era stato approvato per concedere i test anche senza guidatore di sicurezza. Restano da accertare le responsabilità nell’incidente di domenica sera, ma nel frattempo Uber ha sospeso tutti i test simili in corso a Pittsburgh, San Francisco e Toronto. [The New York Times; Daisuke Wakabayashi] 

Prima di farsi vincere dalla paura occorre però ricordare che nel 2016 sulle strade americane sono morti quasi 6 mila pedoni, circa 16 ogni giorno. Si tratta di uno dei bilanci più duri tra i Paesi ricchi e fa parte di un trend negativo che ha visto il numero di vittime della strada aumentare dell’8% dal 2015 al 2016. Parte della responsabilità sarebbe la scarsa attenzione verso regole elementari, come indossare la cintura di sicurezza in macchina o il casco in moto. [Vox; Julia Belluz] 

La legislazione americana tratta separatamente i veicoli e gli autisti. Per permettere a un veicolo di circolare richiede certe caratteristiche tecniche (airbag, freni, ecc.), mentre per permettere a una persona di guidare le chiede di passare un esame. Secondo Srikanth Saripalli, ingegnere alla Texas A&M University, dovrebbe succedere qualcosa di simile prima di permettere alle auto a guida autonoma di circolare sulle strade senza un guidatore di sicurezza pronto a intervenire. Invece degli esseri umani dovrebbero essere testati gli algoritmi che governano le self driving car. C’è da dire che è difficile sapere a priori come questi algoritmi si comporteranno sulla strada, un po’ come succede con i farmaci: spesso non se conoscono i meccanismi di funzionamento. E allora i test degli algoritmi potrebbero ispirarsi ai processi di approvazione dei medicinali, in cui i ricercatori devono dimostrare che una terapia ha gli effetti previsti e limitati effetti collaterali su una popolazione di pazienti sufficientemente grande e rappresentativa. Analogamente un algoritmo di guida dovrebbe essere messo alla prova in una serie di situazioni che possono verificarsi sulla strada. [The Conversation UK; Srikanth Saripalli] 

RICERCA E SOCIETÀ

La crisi di riproducibilità della scienza è ben nota, soprattutto in campo biologico e medico. John Ioannidis, in un articolo pubblicato nel 2006, affermava semplicemente che “la maggior parte dei risultati di ricerca è falso”. Cosa fare? Un suggerimento arriva da un recente rapporto pubblicato dalla Royal Netherlands Academy of Arts and Sciences, che identifica alcune pratiche fondamentali. Da una parte aumentare l’accuratezza metodologica e la dimensione dei campioni presi in esame e condividere procedure e dati nel modo più aperto e dettagliato possibile. Inoltre incentivare economicamente e con riconoscimenti di carriera la “cultura della riproducibilità”, piuttosto che premiare solamente l'”innovatività degli studi”. [Scienza in rete; Luca Carra e Cristina Da Rold]

«Non appena arrivai nel suo istituto egli (Dennis Sciama, uno dei massimi fisici britannici della seconda metà del novecento, allievo di Paul Dirac, ndr) mi scelse per lavorare sulla freccia del tempo: perché il passato è così differente dal futuro? Perché noi ricordiamo il passato e non il futuro?». Riesce a tamburellare con incredibile perizia sulla tastiera con quella scarsa mobilità che ha ormai l’unica mano ancora reattiva. E dopo qualche minuto il computer trasmette il suo pensieroEra il gennaio del 1992 quando Pietro Greco raccoglieva le parole di Stephen Hawking volato a Trieste per una conferenza. Vi riproponiamo questa intervista in occasione della scomparsa del grande scienziato, avvenuta il 14 marzo scorso.[Scienza in rete; Pietro Greco]

Algoritmi umani alla francese

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 21 marzo 2018]

Le rivelazioni di Chrstopher Wylie, data scientist canadese di 28 anni ex dipendente della società di consulenza Cambridge Analytica, confermano ancora una volta l’importanza degli algoritmi, in particolare quelli di machine learning (che basano cioè parte del loro funzionamento sui dati), nell’influenzare i processi sociali e, in ultima battuta, la vita dei singoli individui.

Quanto affermato da Wylie promette infatti di avere conseguenze su due diverse inchieste parlamentari: quella sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali americane del 2016 e quella riguardo il referendum britannico sull’uscita dall’Unione Europea. Wylie ha reso pubblici una serie di documenti che testimoniano come Cambridge Analytica sviluppò il suo algoritmo di microtargeting psicologico basandosi sui dati Facebook di decine di milioni di elettori americani, ottenuti illegalmente tramite la società Global Science Research, del ricercatore dell’Università di Cambridge Aleksandr Kogan. Kogan riuscì a raccogliere i dati dichiarando che sarebbero stati usati per scopi accademici, salvo poi venderli a Cambridge Analytica per un milione di dollari.

I rischi connessi all’utilizzo degli algoritmi come sistemi di assistenza alla decisione stanno emergendo in diversi ambiti: finanza, assicurazioni, accesso al credito, giustizia, sicurezza, gestione del personale e, appunto, informazione e propaganda politica. Li racconta bene Cathy O’Neil nel suo libro Weapons of math destruction (che abbiamo recensito qui), in cui si capisce chiaramente qual è il problema: gli algoritmi apprendono dai dati prodotti dai nostri comportamenti e in questi sono incorporati anche i nostri pregiudizi.

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Le notizie di scienza della settimana #53

Oggi, 14 marzo 2018, si celebra in tutto il mondo il Pi Day, il giorno del π (pi greco). La storia di π è ben raccontata nel libro “Storia di π”, scritto nel 2016 da Pietro Greco e pubblicato da Carocci. Comincia nel II millennio a.C. tra il Tigri e l’Eufrate, dove i Babilonesi ne danno una stima piuttosto precisa utilizzando metodi geometrici. Continua poi in epoca ellenistica con Archimede, che fornisce un metodo esaustivo per il calcolo di π, introducendo il concetto di limite. La matematica di Archimede ed Euclide arriva agli Europei quasi 1500 anni dopo, solo grazie ai matematici islamici, che traducono dal greco all’arabo le loro opere arricchendole di elementi indiani e cinesi. Infine vede come protagonisti Fibonacci, Newton e Liebniz. Nell’immagine il rompicapo matematico proposto da Alex Bellos nella sua consueta rubrica del lunedì sul Guardian. Quale fiammifero occorre spostare per rendere l’equazione approssimativamente corretta? (Qui la soluzione). Credit: Alex Bellos and Chris Smith / The Guardian.

SMETTIAMOLA DI CHIAMARLE FAKE NEWS

Smettiamola di chiamarle ‘fake news’. Questo il primo messaggio contenuto nel rapporto, pubblicato il 12 marzo, del gruppo di lavoro sulla disinformazione istituito dalla Commissione Europea. Il fenomeno è molto più complesso di quello che l’espressione ‘fake news’ lascia intendere. Gli autori del documento (accademici, giornalisti, rappresentanti delle società tecnologiche e della società civile) affermano poi che è necessario basare qualsiasi intervento su delle prove scientifiche. A questo scopo chiedono a compagnie come Google, Twitter e Facebook, ma anche alle istituzioni europee, di condividere maggiormente i loro dati. È forte però la difesa della libertà di espressione e dunque viene scoraggiato qualsiasi intervento normativo che controlli i contenuti online. [Medium; Clara Jiménez Cruz, Alexios Mantzarlis, Rasmus Kleis Nielsen, & Claire Wardle]

Il giornalista scientifico francese Sylvestre Huet aggiunge alcuni punti interessanti contenuti nel rapporto della Commissione Europea. In primo luogo la necessità di avere accesso agli algoritmi di ranking delle notizie che ne determinano il livello di diffusione sui diversi social network. In secondo luogo il ruolo che i governi dovrebbero avere nel favorire una stampa pluralistica e indipendente (i giornalisti sono sempre meno e sempre più precari). Infine Huet sottolinea come il rapporto affermi che i governi non dovrebbero intervenire direttamente sulle piattaforme di condivisione di contenuti digitali, come Facebook e Twitter, ma piuttosto favorire la costruzione di codici di auto-regolazione che i dipendenti di queste aziende si impegnino a rispettare. [Le Monde; Sylvestre Huet]

Un’analisi condotta su 126,000 notizie circolate su Twitter tra il 2006, data della sua apertura, al 2017, rivela che le notizie false si diffondono più velocemente e raggiungono più utenti di quelle vere. Lo studio mostra inoltre che i bot, account Twitter gestiti da computer, non sono i colpevoli di questo fenomeno, poiché diffondono notizie false e vere nello stesso modo. La responsabilità sarebbe dunque tutta nostra e una delle spiegazioni, sostengono gli autori, potrebbe essere la maggiore componente di novità contenuta nella condivisione di una notizia falsa rispetto a una vera. L’analisi, condotta da tre scienziati dei dati esperti di processi sociali e in particolare di comunicazione digitale, ha considerato tutte le notizie circolate su Twitter catalogate come ‘false’ o ‘vere’ da sei agenzie di fact checkingindipendenti. I risultati sono stati pubblicati sull’ultimo numero di Science. [Science; Katie Langin]

CONTROLLO DELLE ARMI NEGLI STATI UNITI

A gennaio, durante un’audizione di fronte al Congresso, il capo dello United States Department of Health and Human Services ha dichiarato che i Center for Disease Control and Prevention (C.D.C.) dovrebbero ricominciare a fare ricerca sulla violenza da armi da fuoco. Dall’entrata in vigore del Dickey Amendment nel 1996, l’agenzia di protezione della salute statunitense ha di fatto interrotto le sue indagini sull’argomento. Il Dickey Amendment proibisce il finanziamento pubblico di ricerche scientifiche che sostengano la limitazione dell’utilizzo delle armi da fuoco. Non esistono dunque prove scientifiche aggiornate prodotte dallo Stato del fatto che la possibilità di avere pistole in casa renda più sicure le famiglie americane, come sostiene la National Rifle Association, né del contrario, che questa renda i cittadini americani più vulnerabili (l’ultimo studio risale al 1993). Restano dunque molte domande insolute e mancano i dati per rispondere a queste domande. La proposta di Trump, successivamente ritirata, di alzare l’età minima per l’acquisto di un certo tipo di armi da 18 a 21 anni sta però rivitalizzando il dibattito. [The New York Times; Sheila Kaplan] 

I media tendono a dare maggiore risalto alle sparatorie di massa che avvengono nelle scuole, quelle in cui l’attentatore è motivato ideologicamente o proviene dal Medio Oriente. Ma la maggior parte di questi episodi di violenza è causato da uomini bianchi di mezza età e raramente ha un movente ideologico. Questa è la conclusione di uno studio pubblicato a febbraio sul “International Journal of Comparative and Applied Criminal Justice”, in cui due criminologi americani hanno analizzato la copertura mediatica di 314 sparatorie di massa avvenute negli Stati Uniti tra il 1966 e il 2016. [Undark Magazine; Robin Loyd] 

RICERCA E SOCIETÀ

Gli scienziati italiani dovrebbero diventare ‘scienziati a vita’, estendere cioè l’approccio scientifico anche fuori dal laboratorio e lontano dalle lavagne. Dovrebbero estenderlo nel rapporto con le altre classi dirigenti italiane. Inoltre dovrebbero abbandonare il punto di vista individuale, alla ‘Io speriamo che me la cavo’, in favore di uno collettivo. Questa è la strategia che Roberto Defez, ricercatore del CNR, suggerisce nel suo ultimo libro “Scoperta. Come la ricerca scientifica può aiutare a cambiare l’Italia”, pubblicato da Codice Edizioni. [Scienza in rete; Pietro Greco]

Il nuovo rapporto dell’OCSE “Getting Skills Right: Italia”, dipinge una situazione paradossale per l’Italia. Da una parte un piccolo numero di grandi imprese che fatica a trovare competenze di alto livello, soprattutto nel settore digitale, dall’altra un gran numero di piccole e piccolissime imprese che richiede competenze molto basse. Così il 18% dei lavoratori italiani possiede un titolo di studio inferiore a quello richiesto per la sua mansione, mentre il 35% è impiegato in ambiti distanti da quello di formazione ed è sovra-qualificato. A differenza di Paesi come Finlandia, Svezia, Danimarca ma anche Estonia o Norvegia non abbiamo ancora avviato il processo di riorganizzazione del lavoro necessario perché domanda e offerta di competenze si allineino a un livello più alto. [La Voce; Fabio Manca]

Elizaldo Carlini, scienziato brasiliano pioniere della ricerca sugli effetti terapeutici della marijuana, è oggetto di un’indagine da parte della Polizia di San Paolo. La notizia ha generato proteste da parte della comunità scientifica brasiliana, preoccupata che l’intervento delle autorità possa costituire una minaccia alla libertà di ricerca in un periodo in cui i finanziamenti pubblici alla scienza hanno subito tagli sostanziali. [Nature; Claudio Angelo]

Le notizie di scienza della settimana #52

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 9 marzo 2018]

Due fogli di grafene sovrapposti con un angolo di rotazione di 1.1° hanno mostrato un comportamento superconduttivo, hanno cioè permesso alla corrente elettrica di fluire senza resistenza. Il fenomeno è stato osservato in due diversi esperimenti, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature. A rendere eccezionali le osservazioni dei fisici c’è il fatto che questa struttura a base di puro grafene sembrerebbe appartenere alla categoria dei superconduttori non convenzionali, come i cuprati, composti del rame. Questi materiali diventano superconduttori a temperature più alte di quelli convenzionali (fino a -130°C) ma comunque molto lontane dalla temperatura ambiente. La speranza è che il twisted bilayer graphene possa avere temperature di superconduttività alte a tal punto da poter essere impiegato in diverse applicazioni tecnologiche. Ma siamo solo all’inizio, e molti invitano alla cautela. Nell’immagine la struttura cristallina esagonale del grafene. Credit: AlexanderAlUS / Wikimedia Commons. Licenza:CC BY-SA 3.0.

DAL LABORATORIO ALL’INDUSTRIA

Tra i Paesi dell’Unione europea, l’Italia è quello che è cresciuto di più in termini di richieste di brevetto depositate allo European Patent Office (EPO) dal 2016 al 2017. Tuttavia se si guarda al numero di richieste per milione di abitanti, il nostro Paese resta molto al di sotto della media europea. Il 7 marzo a Bruxelles Benoît Battistelli, presidente di EPO, ha presentato i risultati relativi al 2017, confermando, tra le altre cose, l’interesse delle aziende cinesi per il mercato dell’innovazione europeo. [Scienza in rete; Chiara Sabelli]

Il presidente Battistelli ha sottolineato come l’innovazione sia il principale driver della crescita economica. Uno studio, realizzato nel 2016 dallo European Patent Office insieme allo European Union Intellectual Property Office, ha mostrato come le imprese che investono molto in diritti di proprietà intellettuale abbiano prodotto il 42% del PIL europeo tra il 2011 e il 2013, occupino il 38% dei lavoratori europei (82 milioni di posti di lavoro) e paghino stipendi più alti del 46% rispetto alle imprese che non investono in innovazione. [European Patent Office; Ufficio Comunicazione]

La ricerca oncologica italiana primeggia nel mondo. Secondo un recente rapporto pubblicato da Elsevier, l’Italia è seconda solo alla Cina in termini di crescita del numero di pubblicazioni. È al primo posto se si considera il volume di pubblicazioni che hanno ricevuto più citazioni. Sembrerebbe paradossale, per un Paese in cui lo Stato spende solo l’1,3% del PIL, contro una media OCSE del 2,4%. Ma guardando i dati sui brevetti, si capisce che l’Italia resta indietro nella fase di trasferimento tecnologico. [Scienza in rete; Luca Carra, Cristina Da Rold]

AIUTI ECONOMICI CONDIZIONATI PER MITIGARE LE DISUGUAGLIANZE DI SALUTE

2400 famiglie di New York in condizioni economiche precarie hanno ricevuto, per tre anni, circa 20 milioni di dollari, come parte di una sperimentazione sull’efficacia dei programmi di sussidio finanziario per mitigare le disuguaglianze di salute. Le loro condizioni sono state confrontate con quelle di altre 2400 famiglie che, in qualità di gruppo di controllo, non hanno ricevuto alcun sostegno economico. L’esperimento ha avuto esito positivo, seppure il miglioramento è stato modesto. È importante sottolineare che per continuare a ricevere il denaro, i genitori dovevano dimostrare di mandare i loro figli a scuola e di effettuare con una certa frequenza controlli medici. Politiche di questo genere sono già state applicate in Paesi del Sud America e Paesi in via di sviluppo, rivelandosi utili nel migliorare le condizioni di salute dei bambini e le speranze dei loro genitori nel futuro. Questa è la prima volta che un esperimento simile viene condotto in un Paese sviluppato e i ricercatori, membri del progetto Lifepath finanziato dalla Commissione Europea, sperano possa servire a introdurre programmi di welfare simili nel nostro continente. [Columbia University, Mailman School of Public Health; Redazione] 

Intanto compie un anno l’esperimento finlandese di reddito universale incondizionato. Per due anni a partire dal 1^ gennaio 2017, 2000 cittadini tra i 25 e i 58 anni, disoccupati all’inizio del progetto, ricevono 560 euro al mese, anche se il loro status occupazionale cambia nel tempo. Non devono cioè dimostrare di essere ancora disoccupati o di stare cercando attivamente lavoro. L’esperimento, promosso da un governo di centro-destra, nasce dalla necessità di semplificare il sistema di welfare finlandese, che non riesce a stare al passo con un mercato del lavoro molto cambiato, fatto di lavoratori autonomi, contratti a termine, part-time e start up. Per non inquinare i dati, gli organizzatori finora non hanno avuto alcun feedback da parte dei partecipanti. [The Guardian; Jon Henley] 

RICERCA E SOCIETÀ

La vittoria del Movimento 5 Stelle (M5S) e della Lega, insieme alla coalizione di centro destra, alle elezioni del 4 marzo preoccupa gli scienziati italiani. Durante il dibattito elettorale la scienza è stata chiamata in causa solo riguardo alla legge sull’obbligo vaccinale, che entrambi i partiti intenderebbero abrogare. Elena Fattori, senatrice M5S riconfermata, sostiene che Luigi Di Maio non permetterà a posizioni antiscientifiche di prendere piede in un eventuale governo da lui diretto. Maria Chiara Carrozza, ingegnera ed ex ministra dell’istruzione, università e ricerca, promette che gli scienziati italiani faranno sentire la loro voce, come già ribadito dal Gruppo 2003 per la ricerca scientifica in un recente appello sul Correre della Sera.[Science; Luca Tancredi Barone]

I recenti dati divulgati dall’ISTAT sono i migliori di sempre in termini di occupazione femminile (49,3%) e divario salariale medio lungo tutto l’arco della vita lavorativa (14,5%). Ma approfondendo l’analisi dei dati si vede che il divario salariale raggiunge picchi del 27% quando si considerano lavoratori e lavoratrici con oltre 20 anni di carriera. Inoltre si evidenziano dinamiche di mobilità (cambio del datore di lavoro) diverse tra uomini e donne. Le donne sembrano preferire più degli uomini gli ambienti in cui i colleghi sono più produttivi e più istruiti, in altri termini ambienti più competitivi. [La Voce; Alessandra Casarico e Salvatore Lattanzio]

“Un giornalista o una giornalista intervista uno scienziato o una scienziata riguardo al suo lavoro. Il giornalista o la giornalista deve mostrare allo scienziato o alla scienziata il testo dell’articolo e le citazioni per verificarne l’accuratezza?” Con questa domanda il neuroscienziato Kyle Jasmin ha lanciato un sondaggio su Twitter, che ha avuto risultati tutt’altro che netti. La maggior parte degli scienziati però ha risposto “Si” e, nella discussione che è seguita, ha spiegato di essere stata più volte delusa dai titoli degli articoli, spesso troppo sensazionalistici per poter comunicare il giusto messaggio. Un’indagine, condotta tra le maggiori testate scientifiche statunitensi, rivela invece che ai giornalisti è spesso vietato inviare il testo dell’articolo agli intervistati prima della pubblicazione. Ma in quasi tutte le redazioni è presente la figura del fact checker. Esiste una strada per comporre questo conflitto? [Undark Magazine; Dana Smith]

L’Italia accelera sui brevetti

[pubblicato originariamente su Scienza in rete l’8 marzo 2018]

Bruxelles, 7 marzo 2018. “L’innovazione è il driver principale dell’economia europea, e globale più in generale”, ha dichiarato Benoit Battistelli, presidente dello European Patent Office presentando ieri a Bruxelles i risultati della sua organizzazione per l’anno 2017. Il numero di application, ovvero di richieste depositate da industrie, piccole e medie imprese, università, istituti di ricerca e singoli individui per proteggere la proprietà intellettuale delle loro invenzioni, è aumentata del 3,9% rispetto al 2016, stabilendo il nuovo record di 165.590 richieste. I brevetti accettati sono stati 105.635 contro i 95.940 del 2016. La correlazione tra spinta innovativa e crescita dell’economia, ha affermato Battistelli, non è una novità, ma un recente studio realizzato insieme a EUIPO, lo European Union Intellectual Property Office, ne ha misurato per la prima volta la dimensione. Secondo il presidente la catena di trasmissione è rappresentata dagli investimenti in ricerca e sviluppo.

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Le notizie di scienza della settimana #51

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 28 febbraio 2018]

Nessuno scienziato ha mai visto un buco nero. Almeno non direttamente. Le loro ristrette dimensioni e la capacità di attirare materiale luminoso li rende per ora impossibili da fotografare. Esistono però numerose rappresentazioni indirette. Tra le più belle ci sono quelle ottenute dal Chandra X-ray Observatory della NASA. In particolare l’immagine mostra due jet di materiale che fuoriescono da un buco nero al centro di Centaurus A, una galassia lontana 13 milioni di anni-luce. Credit: ESO/WFI (visible); MPIfR/ESO/APEX/A.Weiss et al. (microwave); NASA/CXC/CfA/R.Kraft et al. (X-ray). Licenza: Public Domain.

L’EREDITÀ DI BITCOIN

Craig Wrigth, che nel 2016 dichiarò di aver inventato Bitcoin usando lo pseudonimo di Satoshi ‎Nakamoto senza però fornire alcuna prova di questa affermazione, è statoaccusato di essersi appropriato illegalmente del patrimonio di criptovaluta accumulato dal suo socio in affari Dave Kleiman, morto nel 2013. A fargli causa la famiglia di Kleiman, che sostiene che Wright abbia falsificato la firma del loro congiunto su numerosi contratti per un valore totale di 300 mila Bitcoin. [Bloomberg; Jef Feeley]

Si stima che a novembre del 2017 l’energia consumata dall’intera rete connessa alla criptovaluta Bitcoin abbia superato quella della Repubblica d’Irlanda. L’operazione di mining delle Bitcoin è un gioco al rialzo dal punto di vista energetico: i concorrenti sono spinti a utilizzare una quantità sempre maggiore di energia elettrica per aggiudicarsi le nuove monete. Circa l’80% del valore così ottenuto viene reinvestito in energia per produrre altre Bitcoin, mantenendo l’attività profittevole. Il consumo di energia è quindi strettamente collegato alla quotazione della criptovaluta, attualmente pari a circa 10 mila dollari. Se il prezzo rimanesse stabile a questo livello, nel 2018 l’industria Bitcoin emetterebbe una quantità di CO2 paragonabile a quella di 1 milione di voli transatlantici. [The Guardian; Alex Hern]

Ma il prezzo di Bitcoin non è decollato subito. L’invenzione di questa criptovaluta risale al 2008, quando un autore dallo pseudonimo Satoshi Nakamoto pubblica l’articolo “Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System”. Introduce un sistema di moneta elettronica basato sulla tecnologia chiamata blockchain, in cui sono gli utenti della rete a convalidare, a turno, le transazioni, evitando contraffazioni e frodi. Per questa attività di validazione gli utenti della rete ricevono in premio delle Bitcoin. Fino al 2013 la moneta ha subito la diffidenza degli investitori istituzionali, ma dopo l’endorsement del Senato degli Stati Uniti nel novembre del 2013 il suo prezzo è triplicato nell’arco di un mese, raggiungendo i 900 dollari. Poi è continuato a salire, pur rimanendo estremamente volatile. Forse è per questo che oggi Bitcoin resta solo un investimento e non una valuta di massa come pensato dai suoi inventori. Molti la considerano una bolla speculativa che prima o poi esploderà. Tuttavia potrebbe aver lanciato una tecnologia rivoluzionaria per l’intero sistema economico. [The Atlantic; Derek Thompson]

LE TECNOLOGIE DIGITALI FANNO BENE AI GIOVANI?

“Usando questo strumento, gli studenti non useranno la propria memoria, non impareranno niente, non avranno contatto con la realtà”. Sono queste le parole con qui Socrate parlava della scrittura. La paura che l’introduzione di nuove tecnologie limiti le capacità di apprendimento dei giovani studenti comincia nel V secolo a.C. e continua tutt’oggi. Dopo la scrittura sono stati criticati i libri, la radio, la televisione, i walkman e adesso gli smartphone. Il racconto di Emanuele Bottazzi. [Scienza in rete; Emanuele Bottazzi] 

Sta emergendo un nuovo tipo di digital divide: i giovani provenienti da famiglie a basso reddito trascorrono più tempo online rispetto ai loro coetanei più ricchi, e per loro è più probabile che la vita online causi episodi di violenza nella vita reale. A rilevarlo è uno studio condotto da un gruppo di psicologi della University of California Irvine su oltre 2000 adolescenti americani, [Nature; Candice Odgers] 

Inizia il 1^ marzo a Brescia il ciclo di tre incontri “A scuola di attendibilità”, organizzato dal Gruppo 2003 e da Scienza in rete. I primi due appuntamenti saranno dedicati agli studenti delle scuole medie superiori e dell’università, con l’intento di far crescere nei docenti e negli studenti le competenze necessarie a riconoscere le fonti attendibili nel loro lavoro quotidiano di insegnamento, studio e ricerca. Con l’aiuto di giornalisti, scienziati e docenti si svolgerà quindi un lavoro volto a verificare le notizie, distinguere la scienza dalla ciarlataneria, e consolidare il senso critico. [Scienza in rete; Redazione] 

RICERCA E SOCIETÀ

A ottobre 2017, durante una conferenza di biotecnologia a San Francisco, il biohacker Josiah Zayner si è iniettato un composto contenente il proprio DNA modificato con la tecnica CRISPR. La modifica avrebbe dovuto ridurre la produzione di miostatina, la proteina che inibisce la crescita muscolare. Ma oggi Zayner ripensa a quel gesto con qualche rimorso. In un’intervista pubblicata da The Atlantic dice di essere convinto dell’utilità del biohacking per sensibilizzare le persone verso le biotecnologie e accelerare il trasferimento delle scoperte scientifiche dai laboratori universitari ai centri di cura, ma è convinto che prima o poi qualcuno si farà male. [The Atlantic; Sarah Zhang]

Il progetto GENERA, Gender Equality Network in the European Research Area, si pone l’obiettivo di valutare le disuguaglianze di genere che esistono in ambito scientifico e mettere a punto strategie per mitigarle. Sveva Avveduto, ricercatrice dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del CNR, illustra i risultati del progetto. [Scienza in rete; Sveva Avveduto]

In un articolo pubblicato recentemente sulla rivista “Science and Public Policy”, un gruppo di ricercatori del Joint Research Center della Commissione Europea afferma che è ormai giunto il momento di ripensare gli indicatori di eccellenza nella ricerca. È ormai opinione di molti che tali indicatori dovrebbero tenere in maggiore considerazione la robustezza e la riproducibilità della ricerca, oltre che l’impatto sociale che questa può avere. [Nature; Editorial]

Le notizie di scienza della settimana #50

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 21 febbraio 2018]

È una storia di storie intrecciate il libro di Cristiana Pulcinelli, ‘AIDS – Breve storia di una malattia che ha cambiato il mondo’ di Carocci editore. Il libro racconta la storia del virus dell’HIV e di come abbia permesso la nascita di nuove forme di comunicazione, oltre ad aver modificato comportamenti e costumi, fatto progredire il pensiero etico, influenzato il modo di condurre la ricerca clinica, mobilitato risorse di partecipazione e solidarietà prima sconosciute, ma anche le peggiori reazioni di rifiuto e stigma. Roberto Satolli lo ha recensito per Scienza in rete. Nell’immagine l’AIDS Quilt di fronte alla Casa Bianca. Credit: Scott Chacon /Flickr. Licenza: CC BY-SA 2.0.

TRASPORTI PUBBLICI GRATIS?

È attesa entro il mese di marzo la decisione della Commissione per l’ambiente dell’Unione Europea sugli otto Paesi (Germania, Spagna, Francia, Italia, Ungheria, Romania, Slovacchia e Repubblica Ceca) che rischiano il deferimento alla Corte di Giustizia per aver superato i limiti stabiliti dall’Unione Europea sull’inquinamento dell’aria. L’Italia, attraverso il ministro Galletti, ha dichiarato di voler investire 5 miliardi di euro nel rinnovo degli autobus dei servizi di trasporto pubblico locale e regionale e nella promozione di un programma nazionale di mobilità sostenibile. Queste misure integrano quelle previste dalla Strategia Energetica Nazionale, approvata a novembre del 2017. Intanto l’Organizzazione Mondiale della Sanità ribadisce l’importanza di intervenire sulla qualità dell’aria e appoggia la decisone della Commissione di sanzionare i Paesi non in linea con gli standard. [euobserver; Caterina Tani]

Anche la Germania è tra i Paesi sotto esame per la qualità dell’aria nelle zone urbane. È per questo che il Governo tedesco ha indirizzato una lettera alla Commissione Europea che contiene, tra gli altri, il piano di rendere il trasporto pubblico gratuito in alcune città del Paese. La sostenibilità finanziaria dell’operazione ha sollevato più di una perplessità. Attualmente le aziende di trasporto pubblico delle maggiori città finanziano le loro attività al 50% con la vendita dei biglietti, mentre in futuro dovrebbero essere completamente finanziate dallo Stato, ovvero dalle tasse dei cittadini. Se il piano funzionasse e convincesse coloro che oggi scelgono di spostarsi in automobile a usare autobus e metropolitane, si renderebbe poi necessaria l’espansione della rete esistente, con ulteriori costi da sostenere. [The Washington Post; Rick Noack] 

Marco Ponti, economista dei trasporti al Politecnico di Milano, pensa che la strategia dei trasporti pubblici gratuiti non sarà efficace nel cambiare le abitudini dei cittadini tedeschi. Il fattore dominante per le scelte dei viaggiatori non sarebbe infatti il prezzo del biglietto, ma il tempo di viaggio, con un costo percepito pari a 15 euro all’ora. Ci sono delle valide alternative, tra cui quella di far pagare un pedaggio alle automobili inquinanti all’ingresso delle città e di sanzionare il parcheggio in divieto di sosta più seriamente. Già esistono tecnologie che ci permetterebbero di farlo a un costo irrisorio. [La Voce; Marco Ponti] 

ALTA MAREA

Il riscaldamento globale causa l’aumento del livello degli oceani, poiché aumenta il volume della massa d’acqua già esistente e scioglie i ghiacciai e le piattaforme di ghiaccio, in particolare quelle antartiche. L’accordo di Parigi prevede di mantenere l’aumento della temperatura globale nel 2100 rispetto ai livelli preindustriali al di sotto dei 2℃. Per raggiungere questo obiettivo è necessario non immettere più gas serra in atmosfera dal 2050 in avanti, raggiungendo un picco tra il 2020 e il 2035 e scendendo poi a zero più o meno rapidamente. Ma il momento in cui raggiungeremo il picco non è indifferente. Per ogni 5 anni di ritardo il livello dei mari nel 2300 subirebbe un aumento tra i 20 cm e 1 metro in più, rispetto a quanto non succederebbe se il picco venisse raggiunto nel 2020. Questo è il risultato ottenuto da un gruppo di climatologi e pubblicato martedì su Nature Communications. [The Washington Post; Chris Mooney]

La scorsa settimana un altro studio, pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Science, ha mostrato come l’aumento del livello degli oceani proceda a velocità accelerata. Usando i dati satellitari e tenendo in considerazione la variazione ciclica nella temperatura degli oceani e l’incertezza nelle misurazioni, gli scienziati hanno concluso che la probabilità che l’aumento del livello dei mari non sia in accelerazione è inferiore all’1%. Proiettando le loro stime nel futuro, nel 2100 si registrerebbe un aumento totale di 65 cm, il triplo di quanto è avvenuto nel secolo precedente. [Quartz; Zoë Schlanger]

L’aumento del livello dei mari già fa vedere i suoi effetti, erodendo importanti tratti di costa. Ma qual è la posta in gioco per i Caraibi? Una serie di immagini basate sulle proiezioni dei modelli scientifici ci permettono di confrontare come saranno Nassau, Kingston e Georgetown se conterremo il riscaldamento globale entro i 2℃ come prescritto dall’accordo di Parigi, e come saranno invece se la temperatura globale aumenterà di 4℃ rispetto ai livelli preindustriali. [Climate Central; Benjamin Strauss]

RICERCA E SOCIETÀ

“Il dottorato ti ha soddisfatto quanto a possibilità di carriera?” “Se tornassi indietro ti iscriveresti allo stesso dottorato nello stesso ateneo?” “Intendi intraprendere la carriera accademica in Italia?” Sono queste alcune delle domande che il consorzio AlmaLaurea ha posto a circa 2500 dottori di ricerca che hanno conseguito il titolo nel 2016 in 15 atenei italiani. Dalle risposte emerge la loro delusione, soprattutto riguardo alle scarse possibilità di carriera in Italia e alle grandi difficoltà incontrate nel proseguire il percorso di ricerca nel nostro Paese. [Scienza in rete; Cristina Da Rold]

Riportare la filosofia, il pensiero critico, la logica e l’etica della ricerca al centro della formazione dottorale. Con questa idea alla Johns Hopkins University di Baltimore, nel Maryland, è nato il programma di dottorato ‘R3 Graduate Science Initiative’, giunto al secondo anno. Gli studenti esplorano argomenti come la differenza tra errore scientifico e frode scientifica, la comunicazione della scienza, l’etica della scienza nella società, il ragionamento statistico su dati reali. L’obiettivo è quello di formare professionisti in grado di affrontare i problemi in maniera innovativa e indipendente, piuttosto che tecnici di laboratorio super specializzati. [Nature; Gundula Bosch]

L’intelligenza artificiale sta affrontando problemi di riproducibilità simili a quelli che la psicologia, la medicina e altre scienze hanno affrontato in passato. Raramente vengono pubblicati i codici sorgente e ancora più raramente i parametri utilizzati e i dati su cui gli algoritmi sono stati allenati. La comunità sta diventando gradualmente più sensibile a questo tema, e sono in corso numerose iniziative per diffondere una nuova cultura della riproducibilità. [Science; Matthew Hutson]