Vaccinare tutti non è solo questione di filantropia

[pubblicato originariamente su Scienza in rete il 29 gennaio 2021]

A oggi in 65 Paesi del mondo sono state somministrate circa 82 480 000 dosi di vaccini contro COVID-19. A guidare la classifica è Israele, con 49 dosi inoculate ogni 100 abitanti. Seguono gli Emirati Arabi, con 27,4 dosi, e il Regno Unito con 11. I Paesi dell’Unione Europea sono un po’ più indietro (Spagna 2,7, Italia 2,5, Germania 2,4, e Francia 1,8) e in questi giorni si impegnano in una battaglia legale con la farmaceutica AstraZeneca che produce il vaccino messo a punto insieme all’Università di Oxford. AstraZeneca ha infatti annunciato che nel primo trimestre del 2021 consegnerà meno del 50% delle 100 milioni di dosi “promesse” all’UE che ha risposto minacciando di bloccare le esportazioni verso il Regno Unito dei vaccini prodotti negli stabilimenti di AstraZeneca presenti sul suo territorio.

Mentre i paesi ricchi si accapigliano per assicurarsi che le case farmaceutiche rispettino gli accordi, i paesi in via di sviluppo sono rimasti sostanzialmente esclusi dalla campagna vaccinale, e lo saranno ancora a lungo. «I paesi ricchi del mondo si stanno accaparrando i vaccini. Li invitiamo a mettere a disposizione le dosi in eccesso ordinate e accumulate». Così ha parlato il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa intervenuto mercoledì al summit del World Economic Forum a Davos, che quest’anno si è svolto virtualmente.

All’inizio di dicembre la People’s Vaccine Alliance, che include tra gli altri la ONG Oxfam, ha stimato che il 90% della popolazione dei paesi a basso reddito non avrà accesso al vaccino nel 2021, mentre i paesi ricchi, che costituiscono il 14% della popolazione mondiale, hanno già opzionato il 53% della produzione dei vaccini più promettenti. Tra questi spicca il Canada che ha prenotato un numero di dosi con cui potrebbe vaccinare cinque volte la sua popolazione.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità si è fatta promotrice dell’iniziativa COVAX, che dovrebbe garantire un accesso equo ai vaccini, ma finora dei circa 38 miliardi di dollari necessari a portarla a termine è riuscita a raccoglierne solo 11. Il 18 gennaio il direttore dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus ha ammonito che intorno ai vaccini si sta consumando un fallimento morale di proporzioni catastrofiche, ribadendo, se fosse ancora necessario, che “nessuno è al sicuro finché non siamo tutti al sicuro”. Il virus dovrebbe ormai averci insegnato che la risposta più efficace è quella coordinata. E il monito del direttore dell’OMS vale in epidemiologia, quanto in economia. In un’economia caratterizzata da catene del valore estremamente integrate e interconnesse, nessun paese potrà riprendersi da solo, nemmeno l’insieme di quelli più ricchi. Dunque, se la campagna di vaccinazione lascerà troppo indietro i paesi in via di sviluppo nella prima fase, le economie dei paesi ricchi ne soffriranno. Ma quanto?

Risponde a questa domanda uno studio recentemente pubblicato da un gruppo di economisti, guidato da Sebnem Kalemli-Ozcan, professoressa alla University of Maryland, e pubblicato nella serie di working papers del National Bureau of Economics Research. I ricercatori hanno considerato diversi scenari, sia dal punto di vista economico che epidemiologico. In quello più verosimile, le economie avanzate immunizzano completamente la popolazione suscettibile entro aprile, mentre i paesi in via di sviluppo riescono a vaccinare solo la metà dei loro cittadini entro la fine dell’anno. In questa circostanza la perdita economica globale ammonterebbe a 3 763 miliardi di dollari in più rispetto al caso in cui la campagna di vaccinazione procedesse ovunque con lo stesso ritmo con cui va avanti nei paesi ricchi. Il 50% di questa perdita sarebbe sofferta dalle economie avanzate. In uno scenario più estremo, in cui i paesi in via di sviluppo non hanno alcun accesso alle vaccinazioni e dunque l’epidemia viaggia incontrollata sui loro territori e si rende necessaria l’istituzione periodica di lockdown prolungati, la perdita globale sarebbe quasi doppia, 6 144 miliardi di dollari (di cui le economie avanzate pagherebbero più del 40%).

La dinamica che sottintende queste stime è la seguente: con l’epidemia che continua a imperversare nei paesi in via di sviluppo sia la domanda che l’offerta di merci intermedie (prodotti non finiti) inciderebbe sulla produzione dei paesi ricchi che vedrebbero da una parte diminuire il volume delle loro esportazioni e dall’altra rallentare il loro ritmo di produzione a causa della difficoltà di reperire sul mercato internazionale le componenti che sono indispensabili alla realizzazione del prodotto finito.

«Il lavoro ha il pregio di provare a quantificare le perdite dovute al fatto che la produzione è verticalmente integrata, costruendo una descrizione dettagliata dei legami commerciali che esistono tra i diversi settori e i diversi paesi», commenta Tommaso Monacelli, professore di macroeconomia all’Università Bocconi dove dirige il dipartimento di economia. Monacelli aggiunge che «questa interconnessione fa sì che diversi tipi di shock si propaghino a livello internazionale, siano essi dovuti alla pandemia o a interventi di politica monetaria o fiscale».

Il modello costruito dai ricercatori turchi descrive come la diffusione del contagio influenzi l’andamento economico, considerando 35 diversi settori industriali e 65 paesi. Ciascun settore è caratterizzato da un diverso rischio di contagio a seconda della frazione dei suoi lavoratori che possono lavorare da casa e del grado di prossimità per coloro che invece devono recarsi sul luogo di lavoro. L’attività dei settori non essenziali viene interrotta nel caso in cui siano istituiti dei lockdown nazionali. Questo rallenterà la produzione e dunque la capacità di esportare componenti verso altri paesi che dovranno rallentare la produzione a loro volta. Un esempio è quello di un automobile che viene costruita in un paese ricco ma che ha bisogno di pneumatici, sedili, processori elettronici importati dai paesi in via di sviluppo. Se questi sono incapaci di consegnare i pneumatici al ritmo consueto, la casa automobilistica nel paese ricco produrrà un numero minore di automobili.

Dall’altro lato anche la capacità di spesa dei cittadini dei paesi maggiormente toccati dall’epidemia sarà ridotta e questo influirà sui volumi di esportazione dei paesi ricchi. La contrazione dei consumi nel 2020 è stata guidata da due fattori. In primo luogo, la paura di contagiarsi e di contagiare gli altri, che ha spinto le persone a muoversi di meno e dunque spendere meno. In secondo luogo, l’incertezza sulle proprie capacità di guadagno ha costretto molti a limitare le proprie spese ai soli beni essenziali. Partendo dai dati delle carte di credito, gli autori dello studio hanno caratterizzato le modifiche nei profili di spesa in diversi paesi del mondo, concludendo che sono state molto simili tra paesi ricchi e paesi in via di sviluppo, almeno nel primo anno della pandemia. Lo schema qui sotto, tratto dall’articolo, riassume il modo in cui l’epidemia incide su offerta e domanda.

La dinamica del contagio viene descritta tramite un modello SIR che ha parametri diversi per ciascun settore industriale in ciascun paese e in cui i vaccinati sono artificialmente aggiunti alla popolazione dei “recovered”. Quando il numero di persone che hanno bisogno di essere ricoverate in terapia intensiva, calcolato come una percentuale degli infetti, supera la soglia destinata ai pazienti COVID-19 in ciascun paese, viene istituito un lockdown che dura 14 giorni e al termine del quale il numero di infezioni è ridotto a un terzo rispetto a quello osservato all’inizio del lockdown.

Vengono considerati tre scenari epidemiologici e tre economici. I tre scenari epidemiologici sono: (1) vaccinazione totale della popolazione suscettibile nei paesi ricchi e nessun accesso alle vaccinazioni nei paesi in via di sviluppo che non impongono lockdown per contenere il contagio; (2) vaccinazione totale della popolazione suscettibile nei paesi ricchi e nessun accesso alle vaccinazioni nei paesi in via di sviluppo che impongono lockdown per contenere il contagio secondo il grado di occupazione delle terapie intensive; (3) vaccinazione totale della popolazione suscettibile nei paesi ricchi entro aprile, vaccinazioni più lenta nei paesi in via di sviluppo con la possibilità per questi ultimi di istituire lockdown. I tre scenari economici sono invece: (1) la domanda dei paesi in via di sviluppo si contrae ma non ci sono interruzioni nelle forniture di componenti intermedie ai paesi ricchi, che dunque soffrono solo una diminuzione delle loro esportazioni; (2) al primo scenario si aggiungono i rallentamenti nella produzione dei paesi in via di sviluppo che incidono sulla catena del valore dei paesi ricchi, ma questi possono riassorbirli a livello nazionale ridistribuendoli attraverso i settori; (3) i rallentamenti nella produzione di componenti intermedie incide sui diversi settori industriali dei paesi ricchi senza possibilità di riaggiustamento intersettoriale.

Lo studio quantifica i costi che si aggiungerebbero a quelli di uno scenario controfattuale in cui tutti i paesi vaccinano le loro popolazioni allo stesso ritmo dei paesi ricchi, a livello globale e distinti tra economie avanzate ed economie in via di sviluppo. La tabella qui sotto riassume i risultati nei diversi scenari epidemiologici ed economici (miliardi di dollari nella parte alta e percentuali del prodotto interno lordo del 2019 nella parte bassa).

Lo scenario più verosimile, i cui risultati abbiamo anticipato, è quello in cui i costi a livello globale ammontano a 3 763 miliardi di dollari e al 50% sono sostenuti dai paesi ricchi (colonna 3c). Lo scenario più estremo è quello in cui i paesi in via di sviluppo non hanno accesso ai vaccini e contengono l’epidemia con lockdown periodici (colonna 2c): in questo caso la perdita è di 6 144 miliardi di dollari globalmente, di cui il 42% sostenuta dai paesi ricchi. Lo scenario “migliore” per le economie avanzate è quello in cui vaccinano totalmente la propria popolazione suscettibile il prima possibile e l’epidemia nei paesi in via di sviluppo viene controllata con dei lockdown che però non compromettono l’esportazione di componenti intermedie verso i paesi ricchi (colonna 2a). In questo caso il minor numero di infezioni fa sì che la domanda proveniente dai paesi in via di sviluppo si contragga meno e dunque il volume delle esportazioni dei paesi ricchi si riduca in misura minore, con un costo totale di 204 miliardi di dollari per i paesi ricchi (ma 1 275 miliardi di dollari per i paesi in via di sviluppo).

Il modello proposto è molto complesso e incorpora una grande quantità di informazioni. Per riuscirci fa delle assunzioni e ha dei limiti. «Il limite principale del modello è quello di non considerare la possibilità di adattamento del mercato del lavoro», commenta Monacelli, e prosegue «gli autori giustificano questa assunzione dicendo che si concentrano su un orizzonte breve, di circa un anno. Questa assunzione può essere verosimile nei paesi più ricchi dove il mercato del lavoro è meno flessibile, ma molto meno per i paesi in via di sviluppo dove la riconversione dei lavoratori da un settore molto colpito, ad esempio quello del turismo, a uno meno colpito, come ad esempio quello dell’edilizia, può avvenire più rapidamente».

Quello che la pubblicazione non chiarisce in dettaglio è il costo dello scenario controfattuale con cui si confronta, quello di una vaccinazione veloce e globale. Come abbiamo detto, l’OMS ha stimato che la sua iniziativa COVAX, che garantirebbe a tutti l’accesso alle vaccinazioni, costerebbe 38 miliardi di dollari. Una cifra che scompare a confronto anche con le stime più conservative del gruppo di Kalemli-Ozcan. Ma viene da chiedersi se un simile scenario è realizzabile? Alcune proposte sono state avanzate nelle ultime settimane. L’India, con una delle industrie farmaceutiche più grandi del mondo che produce il 52% dei vaccini per malattie diverse dal COVID-19, ha chiesto all’Organizzazione Mondiale del Commercio di sospendere i brevetti di Pfizer e BioNTech per poter produrre il loro vaccino. Nel frattempo ha cominciato a distribuire gratuitamente ai paesi vicini (Nepal, Bangladesh, Sri Lanka, Afghanistan e altri) dosi del vaccino Oxford/AstraZeneca, prodotto con il nome di Covishield dal Serum Institute of India. La mossa fa parte della cosiddetta “diplomazia vaccinale” che per ora offre più che altro vantaggi geopolitici ed è stata favorita dal fatto che in India le infezioni sembrano sono sotto controllo rispetto ai picchi dell’autunno.

Ad ogni buon conto, il risultato dello studio di Kalemli-Ozcan e coautori aggiunge a quelli di natura etica forti argomenti economici in favore di una campagna di vaccinazione che sia globale fin dalle sue prime fasi. Vaccinare tutti non è, insomma, solo questione di filantropia.

Nell’immagine di copertina: punto di vaccinazione contro COVID-19 presso l’International Conference Centre of Seychelles a Victoria. Credit: Daniel Laurence, Seychelles News Agency. Licenza: CC BY 4.0.

Pubblicato da

Chiara Sabelli

Cerco. E, quando trovo, racconto. Giornalista scientifica freelance. Fisica di formazione, in finanza dopo il PhD.

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